08/04/2019 Collettivo Flow

TERREMO10, i motivi della due giorni di Roma a dieci anni dal terremoto de L’Aquila

48 ore. Parti da Roma. Arrivi in uno dei comuni terremotati. Di un terremoto qualunque. Inizi le interviste. Cerchi di raccogliere più materiale possibile per produrre (almeno) tra i due e i quattro “pezzi”. Intervista. Racconto. Inchiesta. Reportage. Deve esserci tutto. Ovviamente, foto e video. E il tweet! Fallo il tweet!

>> TERREMO10. Il programma della due giorni al Macro Asilo di Roma (11 e 12 aprile)

Torni a casa e inizia la produzione. Anche qui, 48 ore. Se sei fortunato e hai un direttore che accetta che ciò che hai raccolto il giovedì e il venerdì esca il lunedì.

La domanda è: cosa mai si può scrivere, fotografare, girare in 48 ore? Che tipo di “prodotto” verrà fuori?

Eccolo il grido di aiuto che, da noi giornalisti, viene rivolto ai “territori”. È il sistema stesso del giornalismo italiano il primo, vero problema per una narrazione reale. O almeno fedele.

I dieci anni dal terremoto de L’Aquila sono – purtroppo – l’esempio perfetto di tutto ciò che, da allora, non ha funzionato. Perché in questi stessi dieci anni è “esploso” il giornalismo web. In questi stessi dieci anni siamo entrati in crisi, come giornalisti, e in questa crisi siamo rimasti fermi. Siamo ancora qui e stiamo aspettando di capire come muoverci in questo (nuovo, per assurdo) ecosistema. Chi racconta ha perso contezza del proprio, personale e unico, racconto di vita. E ha perso contezza di un mondo.

Il terremoto de L’Aquila è diventato il terremoto di Amatrice, delle Marche, del Centro Italia. Fino a far esplodere la vera questione, tenuta a distanza dagli organi di informazione: quella dell’Appennino centrale. Un territorio dimenticato dalla politica. Questo è facile scriverlo. Ma dimenticato anche da chi fa del racconto la propria professione. Sì, siamo in crisi. E il primo passo da fare è quello di ammettere la nostra incapacità ad affrontare questioni complicate vivendo questo lavoro a una velocità da tempo insostenibile.

La domanda è semplice: come faccio io, giornalista di un qualsiasi quotidiano o sito di informazione, a partire da Roma, recarmi in zone che non conosco se non per qualche gita fuoriporta, incontrare le persone “giuste” per capire quei territori, tornare a casa e raccontare cosa sta succedendo lungo tutto l’Appenino centrale?

Non è una scusa, sia chiaro: è una domanda che in pochi si fanno e per questo le responsabilità sono nostre in prima battuta. Nostre perché non alziamo la voce nei confronti dei nostri “giornali”, perché non ci ribelliamo a questo sistema, soprattutto, perché usiamo “inchiesta” o “reportage” per qualsiasi prodotto editoriale che preveda il semplice uscire dalla redazione, luoghi sempre più infernali nei quali ormai trascorriamo il 90 per cento del nostro tempo di lavoro.

Da qui parte il ragionamento che faremo l’11 e il 12 aprile al Macro Asilo di Roma per la due giorni di TERREMO10.

Ma capire come entrare in relazione prima di uscire dalla redazione e come continuare a esserlo una volta rientrati – quindi 48 ore dopo – non basta. Non può bastare. Quella infatti è solo la prima fase: il riconoscimento.

Per dare vita a un ragionamento che punti veramente a una soluzione, dobbiamo entrare tutti in crisi. Entrare nella seconda fase: la consapevolezza. In questa situazione nessuno può considerarsi esente da responsabilità.
Se, come vediamo ogni giorno, la voce dei territori resta confinata geograficamente in quegli stessi luoghi, se l’opinione pubblica si muove freneticamente da un problema (o da un non problema) a un altro, è responsabilità di tutti noi che non siamo più in grado di mantenere alta l’attenzione, non permanente ma almeno continuativa. La terza fase è l’azione, che nasce dalla crisi e si fa piccola rivoluzione: i vuoti raccontati da chi li riempie, le pietre che respirano, i punti di vista che cambiano e fanno paura ma che poi, sotto sotto, sono occhi umani anche quelli.

È che entrano in gioco direttamente le realtà che operano in quei territori. Per anni abbiamo ripetuto come un mantra che i vari Bertolaso, Cialente, Pirozzi, etc., senza il dramma del terremoto non sarebbero mai balzati agli onori delle cronache nazionali. Forse, non sarebbero mai neppure esistiti per come li conosciamo oggi.

Ebbene, lo stesso ragionamento vale anche per realtà come il 3e32 o per Terre in Moto, per le Brigate di solidarietà attiva o per progetti editoriali come NewsTown.

La domanda, qui, è però diversa: per queste realtà abbiamo fatto o stiamo facendo tutto ciò che era nelle nostre possibilità per “emergere”, per “coinvolgere”, per far ripartire quei territori?

Analizzando quanto accaduto a L’Aquila, visto che si tratta – almeno in partenza – di una tavola rotonda di confronto e analisi, possiamo, anzi, dobbiamo vedere tutti i fallimenti del caso.

Pensiamo a come non siamo stati in grado di sostenere il lavoro che Mattia Fonzi ha fatto con e per NewsTown. O come poco stiamo sostenendo l’operato di Terre in Moto. E non parliamo a livello di militanza, ma da quello del nostro mondo, dell’informazione.

Quanti articoli hanno scritto Mattia Fonzi o Alessandro Tettamanti sulla situazione aquilana una volta finita “l’emergenza terremoto” (a livello mediatico)? E, contemporaneamente, a ogni anniversario, quanti giornalisti sono partiti da ogni parte d’Italia solo per andare a replicare lo stesso, identico lavoro (tutti, tranne poche eccezioni), invece di valorizzare la conoscenza del territorio e delle dinamiche aquilane dei colleghi del posto?

Quante volte le redazioni hanno rifiutato un pezzo di un giornalista aquilano? Soprattutto, questo il vero problema, quante volte una redazione ha alzato il telefono a riflettori spenti solo per capire la situazione, per sapere se qualcosa si stava muovendo?

Eccolo il nostro vero problema: l’inseguimento. E non parliamo della notizia, ma del trend: di L’Aquila si parla sempre, ogni anno, tra il 25 marzo e il 10 aprile. Delle Marche non si parla mai. Di Amatrice ogni agosto. Del terremoto dell’Umbria non c’è più traccia: ormai è troppo “vecchio”, in là con i tempi, per essere di interesse nazionale.

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