04/06/2018 Tiziana Barillà

Soumaila, Salvini, i pistoleri e noi

Hanno ammazzato Soumaila Sacko. Un bracciante, un sindacalista. La sera del 3 giugno, in Calabria, con una fucilata in testa.

Cos’è successo

Lui, e altri due braccianti, stanno percorrendo una strada sterrata verso un capannone industriale abbandonato sulla Statale 18, vicino Rosarno. Sono lì per cercare lamiere da usare nella baraccapoli in cui abitano insieme ad almeno altri 500. La baraccopoli di San Ferdinando, circa 10 chilometri più in là. Sono più o meno le 20,30, e qualcuno si accorge di loro. La loro ricerca finisce quando un uomo armato scende da una Panda bianca e spara due fucilate – questa la ricostruzione di Drane Maoiheri, uno dei due sopravvissuti. I carabinieri proseguono nella raccolta delle testimonianze e delle indagini. Secondo la loro ricostruzione il killer avrebbe sparato per “punire” i tre migranti. «Siamo convinti che questa sia una ricostruzione molto attendibile e non parlerei di ipotesi xenofoba o razzista» – ha dichiarato il maggiore dei carabinieri di Tropea, Dario Solito. Il sindaco di Rosarno, Giuseppe Idà, poi, ha tenuto a precisare che si è trattato di «gesto isolato e che non si può consentire che si parli ancora una volta di Rosarno come una città xenofoba, quando sin dai primi anni Novanta è stata tra le prime comunità d’Italia ad accogliere e aiutare». È questa la nostra preoccupazione? Come ci vedono gli altri? Come vogliamo che vci vedano se prendiamo a fucilate in testa un bracciante e sindacalista che prende delle lamiere per una baraccopoli?

Prima i pistoleri?

Quanto accaduto a Rosarno sabato sera, è il caso perfetto nella strategia di Salvini, che va a nozze con due delle sue ossessioni: armare gli italiani e punire gli immigrati. Un caso che avviene proprio a Rosarno dove il senatore leghista eletto in Calabria ha conquistato il suo seggio per la sua scalata. Sarebbe un’ottima barzelletta, ma non c’è più niente da ridere.
Soumaila Sacko aveva 29 anni. Era un bracciante e un attivista, un sindacalista di Usb. Non un ladro, non un “fancazzista”, non un parassita. Un bracciante e un sindacalista. Sarebbe cambiato qualcosa se fosse stato un parassita intento a rubare qualche lamiera da una proprietà privata? No. Ciononostante non è questo il caso. Soumaila aveva un regolare permesso di soggiorno, il capannone in cui si trovavano intenti a recuperare lamiere era chiuso da dieci anni per disposizione della magistratura, un capannone sotto sequestro perché all’interno sarebbero stati stoccati rifiuti pericolosi.

Soumaila, quindi, era un attivista dell’Unione sindacale di base, intento a difendere i diritti suoi e di chi – come lui e con lui – lavora in stato di schiavitù nella Piana di Gioia Tauro. Le sue braccia, insieme a quelle di oltre 4mila braccianti stranieri, hanno raccolto gli agrumi e gli ortaggi. Di loro, circa l’80% lavora in nero, per dieci ore al giorno e per pochissimi euro. Oggi, 4 giugno, i braccianti delle “nostre” campagne hanno scioperato e si sono stretti in assemblea. Lo hanno fatto in Calabria, ma anche nel foggiano. Lo hanno fatto in tutto il Paese, e continueranno a farlo. Si rivolteranno, e per fortuna lo faranno.

Il problema non è solo Salvini

La morte di Soumaila arriva dopo anni di ambiguità e sdoganamento. Da quei fatti di Rosarno del 2010, fino a quelli di Macerata e Firenze del 2018. La troppa “leggerezza” di questi anni, oggi rischia di diventare vera e propria “cecità”. «È finita la pacchia», è l’avvertimento del neo ministro degli Interni Matteo Salvini. Le sue prime parole da capo della polizia e vicepremier – è evidente – vogliono essere un messaggio rassicurante per il suo elettorato, foraggiato da anni con fake news e odio. Le sparate di Salvini sono, come sempre, pugni in piena faccia. Ma sono solo le sue parole il problema? No, perché adesso le sue parole saranno azione istituzionale. No, perché alle sue parole non è seguito alcun commento delle autorità istituzionali.

Mentre una parte del Paese compie un passo indietro lungo secoli, ce n’è un’altra che si oppone a questa sorta di neo oscurantismo. Che si rivolta contro le politiche di impoverimento praticate da ogni governo degli ultimi decenni, da ogni governo esecutore dei diktat europei. Gli esclusi, i criminalizzati, gli invisibili, continueranno a camminare. Si può camminare in avanti, al loro fianco. O stare fermi, e restare indietro. A ognuno la scelta.

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