13/05/2019 Tiziana Barillà

Il problema non è l’Ue, è il capitalismo. Quattro domande a Marc Botenga

Chi è militante di sinistra il nome di Marc Botenga lo ha già sentito. Marc, infatti, è il responsabile Europa del Ptb (il partito dei lavoratori belga) e, anche grazie alla sua padronanza dell’italiano, ha spesso preso parte al dibattito politico nel nostro Paese. Marc non ha ancora quarant’anni, è un belga di Bruxelles, giurista e politologo, da qualche anno è consulente politico al gruppo del Parlamento europeo della sinistra Gue/Ngl, dove si occupa di industria, ricerca ed energia. È, senza mezzi termini, un comunista. «Non possiamo sostituire un capitalismo nazionale a questo capitalismo europeo», dice. «Ma attenzione, questo non può bastare. Quando uno ha di fronte un opponente forte e unito conviene combatterlo assieme. Quello che è mancato durante tutto il processo della costruzione di questo “Stato europeo” è stato un contropotere: e cioè le mobilitazioni che troppo spesso sono rimaste isolate nel piano nazionale e quindi sono state sconfitte». Ammetto che chiacchierare con Marc restituisce ossigeno e visione per un’italiana schiacciata nel provincialismo delle felpe del ministro dell’Interno, e riporta alle questioni reali. Riconduce lo sguardo verso la luna, mentre ogni media mainstream italiano – persino in buona fede, qualche volta – si ostina a indicarci il dito. Perciò, buona lettura e buone riflessioni. 

Dentro o fuori dall’Ue? Immagino già che risponderai dentro ma cambiandola… perciò ti chiedo: come si fa?

Sì, oggi si deve rompere con concorrenza, logica di mercato e austerità. E cioè con i principi che sono stati scritti nel marco dei trattati europei. Ma rompere con i trattati europei non basta. Siamo davanti a un’Unione europea costruita su una logica di mercato, sulla liberalizzazione di tutti i servizi pubblici, sulla privatizzazione e sull’austerità, in un modello di competitività mondiale. Negli anni 80 le multinazionali europee si son messe attorno a un tavolo dicendo: guardate, dobbiamo costruire questa Europa perché nella competizione con altre potenze (all’epoca il Giappone e gli Stati Uniti) siamo indietro. Quindi ci serve una moneta, imprese più grandi che possano competere a livello europeo. Ora, se vogliamo rompere con questa logica non possiamo sostituire un capitalismo nazionale a questo capitalismo europeo, occorre costruire un’altra forma di società ed economia dove non mettiamo al centro libera circolazione dei servizi e dei capitali, ma progresso sociale e solidarietà. Uscire dall’Ue per andare dove? Andremmo verso un capitalismo nazionale in cui diremmo ai lavoratori: voi dovete comunque fare degli sforzi perché il vostro “padrone” italiano dev’essere competitivo non solo con la concorrenza giapponese o americana, ma anche con quella tedesca o francese. Chi dice “usciamo”, quindi, non propone un modello alternativo. Ma attenzione, il fatto che uscire non sia una soluzione non significa nemmeno che uno debba solo sperare che questo emendamento del Parlamento europeo possa cambiare tutta questa costruzione. Oggi dobbiamo prendere atto di quale sia la “macchina europea”, con banca centrale, consiglio, parlamento e le multinazionali europee che stanno dietro. Quando uno ha di fronte un opponente forte e unito conviene combatterlo assieme. Quello che è mancato negli anni 80 e 90, durante tutto il processo della costruzione di questo “Stato europeo” è stato un contropotere: le mobilitazioni troppo spesso sono rimaste isolate nel piano nazionale e quindi sono state sconfitte. Invece, quando ci sono state mobilitazioni europee siamo riusciti a vincere, a ottenere qualcosa. Penso ai lavoratori dei porti europei che hanno bloccato la Commissione e i piani che venivano sostenuti anche dai governi nazionali. Grazie a scioperi dalla Finlandia al Portogallo alla Grecia, passando per Belgio e Italia. 

E come nel caso Ryanair, che hai seguito costantemente e molto da vicino. Ti va di raccontarmi com’è andata e perché è importante? Il lavoro è senz’altro una partita importante per l’Ue…
È emblematico di come si possano costruire e articolare le lotte a livello europeo. Prendiamo i lavoratori di Ryanair in Belgio: venivano da tutte le parti d’Europa (dall’Est, dal Portogallo o altri Paesi ancora), avevano dei contratti non locali e dovevano aprire dei conti in banca in Irlanda, diritti pari a zero, potevano essere licenziati con un messaggio whatsapp da un  “padrone” più arrogante persino dell’Ue. Eravamo davanti a una multinazionale che non accettava i sindacati né il diritto di sciopero, era un po’ come se dicesse: faccio quello che mi pare e se non ti piace vattene altrove. Quei lavoratori hanno rifiutati questa logica, sapevano che se avessero fatto sciopero in un solo paese, Ryanair avrebbe chiuso quella base e ne avrebbe sviluppata un’altra giocando sulla concorrenza tra aeroporti. Per rompere quel ‘potere’ si sono organizzati in uno sciopero europeo, scoprendo che anche solo la minaccia bastava perché i clienti non prendevano i biglietti di quella compagnia. Così, lo sciopero europeo è diventato un’arma. E pian piano stanno andando verso maggiori diritti, adesso i sindacati sono riconosciuti e ci sono condizioni collettive di lavoro. Una vittoria che sembrava impossibile fino a pochi mesi fa, in questo senso il caso Ryanair contiene in sé il messaggio di speranza contro il fatalismo del non poter far nulla a livello europeo. 

Qual è secondo te la sfida comune e prioritaria per le cittadine e i cittadini europei?
L’emergenza sociale ed ecologica. Quando parlo di emergenza ecologica mi riferisco al fatto che ci rimangono dieci anni, non di più, per evitare un cambiamento climatico drammatico e potenzialmente irreversibile. Abbiamo bisogno di investimenti massicci nella transizione ecologica, e per farlo dobbiamo abbandonare la logica di mercato. Un esempio: quando in Belgio hanno privatizzato il trasporto merci su ferrovia, questo è diminuito del 50% comportando l’aumento del gommato, con il conseguente aumento dell’inquinamento. Stessa cosa sul piano energetico: abbiamo oggi 7/8 grandi compagnie dell’energia che dominano sin da quando è stato liberalizzato il mercato dell’energia. Quanto all’emergenza sociale: stanotte 700.000 persone dormiranno per strada, più degli abitanti di molte città europee, dobbiamo renderci conto della dimensione del dramma. Abbiamo Paesi come la Bulgaria che hanno perso fino al 25% della loro popolazione. Dovremmo investire per una rivoluzione sociale e climatica, perché le disuguaglianze (tra e dentro i Paesi) stanno aumentando vertiginosamente e chiaramente questo porta anche a una crisi politica. 

Una crisi che è stata terreno fertile per la propaganda della destra. L’Italia è diventata il laboratorio principale dei sovranisti, i sondaggi danno la destra di Salvini ancora forte. Come vedi l’Italia da Bruxelles?

In generale, il successo dell’estrema destra xenofoba ha molto a che fare con l’austerità, e con il principio della concorrenza, con la lotta di tutti contro tutti. L’Italia mi pare abbia perso circa il 25% della sua capacità produttiva e, ovviamente, questo crea disagio e rivolta contro i partiti tradizionali che hanno sempre implementato le stesse politiche economiche. 

Le politiche di austerità bloccano gli investimenti pubblici nei servizi, come alloggio e scuola, è come se si dicesse alla gente: se volete l’ultimo posto disponibile all’asilo nido o per un alloggio battetevi con chi vi sta a fianco, e ha ancora più difficoltà di voi. Si alimenta il razzismo, si stimola l’odio tra la gente. Perciò credo che la sola possibilità sia rompere con le politiche di austerità, prendendo in mano la crisi sociale e democratica e dando ai lavoratori e alle persone ciò che è loro: ospedali, scuole, ecc. Tra l’austerità autoritaria dei partiti tradizionali e la xenofobia che non offre alternative (se non il capitalismo nazionale xenofobo), c’è una responsabilità della sinistra autentica e radicale: proporre questa rottura e alternativa, che non accetta la logica della concorrenza ma neanche la falsa alternativa dell’estrema destra che protegge banche e multinazionali, fingendo che il problema siano il rifugiato o il sindacato. Il problema sono le banche e le multinazionali. E la sinistra deve offrire soluzioni concrete.

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