07/05/2019 Tiziana Barillà

Per il Salone del libro l’antifascismo è una questione burocratica

«”Imprenditore e picchiatore fascista”, ma giuro che ho anche dei difetti». Questo è lo status di Facebook immortalato da ilCorsaro con cui, pochi mesi fa, si è autodescritto Francesco Polacchi, direttore della casa editrice Altaforte. In questa foto del 29 settembre 2008 lo potete vedere all’azione, mentre insieme ai suoi camerati aspetta l’arrivo in piazza Navona (Roma) del corteo degli studenti dell’Onda. Per quegli scontri Polacchi è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione.

settembre 2018, Scontri a piazza Navona

Altaforte edizioni è il progetto-costola di Primato Nazionale (il quotidiano online di Casapound), tra i promotori, infatti, c’è anche Andrea Antonini, l’ex vicepresidente di CasaPound che ha fatto irruzione negli studi di Chi l’ha visto? per impedire la messa in onda delle immagini inedite degli scontri a Piazza Navona (vedi sopra).

In questo momento ad Altaforte si godono il palcoscenico e danno, come è buona abitudine dell’estrema destra, un colpo al cerchio e uno alla botte. Prima, una prova di buonsenso e vittimismo con un comunicato stampa del 3 maggio: «Tanto noi, quanto le altre Edizioni da noi distribuite, rappresentiamo operatori puri del campo editoriale, senza alcun riferimento a soggetti di natura politica o partitica. Ciò, ovviamente, non impedisce che la nostra attività si svolga con particolare attenzione alla rappresentazione dell’area culturale oggi riferita – nella sintesi comunicativa – come “sovranismo”». Poi, il loro direttore, intervistato non esita a dire: «Sono un militante di Casapound, anzi il Coordinatore regionale della Lombardia. E sono fascista, sì. Lo dico senza problemi», ha detto a La Zanzara, aggiungendo «L’antifascismo è il vero male di questo Paese» e un’altra serie di perle raccolte da Repubblica Torino.

Ecco, di questo stiamo parlando. Non di una parte politica come un’altra, che ha idee diverse da quell’altra, ma di un’organizzazione neofascista e del suo progetto editoriale. Ed è per questo che Christian Raimo rende pubblico il suo dissenso e presenta le sue dimissioni. A seguire una serie di autrici e autori fanno sapere che diserteranno le presentazioni, data la confermata presenza dello stand di Altaforte: cominciano Wu Ming e lo storico Carlo Ginzburg, seguono Zerocalcare e Francesca Mannocchi e altri ancora. Una casa editrice intera, People, ha deciso di lasciare vuoto lo stand esibendo un cartello con su scritto: Stand against fascism.

Sarebbe stato bello, in un paese che si è liberato dal nazifascismo nemmeno un secolo fa, una reazione comune di editori e intellettuali (almeno quelli più noti). E invece no, in giornata un hastag irrompe nella rete, creando la polemica nel verso sbagliato: #iovadoatorino. Così ancora oggi discutiamo se andarci o no, se fa bene o male chi ci va o no. Andare o non andare fa parte di quella libertà di scelta che se fossero loro a decidere non avremmo, tra l’altro. Ma al netto di chi, legittimamente sceglie un modo o un altro per dissentire, il punto non è come dissentire ma il perché. Come accade troppo spesso in Italia, il faretto si è spostato e tutti discutiamo della conseguenza e non del problema. Il problema riguarda chi ha ritenuto accettabile, se non addirittura ‘democratico’, garantire uno spazio a una casa editrice di stampo chiaramente neofascista. In questo caso, è agli organizzatori del Salone del libro che dovremmo chiedere conto, non a chi andrà o non andrà. E il Salone di Torino non è che il piccolo palco su cui questa settimana va in scena il fatto che non abbiamo ancora e davvero fatto i conti con i fascisti di questo paese.  Cosa che, è evidente, ci è sfuggita di mano.

«Una volta non sarebbe successo», ha scritto Zerocalcare per motivare la sua assenza. cos’è successo, dunque, tra ‘una volta’ e ‘questa volta’? È successo che in questo Paese sono stati abbondantemente criminalizzati gli antifascisti mentre si lasciava modo a qualche giornalista di chiamare «i ragazzi di Casapound» i neofascisti di Casapound, che questi neofascisti dallo ‘zero virgola’ trovassero lo spazio mediatico che dovrebbe esser loro occluso grazie a giornalisti a caccia di sensazione o in preda a deliri di ultra democrazia. È successo, insomma, che abbiamo normalizzato la loro presenza, fino a discutere dei loro diritti. Così, il ministro degli Interni può amoreggiare con loro, fino a indossare un loro capo di abbigliamento a una partita di pallone; e la novella paladina del ‘dio, patria, famiglia’ – Giorgia Meloni – ne può sparare di belle grosse (vedi il 25 aprile è una festa divisiva) andando incontro al massimo a una derisione.

Un giorno – ma forse quel giorno è già arrivato – andrebbe chiamato a rispondere chi oggi è tollerante con gli intolleranti, chi manipola il concetto di democrazia davanti ai neofascisti, chi nasconde pavidità o oppurtunismo, chi finge di non vedere, chi accusa di anacronismo i principi costituzionali mentre stende il tappeto agli anacronisti veri, quelli del nazionalismo e della xenofobia. Insomma chi, per paura di perdere, sta costruendo la sconfitta.

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