22/02/2018 Fabrizio Mignacca

Elezioni 2018. Psicopolitica. Berlusconi, una nuova vecchia storia a uso e consumo del pubblico

C’è un mondo fatto di colori sgargianti e ragazze succinte, una cascata di cioccolato bianco divide giardini floridi e fiori profumati. Un enorme schermo manda in loop immagini di advertising ed in sottofondo dolce musica rigorosamente in francese. Al centro di tutto ciò il bambino supremo, colui che resiste nonostante le otto decadi gli consiglino vizi più miti: Silvio Berlusconi. “I have a Dream…”, lo deve aver detto anche lui, sua emittenza, il cavaliere, paparino: il suo sogno lo ha fatto accadere; quello di Martin Luther King si è fermato a Memphis. Magari fosse venuto in visita ad Arcore, il pastore, sarebbe ancora vivo.

Salto di montaggio. Interno di una sala, sono ad un metro da lui e non posso non notare il padiglione auricolare completamente attaccato alla testa. Mi chiedo se è il frutto dei continui lifting o è qualcosa di estremamente naturale, una forma genetica di passaggio per l’encefalo, una via preferenziale per la mente di un uomo vulcanico e mai domo. Ha 80 anni, ma si muove con una destrezza impressionante. Racconta barzellette in cui il deretano ed il seno la fanno da padrone. Non c’è nessun accenno al sesso, solo deretano e seno. Poi sfila dalla tasca un foglietto stropicciato: colpo di scena, “the magician”. Ci sono dei nomi, grandi personalità italiane, il suo governo. Il tutto cesellato tra due avvenenti signorine che in qualche maniera lui vuole nascondere: sa che i giornalisti parleranno del suo vizietto ormai pubblico, del suo presunto sogno, quello della cascata di cioccolato bianco. Ma c’è solo deretano e seno nelle sue parole: questo mi fa sospettare.

Niente è come sembra in Silvio. Difficile pensare di poterlo tratteggiare dal momento che non esiste una linea che egli non abbia provato a superare. Si è detto di tutto di lui, molto spesso con il suo benestare, il resto, quello che non gli andava bene, lo ha girato in suo favore vestendo i panni del leader, del capo supremo, del satiro, del magnifico benefattore, del calciatore, della vittima del complotto fino a nonno Silvio.

Berlusconi è il flusso immobile, l’uomo prodotto dalle crepe di un sistema assistenzialista che ha creato sul nulla un impero mediatico rispecchiando il nulla degli anni ’80, basando sul nulla un partito politico che fa del “tweet” la sua modalità di comunicazione principale prima che esso fosse social. Basta recuperare qualsiasi intervista politica degli anni ’90 per notare una uniformità nella modalità di espressione. I suoi collaboratori non sono ex studenti di comunicazione (come quelli di altri partiti o movimenti), ma coloro che i sacri testi della maieutica li hanno scritti.

Berlusconi ha preteso l’omologazione allo spot, il loop ridondante che ha un esordio ed una chiusura e che deve essere chiaro nei primi 5 secondi della sua manifestazione. Solo lui si concede una cadenza d’inganno per deliziare il suo pubblico. Tutto deve sembrare come una puntata del “Drive In”: un assoluto variamente amalgamato di comicità di vario genere, condito da cosce e tette, il pubblico finto e risate fuori campo.

L’Italia di Berlusconi è questa: edonistica e cinica, furfantella ed arrogante nella rivendicazione del benessere a lungo sfuggito nei secoli. Un’Italia scorretta e generosa, inutilmente adagiata su se stessa e cannibalescamente operosa.

In tutto questo vengono inseriti momenti di contemporaneità di stampo popolare. Berlusconi manifesta ciò di cui è convinto il popolo, anche se il popolo non risponde a quella convinzione dal momento che uno dei postulati principali della psicologia dei gruppi è quello secondo il quale non è importante che la maggioranza attui un comportamento, ma che la maggioranza sia convinta che quel comportamento sia in attuazione. E lui lo sa.

Silvio è sempre stato lo specchio dei tempi, un enorme tubo catodico che riversa immagini irreali e comportamenti falsamente diffusi, rispecchia la tendenza o la enfatizza come solo un uomo di spettacolo sa fare. Non stupisca che spesso si mostri quel cantante da crociera che fu in gioventù: il palco è più grande, il pubblico più diffuso.

Silvio Berlusconi ha introdotto la figura dell’ “Alpha Male” (evoluzione pecoreccia del “primo tra pari”) così intimamente anglosassone, così intimamente tribalistica, tipica di una cultura che non ha subito la civilizzazione latina e che irrompe in una cultura diversa più soft, con la sua componente dividente tipica della volontà di potenza. Silvio è il capo tribù, tutti devono parlare di lui e lui dispensa la sua benevolenza. Ma c’è di più e si racchiude in due parole: deretano e tette, ovvero analità e oralità.

Nel suo linguaggio sembra non esserci differenziazione sessuale o sviluppo: non ci sono gli 8 anni, le parole di Silvio rimangono apparentemente a 7. Questo funziona. Egli sembra esserne in parte consapevole e riesce ad usarlo con estrema raffinatezza, la grande capacità di descrivere la sua infanzia, alcuni ricordi chiave mostrano una notevole introspezione che viene usata per stabilire una tipologia di fascinazione che cattura il pubblico.

La libertà e le parole che vengono usate, annodate in una modalità melliflua e nostalgica, trasformano la funzione egocentrica in attrazione, attenzione spasmodica, occhio della madre che si distoglie dagli altri e sembra porre la sua persona come maschio Alpha, il vertice della piramide. In tal senso egli sembra usare una modalità collusiva che impregna il suo pubblico, lo gratifica e lo fa sentire unico. Come tutti i bambini al centro delle attenzioni, egli sembra apparire in necessità di distinzione, di crescita e di rapporto con chi ne fornisce cure parentali. Quello che sembra una lunga conquista dell’indipendenza, diventa sollazzo di se stesso.

Nell’evoluzione delle necessità, Silvio deve piacere a tutti e il pubblico diventa quindi figura parentale, genitore supremo che mostra la propria accondiscendenza e benevolenza alle piccole mascalzonate che egli fa. In questo flusso egli spesso ribalta il presupposto e gioca anche alla figura del padre come gli adolescenti giocano all’infermiere e al paziente apparentemente, proiettando però stati infantili nell’immaginario del suo pubblico, ricevendone lo specchio di sè, il profondo bisogno di acquiescenza e benevolenza.

I vizi si riflettono nello specchio della società, in quell’idea ancestrale dell’italiano pizza spaghetti e mandolino, ossessionato dal sesso (puramente autoerotico e voyeuristico) e dalla propria scorrettezza, anche se questo modello non esiste o esiste parzialmente. Berlusconi è colui che può, se gli porta giovamento, trasformare una puzza in ascensore in un trionfo personale, o in una barzelletta avvincente nel momento in cui sente di potersi esprimere soddisfacendo l’idea condivisa secondo la quale fare una puzza in ascensore è il sommo desiderio di tutti.

Sembra riassumere quindi tutti quegli elementi apparentemente devianti e trasformarli in potenza e volontà, con una consapevolezza tale da fare invidia al miglior psicoterapeuta: deretano e tette. Sa che non può spingersi nella diversificazione sessuale perché perderebbe quel fascino supremo del primogenito, del discendente, il retaggio che lo distingue dal resto.

Per quanto egli mostri grande rispetto e commossi ricordi nei confronti del padre, il vero deus ex machina sembra essere la figura materna. Tale figura rimane sempre nel vago, nascosta, semplicemente perché si tende sempre ad omettere la parte più intima e vera, quella che se attaccata, produrrebbe un immenso dolore. Esce solo una volta. Silvio va a manifestare contro il governo Prodi. Sono gli anni ’90. La mamma è preoccupata e qualcuno ha la brillante idea di fare uscire la notizia. La cosa viene presa tra sghignazzi e risatine al pensiero della lavata di capo che l’allora 60enne avrebbe subito dal genitore (e mettiti il maglione di lana che ci sono i comunisti). L’unico errore di comunicazione che ha mai fatto. Da allora silenzio su Mamma.

In seconda istanza ciò che mi colpisce di più è la diversità dell’approccio tra il Berlusconi prima del 2008 e quello dopo 2008. Prima del 2008 era un Silvio che teneva i suoi vizi sotto controllo, riuscendo a coprire con i soldi la sua umanità, i suoi bisogni di maschio alpha. Dopo, diventa un vanto, una necessità impellente, un mostrarsi continuo per la sua nudità. Nel 2008 muore la madre. L’idea è che questo accadimento lo abbia colpito come niente prima. Una sorta di solitudine cosmica che spinge una funzione nichilistica. Da questo momento in poi egli avrà ancora più necessità di essere ammirato. Non a caso escono dal privato le famose feste con le olgettine e il suo necessario bisogno di essere ammirato, apprezzato, conteso da un pubblico regolarmente pagato che si piega ai suoi voleri ed al quale dispensa somma benevolenza.

Berlusconi segue quella regola dei sequel dei film di successo: vuoi fare un numero 2? Alza il volume al massimo. Egli si vanta della propria presunta sessualità che sembra essere più vanto di se e non reale esplicazione del sessuale. Il sesso è la luce della sua potenza, la manifestazione della sua santità e superiorità, l’unzione della predestinazione che ad 80 anni suona apparentemente ridicolo, ma che ha un suo pubblico preciso, una sua destinazione unica in una vasta fascia di popolazione italiana legata all’Italia “drive in” e che fugge dal lento ed incalzante invecchiamento.

Poi la caduta. È il 2010. Aggiornamento a Silvio 3.0. La manifestazione della sessualità e la sua epifanè, sembra, essere stato il superamento della fase “tette, deretano” e l’inevitabile crescita della creatura, che si affranca da modelli di dipendenza femminile, anche perché scoperto con le mani nel sacco. Ruby a oggi è il motivo principale della sua caduta. Non c’è mafia o corruzione, l’unica possibilità di fargli fare un passo indietro (come disse) fu la “gnocca” apparentemente minorenne. Questo ha portato ad un grosso cambiamento che si configura in una nuova modalità comunicativa.

C’è quindi un apparente superamento della parte egocentrica e una riproposizione di un modello più adolescente più tendente alla sfida, alla frase shock, alla reazione. Silvio Berlusconi è cresciuto? Probabilmente lo è sempre stato, perché gran divulgatore, anche di se stesso, ha sempre avuto in mano il polso del desiderio altrui entro il quale anche egli si beava, ed in questo si è sempre riconosciuto nella “middle class”, nel sogno del “self made man” che ha radici più profonde nell’homo faber (senza però mai raggiungere il livello della spinta adulta).

Silvio Berlusconi rimarrà sempre legato a quel bambino che aspetta il padre dal ritorno dalla Svizzera, o il ragazzino che va a vedere il Milan, il bravo scolaro che porta tutti 10 alla mamma, semplicemente perché sono bei ricordi nei quali tutti ci ritroviamo, che fanno bene quando una vita di affari e di strette di mano ti ha portato ad una solitudine che spesso rischi di guardare dal di fuori e pensare se veramente ce ne fosse stato bisogno. In questo ci ritroviamo tutti, in tutti quelli che si ricordano di quando c’erano i genitori a fare le cose ed il mondo poteva vivere ed essere vissuto di assoluti, di bene e di male, di eroi e di dannati, di “Drive in”.

Per questo suo profondo legame con l’età dell’oro di tutti, Silvio Berlusconi sarà sempre parte di ognuno di noi, anche il più apolide perché bene o male dei genitori li abbiamo avuti tutti ed un loro abbraccio, psicologico o affettivo o fisico che fu, è sempre una bella storia da sentire.

Sua Emittenza è oggi “the big ticket”. Cessati gli ardori più ostici, si presenta come il giusto mezzo tra i bambineschi 5 stelle e i tardo adolescenti del PD, più simili ai bisognosi di Viagra di Liberi ed Uguali, ma con una spinta di scorrettezza che lo fa essere ad uso e consumo di quel vasto pubblico che alla luce della sua visone o sogno sono cresciuti nel benessere oggi chiaramente inaccessibile. Oggi Silvio propone una nuova vecchia storia, e finchè hai una storia da raccontare non sei veramente fregato.

L’autore di questo articolo, Fabrizio Mignacca, è uno psicoterapeuta specializzato presso il Centro Studi Psicosomatica di Roma con indirizzo Gestalt–Analitico. Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

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