21/05/2019 Anna Lodeserto

Europee 2019. Altro che #stavoltavoto, l’astensionismo è dietro l’angolo

Stavolta vedrai che non voto…” è l’espressione più comune (seconda solo alle manifestazioni più variegate di disagio profondo a fronte della scelta delle preferenze nominative in caso di certezza nell’atto fisico del recarsi alle urne) captata dalle mie orecchie in queste ultime settimane a ridosso delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo in programma nei 28 Stati membri (incluso il Regno Unito con la partita Brexit ancora aperta) tra il 23 e il 26 maggio 2019 (in Italia nella sola giornata di domenica 26 maggio dalle ore 7:00 alle ore 23:00).

Questa ipotesi, trasformata in molti casi e con l’avvicinarsi di tale data in una programmazione certa a fronte dell’impossibilità del voto, non è necessariamente né strettamente connessa a quel disagio dato dalla scelta da compiersi proprio durante una delle campagne elettorali più volgari della storia e, da un rapido excursus a ritroso negli ultimi 40 anni, quella più distante dall’Europa in quando dimensione geografica, in quanto percorso politico e sociale e dissociata nei contenuti e nei linguaggi dai temi di competenza europea al punto da giustificare le crisi tanto dei perplessi nella scelta quanto negli/lle impossibilitati/e, ma comunque in crisi tanto quanto i primi. Eppure, credo fortemente che proprio i quarant’anni dalle prime elezioni dirette avvenute nei nove stati membri di quella che nel 1979 era ancora la Comunità europea, considerate anche le prime consultazioni internazionali di tal genere della storia dell’umanità, avrebbero meritato qualcosa di più e senz’altro qualcosa di molto diverso dallo scenario attuale come osservato in Italia e nel resto d’Europa (votante e non).

Le elezioni, quelle di questo maggio 2019, iniziano a essere conosciute oltre le cerchie più tecniche prevalentemente per l’espressione e la pratica del ‘parlare di tutto fuorché dell’Europa’ e questo con ampia complicità da parte dei mezzi di comunicazione di massa tradizionali che si dilettano in improbabili quanto impotenti duelli tra ‘europeisti’ e ‘sovranisti’ senza cogliere il senso né la prospettiva di nessuno dei due termini, guardandosi bene dall’invitare coloro che leggono all’approfondimento e, semmai, al rifuggire da entrambi in cerca di una concretezza e di esperienze diverse. 

Eppure, i piani di comunicazione delle campagne elettorali avrebbero potuto contare su canovacci di ben altro stampo, dato che i rispondenti ai sondaggi su un campione di quello che è considerato il più grande elettorato transnazionale al mondo con circa 420 milioni di cittadini aventi diritto al voto in 28 diversi paesi (Stati membri dell’Unione europea), avevano indicato, secondo i sondaggi ufficiali della serie “Eurobarometro” commissionati dal Parlamento europeo l’anno precedente quello della consultazione, tra i temi sui quali avrebbero voluto ascoltare proposte qualificate la lotta al terrorismo (49%), la lotta alla disoccupazione giovanile (48%), l’immigrazione (45%), l’economia e la crescita (42%), la lotta contro il cambiamento climatico, la protezione dell’ambiente, la promozione dei diritti umani e della democrazia (circa il 30% per questi ultimi). Se la lotta al terrorismo e le politiche migratorie (che potrebbero rientrare nelle “competenze concorrenti”, ma in nessuno dei due casi possono essere considerate di competenza esclusiva dell’Unione europea sul piano giuridico-istituzionale) intervengono quotidianamente nel dibattito pubblico con fini elettorali nutrendosi di un linguaggio propagandistico e di una manipolazione di dati e informazioni, tanto dall’essere al momento quasi sovrastate come tematiche dalla conseguente battaglia nei confronti delle cosiddette “fake news” (letteralmente in italiano “notizie false” ovvero espressione con la quale si fa riferimento indica ad articoli e altre produzioni, prevalentemente scritte, frutto di informazioni inventate, ingannevoli o distorte), gli altri temi, che afferiscono principalmente alle “competenze di sostenere, coordinare e completare l’azione degli Stati membri secondo l’articolo 6 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)” e alle “competenze di fornire orientamenti per il coordinamento delle politiche degli Stati membri (articolo 5 dello stesso Trattato di cui sopra)” appaiono del tutto assenti o sfiorati in maniera estremamente irrealistica.

Oltre alla vacuità del dibattito e alla fuga dai contenuti e dai temi, la tornata elettorale alle porte può essere vista come quella, ancor più di quelle che hanno dato forma e anima alle otto legislazioni precedenti, che già nella sua svilita corsa ai seggi affolla ulteriormente gli spalti degli esclusi, non foss’altro per mera progressione storica nella quale si sommano contraddizioni irrisolte (come quelle legate alla partecipazione giovanile e femminile), per il protagonismo di diatribe locali con obiettivi di breve periodo e di natura prettamente – se non esclusivamente – nazionale con connotati nazionalistici e regionalistici e per il lampante aumento, nel frattempo, delle diseguaglianze in numerosi contesti nazionali che si estende ben oltre le statistiche e si ripercuote anche nel confronto transnazionale quando questo non può farsi sintesi armonizzante, ma resta sul piano divisivo della ‘somma dei molti che ambiscono a restar singoli e unici’.

Ironia del linguaggio che ci riserva sempre sorprese e interrogativi più di quanto la foga del macinare giornate arginando pensieri vorrebbe concedere, la campagna istituzionale del Parlamento europeo si intitola proprio “Stavolta voto e vorrebbe puntare in particolare al coinvolgimento delle giovani generazioni e, magari, all’elettorato euroscettico che invece, stando ai sondaggi, si stima dovrebbe precipitarsi alle urne senza necessità di alcuna spinta di matrice istituzionale, anzi. Una campagna, a discapito dell’importanza e dall’estrema urgenza di piani di comunicazione e di coinvolgimento credibili anche da parte delle istituzioni e di interruzione di quella delega operativa pressoché totale nei confronti di organizzazioni della società civile e di società di consulenza che ha finito per indebolire ulteriormente la credibilità degli attori pubblici, che nasce già in contraddizione con la propria esortazione. Innanzitutto, pone immediatamente una contraddizione nella traduzione italiana del nome della campagna (traduzione in ogni caso letterale dall’inglese “This time I’m voting”) chiamando sul palco coloro che finora si presume non abbiano votato, principalmente per ragioni di età (ma senza predisporre adeguati strumenti né linguaggi per la comunicazione con i tardoadolescenti che dovrebbero avvicinarsi al voto tra i 18 e i 20 anni a parte quella legata all’iniziativa di turismo giovanile “DiscoverEU” con qualche, seppur debole, sinergia di comunicazione con “Stavolta voto”) o di comportamento elettorale, in particolare per quanto riguarda l’astensionismo elettorale che nelle ultime elezioni europee aveva raggiunto quasi il 60% (sui 28 Stati membri, inclusa la neo-entrante Croazia) e dovrebbe, ma non è chiaro su quale base innovativa, farlo attraverso l’azione propulsiva di ‘coloro che hanno sempre votato’ o che comunque già ritengono importante farlo.

In molte delle analisi relative all’astensionismo, a fronte di un dato così importante, registrato negli Stati membri in occasione delle elezioni europee dell’anno 2014 venivano già chiamata in causa la fascia di popolazione giovanile tra i 18 e i 24 anni poiché individuata come quella maggiormente assente dalle urne pur dimostrando, anche negli stessi sondaggi, atteggiamenti maggiormente positivi nei confronti dell’appartenenza all’Unione europea rispetto alle generazioni precedenti. Eppure, quello che mi sorprende è come tutte queste analisi si concentrino sui livelli di fiducia nella politica, sul grado di attaccamento o meno alle istituzioni e su altre variabili più generiche riconducibili alla dimensione di senso civico, senza porre mai in dubbio le procedure elettorali o l’impossibilità di recarsi materialmente alle urne proprio da coloro che l’Europa la vivono quotidianamente, e non solo sotto il timer dell’assegnazione di cariche altrui, come dimensione totale, ben al di là del seggio, al di là dello Stato membro, al di là del fondo di finanziamento, al di là del singolo progetto o bando di turno.

L’espressione “stavolta non voto” l’ho raccolta, infatti, proprio tra coloro che, per diverse ragioni di impegno, vivono in più di una dimensione geografica spesso costruita proprio a partire da quell’impegno e sfidando le mille e più ottusità di un’epoca che sembra vedere nella mobilità, innanzitutto umana, sulla quale si basa inequivocabilmente la stessa storia dell’intero globo terrestre, un crimine da frenare con misure legislative ed economiche ogni giorno più repressive. Coloro che vivono pienamente la mobilità a partire dalla nascita nella parte privilegiata del mondo e a seguire dalla costruzione di percorsi resi possibili anche grazie alla cittadinanza dell’Unione europea come istituita dal Trattato di Maastricht del 1992 maturano esigenze sempre più lontane dalle logiche della stanzialità e dalle lottizzazioni dei voti su base locale che continuano a dominare i meccanismi elettorali (e le stesse campagne elettorali) e questo sia sul piano teorico, che su quello meramente logistico. La stessa Brexit, con la bassa partecipazione della popolazione giovanile al referendum consultivo del 23 giugno 2016, aveva già evidenziato quanto proprio coloro maggiormente coinvolti in una dimensione internazionale, fossero impossibilitati/e anche per basilari ragioni di studio, di lavoro, di volontariato o di attivismo politico a presenziare con la propria preferenza fisica.

Un’Unione europea che possa realmente sentirsi tale dovrebbe mettere seriamente in discussione i meccanismi di voto attualmente in vigore, dovrebbe avere il potere reale di farlo e la volontà di consentire la competizione tanto a elettori mobili, anche sul brevissimo raggio della settimana elettorale, quanto a vere e proprie liste transnazionali. La mancata approvazione da parte del Parlamento europeo della possibilità di presentazione di liste transnazionali risalente al mese di febbraio dello scorso anno è stato solo uno dei più gravi, tra i tanti, freni alla costruzione di meccanismi che possano andare finalmente oltre i limiti degli Stati nazionali e riconoscere effettivamente la possibilità di una seria e leale competizione a coloro che già vivono e costruiscono un’Europa oltre le frontiere ma che, paradossalmente, non possono neanche candidarsi e devono accontentarsi di restare nel limbo del “Se posso, anche stavolta voto”. Voto dove? E per cosa? Per l’Europa degli Stati nazione che ne ha già costituito il limite finora? Per l’Europa che rinnega e reprime le proprie periferie e le proprie aree interne lasciandole preda dei localismi più sfrenati fino all’abolizione anche della forma minima di libertà di movimento e di pensiero?

Questo è quello che sento rimbombare in maniera stonata in quel “Stavolta voto”. Stavolta, perché prima non c’ero e “se c’ero, dormivo” come in un sagace titolo di Francesco Piccolo del secolo scorso. Stavolta, perché prima viaggiavo, non ero residente, non ero registrato/a, non potevo votare a distanza (e non posso ancora farlo ne so quando sarà possibile), lavoravo intensamente altrove senza possibilità di spostamento dei calendari altrui e mille altre ragioni che alternano il voto già alla base, senza studi mai sufficienti al riguardo, partendo dalle possibilità logistico-economiche della prossimità e stanzialità nel raggio del proprio seggio fisico, stanzialità che risulta ancora premiante rispetto alla mobilità, al di là della retorica sulla partecipazione generica, e finendo nei gangli delle leggi elettorali tutte rigorosamente diverse nei 28 Stati membri con formule declinate secondo singole scelte nazionali secondo quello che viene definito un “sistema elettorale polimorfo”. A questo si aggiunge l’ulteriore complessità data dalle procedure specifiche per esercitare il proprio voto, per i cittadini di un qualsivoglia Stato membro dell’Unione europea, in un paese che non coincida con quello di prima origine non sempre chiare, ma sempre particolarmente lunghe tanto da limitare ulteriormente il voto anche da parte dei cosiddetti ‘cittadini europei mobili’, ovvero circa 17 milioni di persone. A questi ultimi si sommano coloro che non sono ufficialmente registrati/e e che sfuggono alle statistiche, ma non per questo sono meno operativi/e né meritano di essere meno incisivi/e. 

Stavolta proprio non voto” continuano nel frattempo a ripetermi tanti/e colleghi/e e conoscenti di vari mondi e professioni che meriterebbero di essere rappresentati/e in un’entità transnazionale autentica o che aspiri a diventarlo, da docenti in mobilità transnazionale proprio in altri paesi europei, ma non per un tempo sufficiente né con preavviso e condizioni residenziali tali per potersi registrare altrove, cittadini europei mobili formalmente riconosciuti/e in quanto tali, giovani da contesti rurali che partono per la prima volta grazie a uno scambio culturale e questo avviene proprio quella settimana, giornalisti in missione altrove oltre alla situazione paradossale di persone di origine migrante residenti in paesi europei e spesso coinvolte nelle dinamiche tanto locali quanto nazionali del paese in questione, ma ancora e categoricamente escluse dal diritto all’essere rappresentante, così come a quello di poter rappresentare, che devono limitarsi ancora una volta a pensare “Neanche stavolta voto”. 

L’Europa che “stavolta vota” chiede ancora una partecipazione prevalentemente passiva, in particolare per tutte quelle che gli Stati membri amano etichettare come categorie di interesse primario sulla carta (giovani, donne, migranti, persone con minori opportunità e/o provenienti da contesti svantaggiati) guardandosi bene dallo sfiorare gli ostacoli ferrei che ne limitano l’accesso alla rappresentanza fino a impedirlo con forza sempre maggiore. I parlamenti per come li abbiamo conosciuti finora, del resto, continuano a rappresentare tali limiti, come quello che chiude l’attuale legislatura 2014 – 2019 e che si aveva iniziato il proprio mandato con un’età media degli eletti e delle elette di 53 anni, salita a 55 nel mese di marzo 2019 con una rappresentanza al di sotto dei trent’anni pressoché invisibile i cui membri si possono contare sulle dita di una mano e finiscono per essere relegati al campo delle eccezioni anziché a quello del lavoro collettivo per gli interessi e le proiezioni della popolazione giovanile attraverso priorità realistiche e non calate dal compatto emisfero adulto e da quello anziano. In alcuni paesi nei quali la situazione della popolazione giovanile è già particolarmente drammatica a livello nazionale, come la Grecia e l’Italia, è ancora in vigore persino l’ostacolo dell’età minima di 25 anni per presentare la propria candidatura per il Parlamento europeo, oltre alle rilevanti difficoltà già imposte dalle condizioni economiche, sociali e geografiche.

La situazione della rappresentanza è altrettanto drammatica anche per noi donne, che rappresentiamo attualmente il 36,2% del Parlamento europeo, una percentuale che si è persino abbassata rispetto all’inizio della legislatura nel 2014 (36,9%), ed è aggravata dal fatto che soltanto 11 dei 28 paesi abbiano previsto il ricorso alle quote di genere per questa tornata elettorale.

La percentuale di europarlamentari di seconda generazione o con patrimonio migrante, pur con tutta la necessità di rappresentanza e con l’invocazione in misura sempre più impropria da parte dell’intero spettro politico delle politiche legate alle diverse situazioni della condizione migrante, è talmente esigua dal non essere neanche tracciata attraverso analisi di dati accessibili. 

Quello che, vivendo intensamente l’Europa tutta, soprattutto quella spesso invisibile e muta dei contesti marginali sulle quali ho spostato in maniera crescente il mio impegno e le mie attenzioni operative negli ultimi dieci anni, vorrei sentire per le prossime elezioni è “Stavolta sarò votata/o” e vorrei sentirlo da giovani (quelli veri e seri, non i quarantenni come amano definirsi in molti paesi dell’Europa meridionale, tra cui l’Italia), da donne totalmente escluse, da candidate e candidati avulsi da logiche nazionali e da partiti, così come lontani dall’ossessione di contatti e conoscenze, e vorrei sentirlo da qualsiasi altra minoranze condannata a restar tale perché c’è bisogno di sensibilizzazione, di campagne tematiche, di informazione, di formazione e molto altro, ma non possiamo trascurare il bisogno urgente di rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono alla possibilità di essere destinatari di voto. Quello sì che sarebbe un voto, un voto lontano dalla retorica della diversità fine a sé stessa, ma che non venga negato all’imprescindibile diversità, soprattutto da quella imprevedibile, e possa, dunque, concretizzare una rappresentanza trasversale, animata, coerente con le sfide globali che un attore di scala europea non può continuare a posticipare, né a delegare lungo i limiti di confini ancora alimentati con forza anziché superati come un serio progetto di integrazione dovrebbe impegnarsi a fare.

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