15/03/2018 Raffaele Lupoli

La lotta solitaria dei braccianti e le minacce al sociologo che li difende

30 giugno 2014, Latina. Sulle inferriate esterne dello stadio Francioni compare uno striscione: “Marco Omizzolo Roberto Lessio zecche di merda senza dignità”. C’è anche la firma: Curva Nord. Quella stessa che nel periodo in questione, sotto l’egida del presidente e parlamentare di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta, sognava la promozione in A. A una parte dei tifosi non era andata giù l’inchiesta – pubblicata una settimana prima sul Manifesto – di Omizzolo e Lessio, giornalisti e attivisti del territorio pontino, dedicata agli affari del presidente, all’occultamento di capitali tramite le società sportive e agli ambienti poco raccomandabili che frequentava. “Ebbene, quello striscione rimase per 24 ore esposto e sorvegliato a vista da un soggetto probabilmente appartenente al clan Di Silvio che ostentava la sua pistola, in pieno centro a Latina” racconta al Salto Marco Omizzolo. “In ogni caso quell’inchiesta sul Latina calcio ha poi portato a scoprire un pericoloso intreccio di interessi, da qui la risposta violenta nei confronti miei e di Roberto”.

Infiltrato tra i braccianti

Brutti segnali, un chiaro indice della capacità di controllare il territorio e al tempo stesso di determinare un clima per cui a nessuno è venuto in mente di tirare giù quella scritta offensiva. Eppure, a distanza di tempo, la magistratura inquirente ha indagato (e continua a farlo) sia i legami sospetti tra il deputato di destra e gli ambienti criminali della città, sia la forte influenza che egli esercitava sull’attività amministrativa non tanto in virtù della sua carica istituzionale, ma proprio per i rapporti “con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata locale”.

L’attività di Marco Omizzolo sul territorio della provincia di Latina non è soltanto rivolta al racconto giornalistico degli intrecci politico-criminali. Omizzolo è anche sociologo, ricercatore e attivista nel territorio. Uno dei suoi lavori di ricerca più intensi lo ha visto confondersi per tre mesi con gli indiani sikh, lavorare con loro nei campi sotto caporale, in modo da verificare e vivere dall’interno le condizioni di sfruttamento alle quali è costretta questa comunità, ormai stanziale da anni nella zona e impiegata in agricoltura per l’intero arco dell’anno, eppure senza accesso al welfare né a tutele minime.  “Si fidano perché entro in contatto diretto con loro e li ascolto uno a uno, verificando di persona quello che riportano e denunciano e che spesso non non viene ritenuto credibile soltanto perché sono stranieri, braccianti e non conflittuali”.

Uno sciopero “spartiacque”

Il lavoro al fianco degli operai pagati pochi euro l’ora crea, con il passar del tempo, un legame di fiducia tale che questa comunità decide – caso più unico che raro – di incrociare le braccia per un’intera giornata. Migliaia di persone che scendono in piazza non passano certo inosservate, soprattutto agli occhi di chi è abituato a disporne come schiavi e come “strumenti” per calmierare il costo della manodopera. “È il 18 aprile 2016 – ripercorre con la memoria Marco Omizzolo -. Siamo in piazza a Latina, proprio davanti al palazzo della Prefettura. Duemila braccianti con la Flai Cgil e con noi della cooperativa InMigrazione a scioperare, e altrettanti nelle campagne fermi per un giorno. Tre imprenditori mi fermano e mi accusano di essere quello che sta distruggendo l’unico settore trainante dell’economia del territorio. Un episodio a dir poco sgradevole visto il contesto: eravamo davanti a migliaia di persone che rivendicavano diritti di base e davanti alle sedi delle istituzioni e quelle persone non hanno avuto alcuna remora a minacciarmi”.

Passa qualche settimana e gli effetti dello sciopero si fanno sentire: i riflettori puntati sulle imprese agricole locali, le denunce in aumento, qualche controllo in più fanno sentire alle stretti quelli che non vogliono fare a meno del lavoro nero, grigio o comunque sottopagato. È così che in numerosi Comuni in provincia di Latina, a casa di Marco Omizzolo e in altri luoghi  arriva un volantino : “Quel foglio anonimo accusava la Cgil e me, con nome e cognome, di essere al centro di un fantomatico traffico di esseri umani, di un business che mi avrebbe fruttato una percentuale per ogni bracciante impiegato nelle campagne pontine. Dopo il successo ottenuto dalla mobilitazione dei braccianti, la macchina del fango non si è fatta attendere. Poco tempo dopo hanno bucato le gomme della mia auto e oggi sono invece arrivati a un’aggressione molto più violenta e organizzata”.

Ancora atti a scopo intimidatorio

Omizzolo si riferisce a quello che gli è accaduto una settimana fa, quando nel corso della notte la sua auto è stata devastata: pneumatici squarciati, cofano bucato con numerosi colpi, vetri rotti e una strana S sulla fiancata destra, che qualcuno ha detto essere una svastica. “Non era una persona sola” dice il sociologo, e racconta: “Fino a qualche ora prima, quella sera, ero a Venezia per una lezione all’Università e nessuno sapeva del mi rientro. Questo vuol dire che qualcuno mi ha seguito o comunque teneva d’occhio la mia abitazione”.

Ancora una volta, l’aggressione coincide con una particolare evoluzione del lavoro sul campo di Marco Omizzolo. “Sono state settimane intense – spiega ripercorrendo le sue attività più recenti -. Ho dato un contributo a un’inchiesta del programma di Riccardo Iacona “Presa diretta” sulla cooperazione internazionale, approfondendo la vicenda di una cooperativa che gestisce un centro di accoglienza e ha permesso ad alcuni suoi ospiti di essere reclutati da caporali. Quei ragazzi sono finiti a lavorare a 10-20 euro per 14 ore al giorno, pagando perfino i corsi di italiano che il centro dovrebbe offrire gratuitamente. Chi li recluta approfitta del fatto che non hanno bisogno di pagarsi da dormire e li pagano anche meno dei sikh. È in atto un processo di sostituzione dei braccianti indiani sindacalizzati con i richiedenti asilo: è un’altra forma di reazione allo sciopero del 18 aprile. Per fortuna la comunità sikh non è caduta nella trappola di chi cerca di generare una guerra tra poveri”.

150 denunce, ma le istituzioni latitano

Il sociologo di Sabaudia, che è anche autore di un libro sul radicamento delle mafie nel suo territorio (“La quinta mafia”, Radici future) negli stessi giorni aveva evidenziato anche alcune aree grigie relative ai settori della vivaistica e della nautica, ma la sua attività più “fastidiosa” è forse quella legata alla tutela dei braccianti, con un certosino lavoro di raccolta delle denunce e di informazione che li rende consapevoli dei loro diritti. “Ho continuato a girare con un avvocato per le campagne raccogliendo le loro testimonianze e accompagnandoli nella denuncia. Dopo lo sciopero del 2016 dalle istituzioni non è giunta alcuna forma di tutela e di tutoraggio per chi si ribella. Noi da soli abbiamo raccolto più di 150 denunce ai danni di aziende, caporali e trafficanti soprattutto indiani, consentendo l’avvio di numerose cause di lavoro”.

La battaglia silenziosa e solitaria dei braccianti ha fatto registrare, poche settimane fa, un’importante vittoria. Per la prima volta in Italia, è stato concesso a un bracciante che ha denunciato i caporali il permesso di soggiorno per motivi di giustizia. Marco Omizzolo non esita a definirlo “un cambio di passo importante, perché ora possiamo dire a chi denuncia che non solo si può liberare dalla schiavitù, ma gli viene riconosciuto uno status che premia quella scelta. Abbiamo uno strumento in più dalla nostra parte insomma e di questo si è accorto anche chi ha interesse a tenerli sotto ricatto”. Hardeep, questo è il nome di fantasia con cui chiamano il bracciante originario del Punjab per evitare di esporlo a rischi, viveva in una roulotte parcheggiata nel terreno privato del suo datore di lavoro, titolare di una azienda agricola con stalla, campo agricolo e agriturismo. L’intervento dei carabinieri del Comando provinciale di Latina – stimolato dal lavoro di Omizzolo e InMigrazione insieme alla Comunità Indiana del Lazio con il suo presidente Gurmukh Singh – ha scongiurato che l’uomo arrivasse a mettere in atto il proposito, spesso dichiarato ai suoi connazionali, di togliersi la vita. Quello che ha vissuto lo racconta nel documentario che segue, realizzato da Stefano Augeri e Federico Mercuri.

Per motivi di giustizia: la ribellione di Hardeep

Video di Stefano Augeri e Federico Mercuri

 

 

Sulle spalle dei volontari

La sua determinazione a emanciparsi dalla schiavitù ora è di stimolo per altri braccianti: “Hardeep gira con me nei diversi templi indiani per testimoniare che la ribellione è possibile, invitando i suoi connazionali e compagni a fare altrettanto. Continua a subire minacce e pressioni ma ora sa di poter contare sulle istituzioni italiane, sulla sua comunità e sulla coop In Migrazione”, spiega Omizzolo, che rivela un altro elemento: nelle stesse condizioni di Hardeep c’era anche un collega sardo. “È una condizione molto diffusa nelle campagne pontine – conclude il sociologo – e quello che lascia allibiti è constatare che nessuna istituzione sostiene percorsi di prevenzione, corretta informazione e accompagnamento alla denuncia, così il riscatto di centinaia di essere umani si fonda esclusivamente sull’impegno per forza di cose ‘h24’ di un manipolo di volontari”.

Già, perché lo sciopero di aprile 2016, insieme alla morte della bracciante italiana Paola Clemente, è stata tra i fattori che hanno favorito l’approvazione delle nuove norme contro il caporalato, ma l’intervento legislativo si è fermato alla fase repressiva. “Sul piano penale nulla quaestio – riprende Marco Omizzolo -: oggi ci sono più strumenti. E non a caso la provincia di Latina ha la più alta percentuale di ‘padroni’ e caporali arrestati. Lo Stato però, nelle sue diverse articolazioni, non ha messo in campo né una strategia e né strumenti adeguati per prevenire il fenomeno dello sfruttamento e per accompagnare il percorso di chi denuncia. Chissà quante ne avremmo avute di denunce se oltre a noi fossero stati impegnati altri soggetti e risorse adeguate”. Da sola e senza fondi nessuna associazione può affrontare un fenomeno così radicato: servono tempo, personale e competenze. Ma evidentemente la voce di quegli imprenditori che accusano chi difende i braccianti di danneggiare l’economia locale pesa più della liberazione dalla schiavitù di centinaia di persone.

 

15 marzo 2018

 

RSS
Follow by Email
Facebook
Google+
https://www.ilsalto.net/sud-pontino-braccianti-marco-omizzolo/
Twitter