15/01/2019 Tiziana Barillà

Rosa ribelle, che «se ne ride dei castighi altrui». Cento anni fa l’assassinio di Rosa Luxemburg

«La libertà è sempre libertà di dissentire». A costo della vita? Anche. Questo è stato il prezzo pagato da Rosa Luxemburg cento anni fa, assassinata a Berlino il 15 gennaio 1919 insieme al compagno Karl Liebknecht. In quelle ore erano alle prese con la Sollevazione Spartachista di Berlino, la “Rivolta di Gennaio” iniziata il 6 di quel mese e di quell’anno e soffocata con repressione, morte e torture.

Rosa libertaria, che non crede nei falsi miti-nazione. Rosa indipendente, che lascia la sua ‘patria’ per trovare la morte in un’altra. Rosa coraggiosa, che non teme lo scontro con i ‘compagni’ potenti. Perché la rivoluzione socialista non deve “abbattere” la democrazia ma “estenderla”, renderla universale. E perché «non esistono apparati di partito buoni o cattivi; sono tutti conservatori per natura». E allora meglio il “movimento”, per mantenersi liberi e progressisti, perché «chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene».

Rosa assassinata cento anni fa, quando le guardie dei Freikorps, i gruppi paramilitari agli ordini del governo socialdemocratico di Friedrich Ebert, la “prendono in custodia”. Durante il trasporto in carcere la uccideranno e getteranno il suo corpo in un canale. Il suo corpo verrà  ritrovato il 31 maggio seguente e sepolto al cimitero centrale di Friedrichsfelde, anche se pochi anni fa, nel 2009, Der Spiegel annuncia il ritrovamento dei veri resti di Rosa Luxemburg presso l’Istituto di medicina legale dell’ospedale Charité di Berlino.

Rosa mai appassita, ogni volta che si dà ascolto e fiato ai suoi pensieri. «Ora è sparita anche la Rosa rossa. Dov’è sepolta non si sa. Siccome disse ai poveri la verità, i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà», ha scritto Bertold Brecht nel suo epitaffio. Oggi, nel centenario di quell’assassinio che fu anteprima dell’ascesa nazista, vorrei ricordare Rosa Luxemburg consegnandole la parola.

Rosa ribelle, «che se ne ride dei castighi altrui»Questo qui sotto è un estratto del suo discorso di autodifesa pronunciato davanti al tribunale di Francoforte che l’accusava di incitamento alla diserzione. Era il febbraio del 1914, rimane un ottimo promemoria su come non cedere alla paura del castigo. Buona lettura. 

Sì, i semplici uomini e donne del popolo lavoratore sono in grado di afferrare il nostro pensiero, che invece nel cervello di un procuratore di stato prussiano si riflette come in uno specchio curvo in forma di caricatura. Voglio adesso dimostrare ciò più minutamente in alcuni punti.

Vengo ora al punto più rilevante dell’accusa. Il procuratore di stato ricava il suo attacco principale, cioè l’affermazione che nel discorso incriminato io avrei incitato i soldati in caso di guerra a non sparare sul nemico contrariamente agli ordini, da una deduzione che gli sembra evidentemente di inconfutabile forza probante e di logica stringente. Egli deduce quanto segue: poiché io facevo dell’agitazione contro il militarismo, poiché io volevo impedire la guerra, non potevo evidentemente seguire altra via, non potevo avere in vista altro mezzo efficace che quello di intimare direttamente ai soldati: se vi si ordina di sparare, non sparate! Davvero signori giudici: quale conclusione convincente, quale logica stringente!

Tuttavia mi si permetta di dichiarare: questa logica e questa conclusione risultano dalla concezione del procuratore di stato, non dalla mia, non da quella della socialdemocrazia. A questo punto li prego di prestare particolare attenzione. Io dico: la conclusione che l’unico mezzo efficace per evitare le guerre consista nel rivolgersi direttamente ai soldati e di incitarli a non sparare – questa conclusione è soltanto l’altra faccia di quella concezione secondo cui, fintantoché il soldato obbedisce agli ordini dei suoi superiori, tutto nello Stato è ben sistemato, secondo cui – per dirla in breve – il fondamento del potere statale e del militarismo è rappresentato dall’obbedienza cadaverica del soldato.

Ora, noi socialdemocratici non siamo precisamente di questa opinione. Noi pensiamo piuttosto che per l’insorgere e per l’esito delle guerre non siano decisivi soltanto l’esercito, i “comandi” dall’alto e l’obbedienza cieca in basso, ma che sia la grande massa del popolo lavoratore che decide e che deve decidere. Noi siamo d’opinione che le guerre possono venire condotte solo quando e solo finché la massa del popolo lavoratore o le fa con entusiasmo, perché le ritiene cosa giusta o necessaria, o almeno le sopporta pazientemente. Quando invece la grande maggioranza della popolazione lavoratrice arriva a convincersi – e svegliare in essa questo convincimento, questa coscienza è proprio il compito che ci poniamo noi socialdemocratici – quando, dico, la maggioranza del popolo giunge a convincersi che le guerre sono un fenomeno barbaro, profondamente immorale, reazionario e nemico del popolo, allora le guerre sono diventate impossibili – e il soldato obbedisca pure in principio ai comandi dei superiori! Secondo il concetto del procuratore di stato la parte che fa la guerra è l’esercito, secondo il nostro, è il popolo. Questo ha da decidere se le guerre vanno fatte o no. È alla massa degli uomini e delle donne che lavorano, vecchi e giovani, che spetta decidere circa l’essere o non essere del militarismo attuale, e non a quella piccola particella di questo popolo che sta nel cosiddetto abito del re.

E se ho detto questo, ho contemporaneamente una classica testimonianza in mano, che questa è in realtà la mia, la nostra concezione.

Da decenni la lotta contro il militarismo forma l’oggetto principale della nostra agitazione. Fin dalla vecchia Internazionale è oggetto di discussioni e voti di quasi tutti i congressi, come pure dei congressi del partito tedesco.

Loro vedono, signori, come la nostra agitazione contro il militarismo non sia tanto povera e semplicistica come la immagina il signor procuratore. Abbiamo a nostra disposizione molti e diversi mezzi d’azione: educazione dei giovani – e noi questo mezzo applichiamo con energia e risultato duraturo, nonostante tutte le difficoltà che ci vengono frapposte – propaganda in favore del sistema della milizia, riunioni di massa, dimostrazioni di piazza…. E per ultimo: guardino all’Italia. Come hanno risposto laggiù i lavoratori coscienti all’avventura tripolina? Con uno sciopero dimostrativo di massa, che è stato condotto nel modo più brillante. E come ha reagito di conseguenza la socialdemocrazia tedesca? Il 12 novembre 1912 gli operai berlinesi votavano in dodici assemblee una risoluzione nella quale ringraziavano i compagni italiani per lo sciopero di massa.

Ora voglio concludere. Una cosa soltanto vorrei rilevare ancora. Nella sua esposizione, il signor procuratore ha dedicato molta attenzione specialmente alla mia piccola persona. Mi ha descritta come un grande pericolo per la sicurezza dell’ordine statale, non ha nemmeno disdegnato di scendere a un livello volgare e mi ha chiamata “Rosa rossa”. Ha anche osato insinuare sospetti nei riguardi del mio onore personale, esponendo il timore che io fuggissi nel caso la sua proposta di condanna venisse accolta. Signor procuratore, non mi degno di rispondere per la mia persona a tutti i suoi attacchi. Ma una cosa voglio dirle: Lei non conosce la socialdemocrazia. (Il presidente, interrompendo: “Noi non possiamo ascoltare qui un discorso politico”). Nel 1913 molti suoi colleghi hanno lavorato col sudore alla fronte, in modo da riversare sulla nostra stampa un totale di 60 mesi di carcere. Ha forse lei sentito dire che uno solo dei condannati abbia tentato la fuga per timore del castigo? Crede lei che questa infinità di condanne abbia portato anche un solo socialdemocratico a vacillare, oppure lo abbia scosso nell’adempimento del suo dovere? Oh no, la nostra opera se ne ride di tutti i raggiri dei suoi paragrafi punitivi, essa cresce e prospera nonostante tutti i procuratori di stato!

Per ultimo, ancora una parola soltanto sull’attacco inqualificabile che ricade sul suo autore. Il procuratore di stato ha detto testualmente – me lo sono notato – che egli propone l’arresto immediato perché “sarebbe inconcepibile che l’accusata non tentasse la fuga”.

Ciò vuol dire in altre parole: se io, procuratore di stato, avessi da scontare un anno di carcere, io tenterei la fuga. Signor procuratore, le credo, lei fuggirebbe. Un socialdemocratico non fugge. Egli conferma i suoi atti e se ne ride dei suoi castighi. E adesso mi condannino.

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