15/04/2019 Tiziana Barillà

Hanno ucciso Vittorio Arrigoni per colpire la speranza. Ci sono riusciti?

«Conoscere è il primo passo verso una soluzione», amava scrivere Vik che, poi, puntualmente chiudeva ogni suo articolo esortando i lettori con il puntuale «Restiamo umani». Un’esortazione che, otto anni dopo il suo assassinio, è diventata il simbolo di una resistenza alla disumanità del nostro tempo. Che si è trasformata in hashtag e striscioni, in sintesi perfetta della non-resa a cui siamo chiamati oggi. 

La Palestina è ovunque, ci avvertiva Vik. «Diceva che la Palestina e Gaza sono ovunque e da questo possiamo trarre gli spunti per agire con giustizia e solidarietà verso gli ultimi che incontriamo anche a casa nostra, fuori dall’uscio di casa», ha ricordato la mamma Egidia Beretta in una recente intervista al Manifesto: «Specialmente in questi tempi in cui sta montando l’avversione contro chi viene da lontano, contro chi è perseguitato. Di mio figlio conservo un ricordo che è un incitamento a non arrenderci a quello che succede intorno a noi».

L’esercito israeliano, continua a sparare su contadini e pescatori. E settant’anni di conflitto hanno trasformato la Palestina in sinonimo di guerra, negoziati mancati e impotenza della politica internazionale. Mentre quella disumanità ha definitivamente rotto gli argini della Striscia irrompendo prepotentemente nel quotidiano della ‘democratica’ Europa.

Ma Palestina significa anche vita, resistenza e solidarietà internazionale. Centinaia di attivisti internazionali continuano a raggiungere la Striscia di Gaza per accompagnare i contadini e i pescatori palestinesi a lavorare lungo il confine con lo Stato israeliano. Si chiama interposizione: gli attivisti in pettorina gialla si posizionano tra i civili e i militari dell’esercito israeliano che difende i confini, anche a colpi d’arma da fuoco. 

Questo faceva Vittorio Arrigoni a Gaza. Scudo umano, armato di taccuino e voce, raccontava l’inferno su Guerrilla Radio, il blog più visitato in Italia durante l’operazione militare dell’esercito israeliano “Piombo fuso”: 22 giorni di inferno – dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 – in cui l’unico cronista sul campo era Vittorio Arrigoni. 

Il racconto di Vik è stato spezzato la notte tra il 14 e il 15 aprile del 2011 quando, 36enne, viene rapito e ucciso da quattro componenti di una cellula jihadista salafita, o almeno così ha sentenziato il tribunale palestinese. Qualche anno fa, intervistando Rosa Schiano in un baretto di Napoli, mi disse: «Hanno ucciso Vik per colpire la speranza». Ancora adesso mi chiedo se ci siano riusciti davvero. 

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