31/01/2019 Davide Serafin*

È ufficiale, è ‘recessione tecnica’. Porterà dolorose manovre correttive

L’Istat ha divulgato oggi i dati (provvisori) del Prodotto interno lordo relativi al quarto trimestre 2018: la variazione congiunturale volge al negativo, con rettifica anche del terzo trimestre che muta anch’esso di segno (2018-III: -0,1%; 2018-IV: -0,2%). 

È ufficiale, è recessione tecnica. Che poi, quell’aggettivo, ‘tecnica’, la rende un po’ orfana di responsabilità politica. Essendo tecnica non è colpa di nessuno. Essendo tecnica, succede e basta. Non ci si può fare niente.

Anche voi lo avete pensato, non è vero?

Il termine non è altro che la definizione convenzionale di un doppio trimestre di variazioni congiunturali negative del Prodotto interno lordo. Si dovrà parlare di recessione quando verificheremo nei numeri una variazione tendenziale annua con il segno meno. E al momento così non è. Tuttavia, la curva della crescita della produzione ha svoltato, vira verso la crisi ed è così per quasi tutti i Paesi europei. In particolare, la Germania ha steccato l’ultimo periodo del 2018, facendo segnare -0.2% (ma il dato tendenziale annuo è ancora molto sostenuto, +1,1%, al contrario del nostro che langue a +0,1%).

Nel contesto di un sistema produttivo che frena tantissimo, che fine faranno le roboanti previsioni del governo italiano? Poche ore fa, l’Ufficio parlamentare di bilancio, guidato dall’economista Giuseppe Pisauro, ha validato – un po’ in controtendenza rispetto ai precedenti rilievi – il nuovo quadro macroeconomico sotteso dalla Legge di Bilancio, approvata alla fine di dicembre. Par di capire che, al momento della valutazione, la dinamica di contrazione del mercato espressa dai nuovi dati non sia ancora stata presa in considerazione. L’Upb ha tuttavia segnalato «non trascurabili rischi al ribasso […] per il biennio 2020-21». Le informazioni, diffuse successivamente e relative sia all’economia italiana sia a quella europea, «accrescono tuttavia i timori di scenari sfavorevoli già nel breve termine». Proprio così. La ‘gelata’ sul Pil precede uno sconquasso dei conti pubblici e future – dolorose – manovre correttive. Ma non verranno mai approvate prima delle elezioni europee, sia chiaro.

 

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