12/03/2018 Marco Frattaruolo

Regionali Veloci, elogio all’umana lentezza

Non so se avete mai avuto la fortuna di viaggiare almeno una volta a bordo di un famigerato treno Regionale Veloce. Se sì, avrete quasi sicuramente avuto modo di imbattervi in carrozze stracolme o desolatamente vuote, in viaggiatori rumorosi, diffidenti, maleducati o estremamente premurosi. O ancora, nel periodo estivo, in vagoni adibiti a celle frigorifere.

Spesso vi sarete dovuti calare nelle vostre cuffie per non prendere parte a discussioni socio-politiche di livello talmente basso da voler picchiare la testa contro il finestrino.

Ma il bello dei RV è proprio questo. Trovarsi nel ventre della normalità, nonostante questa, a volte, possa assumere i contorni della disperazione e del disagio.

I regionali veloci sono un lunghissimo bar dello sport mobile, popolato dallo spirito dell’uomo comune del ventunesimo secolo. Sono il luogo dove si professa la resistenza a un mondo veloce, iperattivo, immediato. L’antitesi, quasi estrema, ai treni super-veloci nei quali non hai nemmeno il tempo di prendere posto che sei già a destinazione.

L’intellettuale ceco Milan Kundera nelle primissime battute di un suo saggio intitolato La Lentezza si domandava “perché mai è scomparso il piacere della lentezza?”. Evidentemente non aveva mai messo piede in un RV.

Nei regionali veloci, infatti, di tempo per scivolare in quel “piacere” ce n’è fin troppo. Per guardarsi attorno, per spingere l’occhio oltre i finestrini mal pressurizzati e dargli in pasto panorami bucolici o industriali, che il più delle volte creano – a causa della scarsa abitudine a tutto ciò – una massa ansiogena alla bocca dello stomaco.

Campi di girasoli, pascoli e vigneti immersi nei colori delle stagioni. Capannoni e baracche che farciscono zone industriali. Immagini distinguibili a occhio nudo, non sfocate dall’immane velocità dei treni del futuro.

Perché dentro i regionali veloci vive la nostalgia del tempo lento. Perché i regionali veloci sono un romantico elogio alla lentezza. Una sfida al progresso, persa in partenza ma non per questo priva di dignità. Quella dignità conservata dai personaggi che li popolano, quei treni. La dignità nei visi stanchi dei lavoratori pendolari, di quelli spauriti di migranti alla ricerca di un sorriso confortevole. Nelle divise dei soldati in congedo, nei capelli unti degli Interrail. Nelle voci squillanti delle badanti dell’est, e nell’inconsapevolezza di anziani in viaggio nella direzione opposta rispetto alla loro meta.

Tra le linee dei discorsi origliati, e origliabili, all’interno dei RV si può captare la paura, l’indignazione e la mal sopportazione nei confronti di tutto ciò che è destinato a restare fuori dai vagoni.

L’essenza nostalgica dei RV è personificata dal ruolo del controllore/capotreno. Da quelli più inflessibili e seriosi a quelli sarcastici con la battuta sempre pronta o ancora a quelli che paiono appena usciti da un’osteria (spesso chi scrive si è trovato ad avere a che fare con controllori che davano la netta impressione di essere avvinazzati; il naso e le gote paonazze, la parlata intrecciata come indizi rivelatori).

I controllori sono l’archivio storico di quei vagoni lenti. Reperti archeologici. Uomini che danzano lungo i corridoi in larghe e lise uniformi. Camicie color fumo in tinta con gli unti capelli brizzolati. I controllori sono la personificazione del romanticismo. Sconfitti, anch’essi, ma resistenti al lusso e all’iper-tecnologica. I controllori dei RV girano ancora con obliteratrici manuali, quelle che dopo aver punzecchiato il titolo di viaggio rilasciano quel minuscolo coriandolo di carta che svolazzando si sdraia a terra.

I Regionali Veloci sono il cordone ombelicale che tiene unito il nostro paese, che dà un senso a tutti quei paesini dimenticati da dio, morenti nella loro triste solitudine. Paesi che spiccano sulle rocce o che costeggiano le acciaiose rotaie. Abitazioni anonime che ogni giorno vedono sfilare davanti ai loro occhi-a-finestra treni su treni su treni. Paesi dai nomi improbabili, in letargo, distanti “anni luce” dai centri vitali delle grandi metropoli.

I treni regionali cuciono questo strappo, collegando una fetta di mondo-Italia che altrimenti sarebbe tagliata fuori da tutto, abbandonata a sé stessa. E quindi che dio salvi quelle minuscole stazioni dai nomi buffi, sperdute nel nulla, e anche i loro bar popolati da vecchietti custodi dello scibile popolano che, rinnegato dalle nuove generazioni, sta andando dimenticato.

Treni che danno l’impressione di trascinarsi a stenti verso un mondo che non gli appartiene. La loro obsolescenza che è ritrovo di uomini comuni che hanno ancora voglia di perdersi nell’ultimo barlume di lentezza che resta in quest’epoca veloce, frenetica. Tirare il freno di emergenza, voler scendere da questo mondo veloce per perdersi in panorami ancora incontaminati dalla forza inesorabile, cieca e divoratrice, di quelli che in molti “spacciano” come progresso.

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