28/01/2018 Tiziana Barillà

Becky Moses: da Riace al ghetto, da un diniego alla morte. Il sindaco Lucano: “Responsabili istituzioni e mercenari dell’accoglienza”

La notte del 26 gennaio il fuoco ha iniziato ad avvicinarsi alla sua capanna, fino a imprigionarla e ucciderla. Becky Moses aveva appena compiuto ventisei anni e da tre giorni aveva trovato riparo tra il freddo e i rifiuti della baraccopoli di San Ferdinando. Altre due donne sono rimaste gravemente ferite, con gravi ustioni su tutto il corpo, una delle due, ventisettenne nigeriana, è stata trasferita al centro grandi ustioni di Catania. Diverse persone ferite popolano oggi alcuni ospedali calabresi per le ustioni più o meno gravi e l’intossicazione da fumo, mentre nella tendopoli restano le ceneri di 200 baracche, costruite con materiale di risulta facilmente infiammabile. L’incendio non sarebbe doloso, ma un dramma causato dal bisogno. Un braciere acceso per scaldarsi, lavarsi o cucinare. Becky, dicevamo, era lì da appena tre giorni.

Dal diniego alla morte. Cittadina di Riace, perché Becky si trovava nella tendopoli?

Era nata l’11 gennaio in Nigeria, così si legge sulla sua carta di identità, del 21 dicembre 2017, che porta la firma del sindaco Mimmo Lucano. È arrivata due anni fa dalla Nigeria, a Riace era ospite di un Centro di accoglienza straordinario (Cas), aveva una casa e stava imparando un mestiere. Finché, qualche settimana fa, la commissione territoriale ha comunicato il diniego, rifiutando la sua richiesta di asilo politico. Per la legge e per la prefettura non può essere trasferita in uno Sprar perché diniegata e in attesa della seconda risposta (l’ultima dopo il decreto Minniti-Orlando, che ha abolito il secondo grado di appello per i migranti). Becky fa ricorso ma nonostante ciò le cose si mettono male, la vita nei Cas è diventata impossibile e decide di andare via. Lascia Riace, sola e con in mano un diniego della prefettura, chiede aiuto ad alcuni suoi connazionali che vivono ormai stabilmente nella tendopoli di San Ferdinando. E li raggiunge. “Conoscevo Becky, aveva tanti amici era quasi sempre sorridente”, dice il sindaco di Riace Mimmo Lucano. “La burocrazia e le procedure dovrebbero tutelare la coscienza e il rispetto dei diritti umani non il contrario. Tanti pensieri mi passano per la mente: tristezza, dispiacere, rabbia, indignazione”. Becky così come tanti altri rifugiati era andata via dal borgo della Locride nel dicembre 2017. Sono tempi assai duri per Riace che a ottobre 2017 da paese dell’accoglienza e fiore all’occhiello del Sud e d’Italia è improvvisamente diventata una patata bollente. E Lucano, mentre combatte la sua personale battaglia con la burocrazia, vede una dei suoi abitanti fare il percorso inverso dell’accoglienza. Da Riace a Rosarno, dal borgo alla baraccopoli di San Ferdinando. “Un destino crudele ha segnato per sempre la vita di una ragazza in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni. Un destino che forse dipende dalle scelte di noi esseri umani”, continua Lucano invitando la cittadinanza alla mediateca comunale martedì 30 gennaio alle ore 18, per una manifestazione pubblica per Becky.

L’embargo di Riace e la denuncia del sindaco Mimmo Lucano

“Di questa morte sono responsabili le istituzioni che hanno lasciato in questi anni che Rosarno continuasse così e i mercenari dell’accoglienza”. È durissima l’accusa di Mimmo Lucano. “Nell’ultimo periodo il prefetto di Reggio Calabria ha deciso di boicottare Riace, non pagando da giugno 2016 la parte relativa ai Cas, dove c’era anche Becky presso Welcome”. Il 4 dicembre 2017 Lucano va a Reggio per chiedere alla prefettura di mandare i soldi, che ancora non sono arrivati: “Hanno fatto calare su Riace una sorta di embargo”, dice il sindaco che di ritorno da Reggio si riunisce con i ragazzi delle cooperative che gestiscono i Cas e dice loro che bisogna prendere atto della realtà: il taglio della luce nelle case, dove mancano le stufe, insomma la situazione si comincia a fare grave. Il sindaco chiama e propone alle coop di interrompere i progetti Cas e chiudere i rapporti con la prefettura, per cercare una strategia comune: l’accoglienza spontanea. Lucano parla anche con i rifugiati, li rassicura che nessuno li manderà via. È arrabbiato Mimmo, al punto che quasi scoppia in lacrime quando mi urla: “Becky, se parlava con me non finiva a Rosarno. Ma la prefettura se la mette una mano sulla coscienza!?”.

Rosarno brucia da più di vent’anni.

Raid nella notte, sassaiole e pestaggi. Che i braccianti della Piana subissero tutto ciò l’opinione pubblica lo scopre otto anni fa, nel 2010, con la “rivolta di Rosarno”. Ed è lì che come soluzione all’esplosione del caso Rosarno viene proposta la tendopoli, che in questi anni ha continuato a crescere in dimensioni e indecenza. La clinica mobile di “Medici per i diritti umani”(Medu), ha visitato e monitorato la tendopoli negli ultimi mesi, e denunciato la vecchia tendopoli come uno dei più grandi ghetti italiani dove gli immigrati sottoposti a visita medica presentano “chiari segni riconducibili a torture e sintomi di disturbo da stress post-traumatico e disagio psicologico”.
Al momento si registrano circa 2mila presenze, nonostante a pochi metri dalla baraccopoli lo scorso agosto sia stata inaugurata una nuova struttura con tutti i confort, fatta di tende inviate dal Ministero dell’Interno, con sistema di video sorveglianza, wi-fi. Solo 500 posti, però. Il resto vive nelle baraccopoli che pure dovevano essere abbattute, proprio per le difficoltà di gestione all’interno e per le disumane condizioni di vita.

Verità e giustizia. Braccianti in marcia lunedì 29 gennaio

Duemila anime, quattromila braccia che durante l’inverno vengono impiegate nella raccolta degli agrumi e pagati a cassetta: 1 euro per i mandarini, 0,50 centesimi per le arance. Almeno l’80% di questi braccianti lavora in nero, per 10 ore al giorno. Da almeno 15 anni continuiamo a scrivere questi dati, da più di 20 questo “esercito della manodopera a buon mercato” viene impiegato nella filiera che attraversa la Piana di Gioia Tauro, e di molte altre campagne d’Italia. “L’Unione Sindacale di Base denuncia da tempo le condizioni nelle quali sono costretti a vivere migliaia di braccianti per guadagnare pochi spiccioli raccogliendo arance”, spiega Aboubakar Soumahoro, Usb: “Becky Moses era venuta dalla Nigeria in Italia inseguendo un futuro migliore, come tante, come tanti. Qui, a San Ferdinando, la sua esistenza è stata letteralmente incenerita dalle terribili condizioni nelle quali lei e migliaia di altri migranti sono stati costretti a sopravvivere”.

In questi anni chi vive nella tendopoli ne ha viste e vissute tante, tantissime. L’8 giugno del 2016 Sekine Traore, 27 anni dal Mali, è rimasto ucciso nella stessa tendopoli in cui oggi lascia la vita anche Becky. Lui è stato raggiunto dal colpo di pistola all’addome sparato da un carabiniere. Il militare, e la versione ufficiale, si sarebbe difeso dall’aggressione di Sekine con un coltello e, spaventato, avrebbe sparato per difendersi. Loro, i braccianti, hanno difeso Sekine e loro stessi in ogni modo possibile, ma il caso è stato liquidato come episodio isolato.

La morte di Becky è quindi l’ennesimo episodio, ma non per questo meno inaccettabile, anzi. La mattina seguente l’incendio, gli abitanti della tendopoli scampati al fuoco si sono riuniti tra le ceneri per chiedersi cosa fare. In questi anni, queste migliaia di lavoratori hanno combattuto per ottenere riunioni e strappare promesse nel territorio, hanno preso tante volte un pullman per andare a protestare nella Capitale, l’ultimo il 16 dicembre per la manifestazione Fight Right, ma gli incontri e le nomine di commissari straordinari non sono stati sufficienti a impedire l’ennesimo tocco del fondo. I braccianti del ghetto hanno infine deciso di marciare lunedì 29 gennaio alle 9 del mattino, dalla tendopoli fino al Comune per cercare un confronto con il prefetto di Reggio Calabria e il commissario straordinario che regge l’area di San Ferdinando dopo lo scioglimento per mafia. Nel nome di Becky Moses.

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