16/10/2018 Tiziana Barillà

Riace e l’accoglienza spontanea. Ritorno alle origini

Accoglienza autogestita e autosufficiente. Spontanea, sostenuta grazie alla solidarietà internazionale. Ancora una volta dalla piccola Riace di Mimmo Lucano arriva la via d’uscita dal pantano – o cappio che dir si voglia – in cui il Viminale costringe. «Prima pagheremo i debiti che a causa di questo sistema farraginoso abbiamo contratto e poi ognuno per la sua strada. Se il Viminale non ha fiducia in noi, l’accoglienza la facciamo da soli, con il crowdfunding, con la solidarietà. È necessario ritrovare l’entusiasmo ma il modello Riace sopravviverà, nessuno sarà obbligato ad andarsene. Metteremo a sistema tutte le strutture che abbiamo costruito, a prescindere dai finanziamenti Sprar». Quello che oggi Mimmo Lucano annuncia non è che il ritorno alle origini per Riace.

«Accoglienza allo stato puro, non è necessario che qualcuno ci paghi», mi aveva detto in tempi non sospetti Mimmo Lucano. Oggi, chi colpisce Riace colpisce il principio stesso di accoglienza diffusa. Lo abbiamo detto e scritto mentre indagini della magistratura, ritardi ingiustificati e blocchi dei fondi affamavano e strozzavano il piccolo paese calabrese. Dimostrare che il modello Riace fallisce sdoganerebbe la nuova (che nuova non è) filosofia del governo Minniti-Salvini – perché è sul duro lavoro dell’ex ministro dell’Interno che oggi il ministro leghista fa l’asso piglia tutto. 

Oggi, chi colpisce Riace favorisce il ritorno ai grandi centri di non-accoglienza e detenzione molto più graditi alla Fortezza Europa. E alla criminalità organizzata (vedi Cara di Mineo, Mafia Capitale, ecc., ecc.). A Riace non esistono linee di demarcazione, né fili spinati, né gabbie. Ma convivenza pacifica e integrazione diffusa, capaci di fare da detonatore alle balle su cui – il centrosinistra prima e i fasciostellati adesso – hanno costruito il potere costituito. Perciò, occorre dimostrare che il modello Riace non funziona. A costo di assediarlo, affamarlo, perseguitarlo. Purché smetta di funzionare. «Dove prevale l’umanità si tratta sempre di un modello esportabile», sono ancora parole di Mimmo. Perciò il modello Riace non solo è possibile, ma funziona. E pertanto va demolito.

Ai tempi d’oggi in cui la fanno da padrone semplificazione, caos e smemoratezza è forse bene ricordare che il sistema Sprar – l’accoglienza diffusa – non nasce dal nulla, ma a partire dalle esperienze realizzate da associazioni e organizzazioni non governative in alcuni luoghi d’Italia tra il 1999 e il 2000. Riace e Mimmo Mimmo Lucano  sono all’epoca alla testa di questa sperimentazione, grazie all’incontro decisivo con Gianfranco Schiavone, allora presidente del Consorzio italiano di solidarietà (una onlus nata nel 1993, durante la guerra nella ex Repubblica socialista Federale di Jugoslavia), una rete non governativa di accoglienza per i profughi provenienti sia dalla Bosnia Erzegovina che dalle altre aree coinvolte in quel conflitto. Oggi Schiavone è vicepresidente dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, e segue passo passo la vicenda relativa al braccio di ferro con Prefettura e Viminale in ordine allo smantellamento del modello Riace. 

Mentre, in quell’estate del 1998, a Riace sbarcava il veliero con centinaia di curdi che avrebbero dato l’avvio al modello Riace, a Trieste aumentava l’arrivo di profughi dal Kosovo. Schiavone e Lucano si incontrano così nel tentativo di colmare un vuoto normativo non più tollerabile: quello sull’accoglienza. Così, propongono al ministero di sperimentare un sistema nazionale di accoglienza con i piccoli e grandi comuni, con un servizio centrale per monitorare, organizzare e mettere in rete i comuni. All’epoca Mimmo Lucano è un consigliere di minoranza e sulla base dell’esperienza con i curdi propone al suo sindaco il progetto. Su quei documenti, infatti, non c’è la sua firma ma quella di un’altra giunta.

Sull’asse Riace-Trieste, tra la questione dei rifugiati dell’ex Jugoslavia e quella curda, nasce l’accoglienza diffusa. Nel 2001, infatti, il ministero dell’Interno Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) e l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) siglano un protocollo d’intesa per la realizzazione di un “Programma nazionale asilo”. Nasce così il primo sistema pubblico italiano per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, diffuso su tutto il territorio italiano, con il coinvolgimento delle istituzioni centrali e locali, secondo una condivisione di responsabilità tra ministero dell’Interno ed enti locali. La legge n.189/2002, nota come Legge Bossi-Fini, ha successivamente istituzionalizzato queste misure di accoglienza organizzata, prevedendo la costituzione del “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati” (Sprar). Attraverso la stessa legge, il ministero dell’Interno ha istituito la struttura di coordinamento del sistema – il Servizio centrale di informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico agli enti locali – affidandone ad Anci la gestione.

Dotandosi di un sistema di accoglienza diffusa l’Italia aveva registrato una piccola vittoria di civiltà. Quel sistema che oggi viene di fatto messo al bando non ha neanche avuto modo di raggiungere la sua vera missione. Chi cancella l’accoglienza diffusa oggi non colpisce Riace – la cui comunità ha gli anticorpi necessari alla sopravvivenza – ma colpisce l’Italia intera e dovrà assumersi la responsabilità di sacrificare pace sociale e sicurezza sociale sull’altare della Propaganda.

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