07/07/2019 Elvis Zoppolato

Quando lo sport diventa riscatto esistenziale – intervista a Lorenzo Grison

 

Lorenzo Grison, in qualità di assistente al coach Lorenzo Gandolfi, lo scorso 22 giugno si è laureato campione d’Italia nella pallacanestro under 16 con la Stella Azzura Roma. Un mese prima, invece, ha vinto il campionato regionale del Lazio come allenatore del team under 13. Nato a Udine nel 1992, Lorenzo ha davvero una storia interessante alle spalle, una storia di riscatto, rivincita e trasformazione. È la classica storia di chi ha saputo ricominciare da zero, e, nel caso specifico, ciò è avvenuto tramite lo sport. Il lato commerciale e spettacolare dello sport negli ultimi tempi ha oscurato gli altri aspetti, ma la sua dimensione umana rimane ancora uno dei suoi connotati più affascinanti.

Lorenzo ha coltivato la passione per la pallacanestro sin da bambino, giocando a livello dilettantistico fino ai 18 anni. Non ha mai brillato particolarmente come giocatore, così a 16 anni ha deciso di iniziare ad allenare. Fino alla fine del liceo ha allenato nella sua piccola società di appartenenza, la D.L.F Udine; poi, è cominciato il periodo dell’università. Lorenzo molla tutto per andare a vivere a Venezia, dove si iscrive a Lingue Orientali senza troppa convinzione. Dopo un anno cambia e passa a Inglese e Tedesco ma la situazione non cambia, la motivazione non arriva e Lorenzo fa fatica a stare al passo con gli esami. Comincia a lavorare alla Biennale, quindi come pizzaiolo nell’isola della Giudecca. Una scelta, forse, quella dell’università, data un po’ per scontata, come se fosse un passaggio automatico da compiersi finite le scuole superiori. È così per molti. La palla a spicchi, però, a volte riaffiora nei pensieri di Lorenzo, e quella passione mai dimenticata comincia a insinuarsi nella sua mente.

Poi, l’inaspettato: nasce quasi per gioco l’idea di mettere assieme una squadra amatoriale con alcuni amici, i Crabs. O meglio, nasce per il gioco. A volte basta prendere in mano una palla per stravolgere la propria vita, afferrare per pochi istanti un oggetto che ci ricorda quanto ci fa stare bene quella cosa. È l’epifania del ritrovamento. Perché abbiamo smesso? Perché siamo stati così stupidi? Eppure lo sapevamo quanto ci piaceva. Domande che ci colgono impreparati, ma tant’è che non c’è tempo da perdere: quando i segnali sono chiari, cogliere l’attimo è l’unica filosofia possibile.

L’esperienza con i Crabs va avanti per quattro anni, finché Lorenzo decide di lasciare tutto per dedicarsi interamente allo sport. Si iscrive a Scienze Motorie a Gemona del Friuli e, nel frattempo, comincia ad allenare “veramente”: San Daniele under 16, Laipacco under 14, Feletto under 20 e la selezione provinciale di Udine. Dopo appena un anno il grande passo con la Stella Azzurra Roma, una delle società più competitive in Italia e in Europa: come capo allenatore vince il campionato regionale under 13; come assistente vince lo scudetto nazionale col gruppo under 16 e arriva secondo con quello under 18. Lorenzo è un esempio perfetto di ciò che significa “dare una svolta alla propria vita”, e per questo abbiamo deciso di rivolgergli alcune domande.

Innanzitutto una curiosità di carattere generale: che cosa si prova ad essere campioni d’Italia?

È un emozione incredibile. É una di quelle cose che ho sognato sin dall’inizio del percorso e che ora si è concretizzata veramente: ci stento un po’ a credere. A pensarci bene, però, non è una cosa così sorprendente: il gruppo era davvero straordinario. Un mix unico di talento, atletismo e gran voglia di vincere: si meritava lo scudetto. Giocatori pazzeschi!

Fino a un paio di anni fa studiavi lingue a Venezia, poi, di punto in bianco, la pallacanestro. Quindi, cambiare si può?

Ho vissuto a Venezia per sei anni nei quali ho studiato, lavorato e vissuto la magia della laguna. In quegli anni, io e un gruppo di amici abbiamo creato una squadra amatoriale, i Crabs, ed è grazie a loro che la passione della palla a spicchi è risorta. Volevo allenare a tutti i costi e ho deciso di farlo. Ho mollato tutto: la casa, la barca, il lavoro, gli amici, le ragazze. Mi sono iscritto a Scienze Motorie a Gemona del Friuli, quindi ho iniziato le prime esperienze come assistente a San Daniele prima e a Udine poi.

In tutto ciò, comunque, la passione è stata un fattore imprescindibile. Quindi, cambiare si può, ma nella direzione giusta?

Io ho cambiato stile di vita, amicizie e progetti per alimentare la passione per la pallacanestro, una passione che fino ai 18 anni mi aveva travolto completamente. È stato soprattutto per merito di un allenatore del D.L.F Udine che si è accesa la miccia. Voglia di migliorarsi, non mollare, spirito di squadra, prendersi cura di sé stessi: sono questi i valori che ho scelto di seguire quando studiavo a Venezia, valori che però ho incontrato nella pallacanestro. Da quando ho scelto di fare quello che volevo veramente, le soddisfazioni non sono mai mancate.

A volte è soprattutto la paura a impedirci di trasformare la nostra vita, nonostante un rinnovamento possa essere molto salutare. Quante volte ti sei detto, prima di mollare tutto e ricominciare da zero, “ma cosa cavolo sto facendo?“

La paura è soprattutto l’abitudine. Siamo tanto ancorati a delle situazioni di comfort che perderle ci sembra doloroso. Pensiamo che come viviamo adesso sia la condizione migliore che possiamo provare, ma è proprio perdere le certezze che ti porta dal passeggiare su strade conosciute al volare su sentieri inesplorati e meravigliosi. Mollare, perdere, scegliere di cambiare amici, città, morose, il tutto per andare in contro a una carriera apparentemente impossibile. Non è stato facile, ma caspita se ne è valsa la pena: sono campione d’Italia!

Qual è stato, in questi due anni, il momento più bello del tuo percorso, lasciando da parte ovviamente la conquista del titolo?

La cosa più bella è stata vedere come dei ragazzi giovani, forti, in gamba e determinati fossero pronti a sacrificarsi per realizzare un sogno. Vedere questa cosa mi ha dato la forza di decidere con coraggio sempre maggiore le cose per me importanti.

E il momento più duro?

Non è stato facile dire addio a un mondo conosciuto per ricominciare a studiare, neppure trasferirmi a Roma dove non conoscevo nessuno per lanciarmi anima e corpo in un progetto nuovo. Non è stato facile in generale scegliere tra la comodità e il rischio, tra l’abitudine e il lavoro, quello vero. Ho perso molte persone nel corso degli anni, persone a cui voglio davvero bene ma ho deciso di voler bene prima di tutto a me stesso. In questa prospettiva, perdere qualcuno o qualcosa è inevitabile, è una cosa che devi mettere in conto.

La tua è sicuramente la storia di un riscatto, un riscatto esistenziale che è avvenuto attraverso lo sport. Pensi che questo possa essere un valore importante nel mondo dello sport?

Penso che sia la cosa più bella, assieme alla soddisfazione di vedere la propria squadra migliorare giorno dopo giorno. Quante storie vediamo sui canali della ESPN del ragazzo in condizioni difficili che attraverso lo sport trova il riscatto e si realizza? Uno dei miei film preferiti, a essere sinceri, è 8 Mile, non proprio sullo sport ma sempre di sogni e di rivincite si parla. Da piccolo volevo troppo una storia così da raccontare e ora, forse, ce l’ho. Se non è questo un aspetto bellissimo dello sport, cos’altro può esserlo?

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