17/03/2018 Federico Annibale

Femminismo arabo cucito su jeans. Intervista all’artista palestinese Yasmeen Mjalli

“Quando sono arrivata qui, molte persone non mi hanno fatta sentire rispettata in quanto donna, mi hanno fatto sentire impaurita, svergognata quando camminavo per strada. Questo è parte della cultura maschilista locale. E allora ho iniziato a combattere il sessismo e le molestie che le donne subiscono qui in Palestina”. Yasmeen Mjalli, 21 anni, artista-attivista, si racconta al Salto in collegamento video da un bar di Ramallah. In un caffè affollato, circondata da un’allegra confusione.

Yasmeen, madre e padre palestinesi, è cresciuta in North Carolina e alla fine del 2016 ha deciso di tornare in Palestina, trasferendosi a Ramallah, capitale de facto della Palestina. Al suo arrivo rimane colpita dal livello di molestie subite dalle donne. “Sono cresciuta in una piccola città della North Carolina, una realtà molto tranquilla dove tutti conoscono tutti. Non ero quindi abituata alle molestie in strada. Con questo non voglio dire che in America non succeda, anzi. Succede da ogni parte, in ogni città del mondo. Solo che io fino a quel momento non avevo mai vissuto in una grande città”. E, così, decide di dare battaglia a questo fenomeno attraverso ciò che più le riesce meglio, l’arte.

“Non sono tua”. L’indipendenza su una giacca di jeans

Uno dei progetti di Yasmeen si chiama “Not Your Habibti”, dove “habibti” significa letteralmente “mia cara” e implica un senso di possesso se proferita da un uomo a una donna. Yasmeen disegna a mano questa frase sul retro di giacche jeans Denim. Dire “non sono la tua cara”, spiega, significa rivendicare l’indipendenza femminile e rafforzare il concetto che la donna non è posseduta da nessuno. Le giacche vengono cucite a Gaza e decorate a Ramallah. “Una parte dei fondi viene impiegata per retribuire le donne che le lavorano. Un tempo Gaza aveva una fiorente industria tessile, ora è stato tutto distrutto. Dunque con questo progetto, nel nostro piccolo, proviamo a dare un contributo all’indipendenza di lavoratrici donne”, racconta seduta nel caffè.

Perché usare giacche di jeans? “Bè certo non è un capo d’abbigliamento tipico delle donne da queste parti, ma oggi la maggioranza delle giovani palestinesi indossa magliette, jeans, scarpe da ginnastica. La giacca di jeans è molto simbolica perché viene indossata in tutto il mondo, è un simbolo universale. Usare una giacca denim significa dire che non è un indumento che si riferisce soltanto alle donne palestinesi. Il sessismo, le molestie, le violenze sulle donne, sono oppressioni internazionali e questa è la ragione dell’uso dell’inglese; poiché mantiene la questione a livello universale, e non specificamente riferita al Medioriente o alla Palestina”.

“Typewriter”. Se il corpo delle donne rappresenta l’onore della famiglia

Parallelamente a “Not Your Habibti”, Yasmeen porta avanti un altro progetto: con “Typewriter” (macchina da scrivere) se ne va in giro per tutta la Cisgiordania con la sua macchina da scrivere e raccoglie storie di violenze sulle donne. L’accento americano, i tatuaggi sulle braccia, il modo di vestire alternativo, la rendono chiaramente diversa dalla comunità tradizionale. La maggioranza dei locali la vede come una straniera. Così quando va con il suo tavolino e la macchina da scrivere nei quartieri conservatori si fa accompagnare da una traduttrice che indossa l’Hijab. Le donne vogliono parlare con la ragazza con il velo. “Il mio unico obiettivo è farle sentire tranquille così da poter relazionarsi apertamente con qualcuno. Non voglio arrivare come l’eroe occidentale che ti salverà con il suo femminismo, assolutamente no. Voglio essere sicura che la gente non mi percepisca così. Ma se vado in ambienti tipo università allora non ho problemi, lì è un’altra storia”.

Tra un sorso di tè e un altro, ci spiega come l’oppressione che le donne vivono in quella terra abbia tuttavia dei fattori “autoctoni”, unici, diversi rispetto a quelli occidentali, o di altri contesti socio-culturali, che impediscono la libertà delle donne. “Come abbiamo già detto il sessismo è universale, ma ogni luogo ha le sue precise dinamiche. Qui il sessismo è legato al concetto di onore. Ruota tutto intorno a dinamiche familiari e al cognome che si porta in giro, ed è radicata intorno al concetto della pubblica onorabilità della donna. La società palestinese lavora fortemente perché le donne vengano ristrette in determinati ambiti, contenute; così da evitare che facciano qualunque cosa che travalichi degli schemi prefissati rispetto a quello che è giusto che faccia o non faccia una donna”.

L’attivista ci ha poi spiegato come anche il rapporto tra le donne e il proprio corpo sia subordinato a queste logiche d’onore. Le donne sanno che il loro corpo non è solo sangue e carne, ma è un simbolo di qualcosa di molto più grande, e questo significa che non ne hanno pieno controllo. Se il corpo della donna rappresenta l’intera famiglia, allora gli uomini di quella famiglia hanno il potere di decidere come le donne debbano utilizzarlo. È un corpo vestito dall’onore della famiglia. Ciò significa, chiarisce Yasmeen, che ogni santo giorno una donna deve stare molto attenta su come gli altri vedono il suo corpo.

Spesso, tiene a sottolineare Yasmeen, dal punto di vista degli occidentali il problema della libertà delle donne nel mondo arabo è unicamente connesso all’Islam. L’islam è visto come unico fattore determinante in questa dinamica oppressiva. Secondo l’artista Palestinese, invece, la religione non è l’unica componente, ma siamo davanti a un ventaglio di fattori: “Penso che il modo in cui la cultura locale interpreta l’Islam sia il vero nocciolo. Ci sono saggi di donna che reinterpretano il Corano in chiave femminista. Quindi è una questione di interpretazione, e di forzature nell’interpretazione delle letture sacre in una certa direzione. Sfortunatamente nel Medioriente molti fanatici dettano le linee interpretative e mantengono i dettami socio culturali che opprimono la donna”.

Femminismo arabo

“Sono americana o sono Palestinese?”, si chiede ancora oggi la giovane Yasmeen. Culturalmente e socialmente è cresciuta in un contesto occidentale, e pur avendo i genitori arabi “il mio arabo ha un fortissimo accento americano” ammette ridacchiando. “Sono consapevole di essere cresciuta in un contesto differente, e sto molto attenta a non permettere alla visione femminista americana ed europea di imporsi sul femminismo arabo. Non sono qua per dire che uno è meglio dell’altro. Penso che il mondo arabo sia fortemente patriarcale; ma sono convinta che l’islam e il mondo arabo non escludono i diritti delle donne. Se fossi nata e cresciuta qui avrei comunque fatto le stesse cose. Ho letto molti libri di femministe nate e cresciute in Medioriente, che lottano per il proprio credo, e io la penso come molte di loro”.

Da quando ha iniziato a lavorare con le donne palestinesi, l’idea di femminismo che Yasmeen aveva assimilato in America ha subito profonde mutazioni, ammette l’artista. Credeva che il femminismo americano, insomma occidentale, fosse universale. Poi, si è resa conto che la realtà era ben diversa. “Applicare un unico femminismo in qualunque luogo della terra mi è apparso come un tentativo di imposizione post-coloniale”. Così, ha iniziato a riflettere sul “femminismo arabo” e su come e se questo movimento possa convivere con le tradizioni arabe e la religione musulmana. “Per esempio, prima di venire qui ho sempre pensato che l’Hijab fosse l’indumento simbolo dell’oppressione della donna. Ora non lo penso più. Dipende dal contesto e dalla donna, poiché è lei che definisce quell’indumento e non il pezzo di stoffa che definisce l’essere umano. Una giovane donna araba-palestinese deve sempre lottare per essere femminista e Palestinese, femminista e araba, etc, etc. Poiché per qualche ragione il mondo pensa che queste due identità non possano coesistere, ma questo non è vero. Quindi ora sto capendo come connettere tranquillamente questi due mondi: il mio essere femminista con la mia identità araba. Sappiamo che è possibile”.

Yasmeen prima di venire a vivere in Palestina, era solidale con la causa, veniva tutte le estati per le vacanze, ma non si era mai resa conto materialmente di cosa significa vivere in quella terra occupata da più di 70 anni dagli israeliani, un regime di apartheid e violenza che sta lentamente spolpando anima e braccia di un popolo. “L’occupazione è tremenda, costante, violenta” riflette con tristezza. Tuttavia, ragiona l’attivista, il conflitto contro Israele non deve essere una scusa per evitare di affrontare questione sociali, economiche e culturali del Paese. Accade che, continua Yasmeen, l’occupazione venga utilizzata come una specie di tappeto sotto il quale vengono messi i problemi, e come scusa per non affrontare determinate dinamiche. “Per esempio negli ultimi tempi alcune marce femminili sono state cancellate perché la politica in quel momento doveva pensare al problema dello spostamento della capitale israeliana a Gerusalemme, il che è comprensibile. Tuttavia è stato un ulteriore esempio di come la questione femminile sia stata messa ancora una volta in un angolo. Quindi in un certo senso l’occupazione è lo strumento attraverso il quale il patriarcato, il sessismo e le molestie continuano impunite”.

Il 23 marzo Yasmeen sarà a Roma per una performance incentrata sul problema del sessismo in Palestina. A margine della performance ci sarà l’occasione per discutere sui differenti modelli di femminismo nel mondo.

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