11/07/2018 Federico Annibale

Di ritorno dal nostro viaggio sulla New Balkan Route. L’incubo della polizia croata e l’inferno al confine con la Bosnia

«Questa notte provo a superare il confine, fratello». Siamo rientrati dal nostro viaggio attraverso la New Balkan route da più di una settimana, e continuiamo a ricevere i messaggi di chi abbiamo incontrato. Questo me lo ha inviato la scorsa notte Mohammed, un ragazzo marocchino incontrato a Bihac, nord della Bosnia, a dieci chilometri dal confine con la Croazia. Dopo ore di silenzio, mi riscrive: «Mi hanno beccato, mi ero nascosto sotto un camion ma non ce l’ho fatta. Adesso mi fa male tutto. Mi hanno picchiato e rotto il cellulare. Sto molto giù fratello». Anche Amjad, un 25enne pakistano incontrato nel bel mezzo della “rotta balcanica” mi ha scritto dicendomi che è stato ricacciato indietro dalla polizia croata. «Ci hanno picchiato. Ora siamo di nuovo a Bihac». La violenza della polizia croata al confine è il dato più preoccupante che abbiamo rilevato nel nostro viaggio. Abbiamo incontrato tante storie di violenza e sevizie compiute dalla polizia croata nel respingere i migranti in Bosnia, come quella di Azin, iraniana, che ci ha raccontato: «Mentre la polizia ci picchiava, nostra figlia era lì che assisteva a tutto. Per farla stare zitta, le hanno versato l’acqua addosso». 

Balkan route 

La cosiddetta “rotta balcanica” è passata alle cronache tra il 2015 e il 2016. In quel periodo centinaia di migliaia di migranti (in maggioranza siriani), una volta sbarcati in Grecia, attraversavano i Balcani per raggiungere l’Europa occidentale. È importante ricordare il campo informale che si era creato a nord della Grecia, Idomeni, dove circa 10mila esseri umani si erano ammassati al confine con la Macedonia, in condizioni tremende. Non fornendo alcun tipo di via legale per raggiungere il continente, l’Europa costringeva di fatto – e di fatto costringe – migliaia di persone a dover intraprendere viaggi della speranza che producono vittime, violazione dei diritti umani e illegalità, come la creazione di rete di trafficanti di essere umani. 

Nel marzo 2016, con l’accordo tra Ue e Turchia, l’Unione è di fatto riuscita a diminuire drasticamente gli arrivi in Grecia. Nel 2015 i migranti registrati nel paese ellenico furano 856.000, nel 2016 invece 173.000, nel 2017 addirittura 29.718, mentre per il 2018 ci si aspetta un numero molto simile all’anno precedente, secondo le cifre dell’UNHCR. 

Ma a che prezzo? Pur essendo diminuiti incredibilmente il numero degli arrivi, quell’accordo non ha reso la Grecia completamente immune al fenomeno. Così, chi arriva qui, continua a tentare il difficile viaggio attraverso i Balcani per raggiungere Germania, Italia, Austria e restarci o proseguire verso altre mete europee. Oggi la rotta Balcanica è cambiata, non passa più per Macedonia, Bulgaria, Serbia e Ungheria, ma si è spostata verso sud, passando per Albania, Montenegro, e Bosnia. Il motivo è semplice: il governo di Viktor Orban è riuscito a far desistere chi provava a superare l’Ungheria attraverso violenze sistematiche operate dalla polizia di confine e l’innalzamento di barriere con doppio filo spinato lungo tutto il confine serbo.

New balkan route

Così, dopo aver attraversato Albania e Montenegro senza troppe difficoltà, pakistani, magrebini, afghani, siriani, indiani, irakeni, iraniani e curdi si fermano al confine settentrionale con la Croazia. Bihać e Velika Kladuša sono le due cittadine dove oggi si stanno ammassando centinaia di migranti. «Fino ad aprile di quest’anno i numeri erano molto bassi», spiega Adem, un operatore della Croce rossa bosniaca. «Poi la rotta balcanica è evidentemente cambiata, perché sono iniziati ad arrivare in centinaia ogni settimana. Considera che ieri a pranzo abbiamo distribuito 900 pasti». A Bihać la gente è stata “accomodata” in una scuola abbandonata. Residuo bellico della guerra bosniaca, abbandonata per venti anni, è stata l’unica soluzione che il comune ha potuto fornire. In effetti, stando ai numeri ufficiali forniti dal ministero degli Interni bosniaco, nel 2017 il numeri di arrivi di migranti nel paese era stato di 700 persone; oggi, nei primi mesi del 2018, sono state registrate 6500. Numeri che certificano un aumento esponenziale.

Bloccati in Bosnia. L’inferno tra Bihać e Velika Kladuša

Dentro la struttura abbandonata, vivono circa trecento persone. L’elettricità è stata recentemente ripristinata dalla Croce rossa, i servizi sanitari sono stati posizionati nel cortile. A parte ciò, è un palazzo distrutto, con stanze non agibili perché pericolanti o con buchi sul pavimento profondi metri. Nulla a che fare con la decenza o la dignità. «Pensiamo che d’estate sarà anche peggio. I numeri sono destinati ad aumentare. La Croazia non fa passare nessuno, e la gente si ammassa qui», conclude Adem.

Al primo piano, salita la rampa di scale interna, ci rendiamo conto della pericolosità del palazzo. Sprovvista di corrimano, la scalinata ha una fessura, un pertugio che sale per metri fino al soffitto. Ci sono molti bambini che giocano. Adem ci dice che nell’ultimo periodo sono aumentate le famiglie e che adesso ci sono circa 50 bambini. Un bambino gioca a nascondino fra le scale, pericolosamente si sporge, e ci rendiamo conto che quella fessura potrebbe inghiottirlo in un baleno. 

L’incubo della polizia croata 

Proseguendo, entriamo in una stanza dove siamo stati invitati da un gruppo di curdi a bere del the. Una piccola lampadina pende dal soffitto, illumina una stanza sporca, dove il cemento è l’unico arredo. Coperte adagiate a terra, un bollitore, carica batterie e zaini compongono caoticamente l’ambiente. «Abbiamo provato molte volte a superare il confine, ma la polizia croata ci ricaccia indietro», racconta Javarin, un curdo-irakeno che parla un ottimo inglese. Ha dei tatuaggi sulle braccia, un aspetto robusto e fiero. «Ieri con un gruppo di amici miei siamo andati verso il confine. Dopo un’ora che camminavamo io ho deciso di tornare indietro, ero stanco», prosegue ridendo. Oggi quel gruppo di amici è ancora in viaggio dentro la Croazia, tra le foreste per evitare di essere catturati dalla polizia croata. Scappano perché, ci raccontano tutti da queste parti, temono sì che le autorità croate li rispediscano indietro in Bosnia, ma anche perché non vogliono essere picchiati, derubati e umiliati dalla polizia: «Molti qui sono stati malmenati dai croati. Se trovano un cellulare che gli piace se lo tengono, se invece è un cellulare di poco conto lo distruggono oppure rompono la porta d’ingresso del carica batterie con un coltello. Fanno questo perché sanno che utilizziamo il cellulare per orientarci nella foresta con il gps», testimonia Javarin.

Delle dieci persone presenti in quella stanza tutte annuiscono e tutte raccontano di aver subito ruberie e violenze da parte della polizia croata. «Guarda che hanno fatto al mio tablet», interviene un ragazzo mostrandomi il suo dispositivo rotto. «E guarda il mio cellulare», fa un altro ancora, mostrando lo schermo distrutto. 

A questo punto Javarin ci racconta di una famiglia curda-iraniana da poco ricacciata indietro dalle autorità di confine croate. E li va a chiamare per farceli incontrare. Poco dopo entra Azin, dolorante, si tiene con una mano la schiena. Sua moglie lo accompagna per aiutarlo a sedersi, al loro seguito c’è la figlia di 8 anni. Tutti e tre hanno uno sguardo triste, incredibilmente sofferente. Le smorfie di dolore segnano il volto del marito non appena si muove. «Siamo stati beccati ieri mattina», dice Azin mentre ci mostra i segni delle percosse sul suo corpo. Ematomi sulle spalle, sulla schiena e sulle caviglie. La moglie delicatamente aiuta il marito a tirarsi su la maglietta e i pantaloni. «Una volta superato il confine, abbiamo iniziato a camminare in strada», riprende l’uomo. «Sai, noi siamo con una bambina, non possiamo passare attraverso le foreste per molto. Dopo che ci hanno trovato, ci hanno arrestato e portato nella foresta vicino al confine. Dopo di che, lontano da occhi indiscreti, ci hanno iniziato a picchiare con i manganelli». 

La storia di questa famiglia curda non è un caso isolato. Quasi tutte le persone da noi intervistate tra Bihać e Velika Kladuša, hanno testimoniato di aver subito violenze e di essere stati derubati dalla polizia croata. La Croazia è uno Stato membro dell’Unione europea e condivide con gli altri 27 le responsabilità politiche. Anche per quanto sta accadendo lungo la Nuova rotta balcanica.  

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