20/05/2019 Ilaria Bonaccorsi

Voglio portare in Europa un treno carico di protagonismo femminile. Quattro domande a Francesca Druetti

Francesca Druetti è un’operatrice culturale e si occupa di didattica museale. Si definisce femminista intersezionale e di recente ha scritto un libro contro l’orrido del Pillon insieme alla segretaria di Possibile, Beatrice Brignone (I nostri corpi come anticorpi, ed. People). È candidata con Europa verde nella circoscrizione Italia Nord occidentale, e mentre leggo la sua biografia: «Sono un’operatrice culturale e mi occupo di didattica museale, sui temi della Resistenza, della deportazione e della cittadinanza….», penso immediatamente di chiamarla per chiederle:

E della professoressa di Palermo e dei suoi ragazzi che ne pensi? È ardito o legittimo avvicinare le leggi razziali del 1938 al decreto Immigrazione e sicurezza di Matteo Salvini?

Credo che la reazione – illegittima, abnorme, e in malafede – nei confronti della professoressa sia indice di due ordini di pensiero, entrambi inquietanti ed entrambi liberticidi. Il primo, ovviamente, è l’avversione profonda a qualsiasi forma di dissenso e di critica, che viene subito schernita con disprezzo o direttamente sanzionata. Lo vediamo sui social, con la messa alla berlina di chi contesta il ministro dell’interno, irresponsabile e pericolosa, e lo vediamo nelle piazze, con manifestanti caricati e tenuti a distanza, striscioni rimossi fin dentro le case, provvedimenti repressivi che dimostrano una smania di controllo su ogni singola voce discordante. La scuola è letteralmente un campo di battaglia in quest’ottica, lo è da sempre: non solo ciò che si insegna, ma anche il metodo con cui si insegna, il tipo di persone che la scuola forma, è fondamentale per contenere e prevenire il dissenso.
L’altra è più sottile, e anche molto triste: è l’incapacità di immaginare gli studenti, e quindi i ragazzi e le ragazze, come individui pensanti, in grado di formarsi anch’essi un’opinione, di formulare un pensiero, indipendentemente o a partire dal lavoro fatto dall’insegnante. Viviamo un momento in cui vediamo i ragazzi e le ragazze di tutto il mondo prendere posizione, mobilitarsi, scendere in piazza, sfatando, se mai ce ne fosse stato bisogno, il mito dei “giovani” disinteressati e apatici. Invece, dal ministro Salvini in poi, i ragazzi sono visti come esseri manipolabili, da controllare a vista, un controllo che naturalmente non miri a far loro comprendere eventuali errori, ma a rendere la loro voce inoffensiva per il potere.
In quanto alle slide dei ragazzi, l’idea è di diffonderle, proprio per smontare la ricostruire strumentale fatta dalla destra. Il paragone non è tra Salvini e Mussolini, ma tra due provvedimenti legislativi. Un parallelismo che non è stato fatto solo dagli studenti, tra l’altro, ma che viene anche da commentatori e giuristi, e persino dalla regione Piemonte, che ha presentato un ricorso alla corte costituzionale.

Da poco, in occasione del Salone, ho visitato il museo della Resistenza a Torino. Come si resiste oggi? “Quanta” resistenza e “a cosa” hai portato in questa campagna elettorale?

Si resiste su molti fronti. Resistiamo all’attacco ai diritti delle donne, un disegno in atto in Italia con il lavoro di uomini di governo come Pillon, con il suo disegno di legge, e Fontana, con la sua idea di famiglia che ci vuole riportare indietro di secoli, ma anche globale, dalla Polonia all’Argentina, al Brasile di Bolsonaro, alla Russia di Putin e agli Stati Uniti di Trump. Quello che è successo in questi giorni in Alabama con l’approvazione di una legge anti abortista è emblematico, e non è un caso isolato.
Resistiamo alla violenza del linguaggio, anche a quello della propaganda istituzionale, che sdogana quello da bar e che si trasforma in violenza nelle strade: di nuovo contro le donne, contro la comunità lgbti+, contro chi ha un colore della pelle che lo rende un bersaglio. Una violenza che si arma, con la complicità delle nuove leggi, ma soprattutto con i continui ammiccamenti del potere alle lobby delle armi, fingendo di ignorare i dati che dicono che i resti sono in calo, e invece le armi legalmente detenute uccidono, spesso mogli, fidanzate, famigliari.
Resistiamo a un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento: delle persone, del lavoro, delle risorse, del suolo. Questa è una battaglia enorme, che va di pari passo e che tiene insieme anche le altre: non c’è un pianeta B, e questo dovrebbe orientare tutte le nostre scelte oggi, per poter scegliere ancora domani. Per farlo, dobbiamo essere radicali nelle politiche e nelle soluzioni: vorrei dire “coraggiosi”, ma in realtà è solo volontà di sopravvivere, ci vuole più coraggio a continuare con questo modello, lo stesso coraggio che ci vuole a camminare sui binari andando incontro al treno che sta arrivando a travolgerci.
Resistiamo, infine, con la Costituzione in mano, ostinatamente e convintamente.

Hai deciso di candidarti sotto la bandiera di questa neo-convergenza tra i Verdi italiani e Possibile, per portare a Strasburgo un treno carico di?

Dirò un treno carico di protagonismo femminile, perché è una cosa che tiene insieme molto altro. La volontà di portare in politica voci che non siamo abituati a sentire, battaglie che sono state troppo a lungo delegate, e di farlo noi, che è proprio il senso di uno degli slogan di questa campagna: “Tocca a noi”. Le donne, le ragazze, e gli uomini femministi a sostenerle, a sostenerci. Abbiamo candidato tutte le donne possibili: su quindici nomi che abbiamo proposto, tredici sono donne, e tutte con un bagaglio di attivismo e di competenza preziosissimo. E molte altre non abbiamo potuto candidarle, anche se avremmo voluto: perché troppo giovani per i limiti di età, o perché non hanno la cittadinanza italiana, anche se sono italiane, parlano, studiano, lavorano, amano e si appassionano in italiano. La grande occasione persa nella scorsa legislatura per approvare una forma di ius soli si vede anche in questo.

Coniugare le tue battaglie, ti definisci una «femminista intersezionale» con le tematiche ambientali è stato arduo o hai trovato una chiave che ci vuoi raccontare?

È stata una scelta semplice, che dal punto di vista politico trova una spiegazione guardando al grande lavoro dei Verdi Europei. Ma è una convergenza naturale. L’idea alla base è che la giustizia climatica e la giustizia sociale debbano andare di pari passo. Una volta che si comprende questo, la componente femminista è perfettamente rappresentata e rappresentabile: il cambio di modello di sviluppo nella direzione che dobbiamo perseguire passa attraverso la scolarizzazione, la sicurezza e l’occupazione femminile (a parità di salario e possibilità di avanzamento di carriera). Il salto di qualità è dato secondo me dall’ottica transfemminista e intersezionale: possono sembrare termini complessi per chi non segue il dibattito sui femminismi, ma in realtà è semplicemente la volontà di non lasciare nessuno indietro, di non isolare o negare nessuna identità, ponendo un accento fondamentale sull’autodeterminazione delle persone.

L’inno degli ambientalisti nel mondo è diventato la riscrittura di Bella ciao, canzone della resistenza. Le parole sono cambiate, parlano di un futuro migliore da costruire subito, ma la melodia è la stessa… ti è piaciuta questa unione di Resistenze?

“Bella ciao” ritorna spesso, in contesti molto diversi tra loro. In Turchia l’hanno cantata i manifestanti di Gezi Park, è nella colonna sonora de “La casa di carta”, solo per fare due esempi. Trovo che sia un’ottima cosa, che dimostra la vitalità della canzone, e la sua capacità di rappresentare lotte diverse e di adattarsi a linguaggi, orecchie e consapevolezze differenti. Quindi sì, mi è piaciuta la decisione degli attivisti di scegliere una melodia molto riconoscibile, associata alla Resistenza in un preciso momento storico, inserendosi così nelle Resistenze contemporanee, e di dare nuove parole al loro manifestare, a questa voglia di far sapere che la battaglia per un futuro migliore è urgente e ci deve vedere in prima linea, ribelli e coinvolti, perché ci riguarda, tutte e tutti.

RSS
Follow by Email
Facebook
Google+
https://www.ilsalto.net/quattro-domande-a-fracesca-druetti/
Twitter