15/05/2019 Tiziana Barillà

Europa, spazio di prosperità condivisa. Quattro domande a Ernest Urtasun

Diplomatico ed economista, classe 1982, Ernest Urtasun è quel che si dice un “ecosocialista” nonché un convinto europeista, non a caso la sua firma è sul lavoro Cómo traté de hacerme sabio (traduzione in spagnolo del “Come ho tentato di divenire saggio” di Altiero Spinelli, Icaria 2019) insieme a Marcello Belotti e Pier Virgilio Dastoli. Ma Ernest è pure un convinto sostenitore dell’alcaldessa Ada Colau Ballano, ritenendo che la sua Barcellona sia «un riferimento per costruire una nuova Europa». Urtasun è candidato con En Común Podem, la coalizione delle forze di sinistra che unisce Podemos, Izquierda Unida, i rossoverdi di Iniciativa per Catalunya Verds (il partito di Urtasun) e la Barcelona en comú di Ada Colau. Una coalizione che è ancora prima in Catalogna. Nel solco del rinomato senso pratico tipico dei catalani Ernest taglia corto quando si parla dell’appuntamento del 26 maggio: «Queste elezioni significano un prima e un dopo. Ora dobbiamo sapere che cosa vogliamo l’Europa: se Salvini e Orban o Ada Colau e Owen Jones». 

Ernest, come si cambia questa Unione europea?

L’Europa è uno spazio di battaglia ideologico. Il modo migliore per cambiarlo è, quindi, ottenere una maggioranza di forze che vogliono cambiare lo status quo e non si adeguano a continuare a fare lo stesso di sempre, che è quello che propone la grande coalizione di socialdemocratici, popolari e liberali. Il giustificato malcontento sociale è stato sfruttato dall’estrema destra, ma il suo discorso di odio e la sua proposta insolidale non sono un’alternativa che migliorerà la vita di quelle persone che hanno pagato per l’insensibilità sociale della grande coalizione.
Di fronte all’Europa dello status quo da un lato, e all’Europa delle forze reazionarie dall’altro, è nostro dovere lanciare il messaggio che un’altra Europa è possibile e che vogliamo un’Europa delle persone. In queste elezioni dobbiamo lanciare il messaggio politico di chi vuole cambiare l’Europa e ciò si ottiene solo dando più peso alle forze trasformatrici.
Noi abbiamo le proposte per cambiare l’Unione europea sul nascere, con un cambiamento dei trattati e l’abrogazione di alcune delle norme più anti-democratiche come il Fiscal compact. Ma anche la promozione di misure profondamente trasformative come il New Deal verde, la promozione dell’Europa sociale, un programma femminista, misure per l’accoglienza dei rifugiati e garanzie di percorsi sicuri per i richiedenti asilo. Misure che renderebbero l’Europa ancora una volta uno spazio di prosperità condivisa e diritti sociali.

Sei catalano, perciò non posso esimermi dal chiederti: come si coniugano le spinte indipendentiste con l’unità europea?

Se c’è una cosa in cui l’Unione europea è stata in grado di realizzare i suoi obiettivi fondamentali, è il garantire la pace interna e risolvere attraverso la via democratica le differenze politiche. L’unica soluzione per il conflitto politico in Catalogna è conseguibile attraverso il dialogo e l’accordo. Né la giudizializzazione, né la via unilaterale risolveranno il problema. La strada unilaterale ha chiuso tutte le porte dell’Ue alla Catalogna, nello stesso modo in cui il comportamento autoritario del governo Rajoy ha ricevuto un duro rimprovero dalla maggior parte dei Paesi europei. Dobbiamo aprire spazi negoziali all’interno dell’Unione.

Qual è secondo te la sfida comune e prioritaria per le cittadine e i cittadini europei? 

Credo che abbiamo diverse sfide prioritarie e molti bisogni urgenti da affrontare nei prossimi anni. In primo luogo, dobbiamo rispondere all’emergenza climatica. Con gli obiettivi che abbiamo, non raggiungeremo le emissioni dello 0% nel 2050, l’Ue deve passare dalle parole ai fatti, il continente rimane il terzo emettitore più grande di Co2 dietro la Cina e gli Stati Uniti e negli ultimi anni le emissioni sono aumentate. Questa sfida è globale, quindi gli Stati non saranno in grado di affrontarlo da soli, abbiamo bisogno di misure europee come il New Deal verde. In secondo luogo, dobbiamo sviluppare i diritti sociali che, dopo la crisi, sono stati danneggiati dalla risposta di austerità e dalle riforme neoliberali della grande coalizione. Il pilastro sociale non può essere uno slogan, dovrebbe essere dotato di misure che garantiscano retribuzioni e pensioni decenti, un’assicurazione europea contro la disoccupazione e un’offerta di formazione per i giovani. In terzo luogo, dobbiamo assolutamente affrontare l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne, in un momento in cui il movimento femminista è più forte che mai e, a sua volta, subisce il contrattacco delle forze reazionarie che vogliono fare passi indietro nell’uguaglianza.

L’Italia è diventata il laboratorio principale dei sovranisti. In breve, come vedi l’Italia da Barcellona? 

L’Italia è uno dei laboratori politici d’Europa. L’ascesa di Salvini è una delle tante riflessioni del fallimento della grande coalizione. Il popolo italiano ha avuto la sensazione che l’Italia li abbia lasciati soli di fronte alla crisi economica e anche di fronte alla crisi umanitaria e all’arrivo dei richiedenti asilo. Allo stesso tempo, l’Italia ha meno peso che mai nelle decisioni dell’Unione europea ed è stata sfollata da tutti i principali dibattiti sul futuro dell’Ue. Ed è una pena avere una voce in meno a reclamare solidarietà dal sud d’Europa. 

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