28/02/2018 Fabrizio Mignacca

Elezioni 2018. Psicopolitica. Matteo Salvini, reverendo della discriminazione e del marketing regionalizzato

“I am here to steal your job, the problem is: You haven’t!”. Deve essere un pomeriggio freddo a vedere passamontagna e cappelli. È una città degli Stati Uniti e si sta manifestando per le strade. È strano che nella terra della torta di mele si scopra il diritto di manifestare solo con i presidenti conservatori. I presidenti conservatori stimolano all’azione. I presidenti conservatori danno lo spirito di iniziativa. Stanno manifestando contro Donald Trump, contro la politica del muro.

Un manifestante ha un pezzo di cartone tra le mani, è di origine sudamericana: “Sono qui per rubare il tuo lavoro, solo che tu non ne hai uno!”. Questo c’è scritto sul cartone. Lo dice a chiare lettere, lo dice al cuore WASP del sogno americano: “Siete dei disoccupati che compensano le proprie insicurezze”. La frase è rivolta a chi ha votato Donald Trump. Non sono sicurissimo che sia la realtà, ma la cosa fa riflettere. Donald Trump fa riflettere. Ti dà lo spirito di iniziativa. La cosa funziona: il presidente degli Stati uniti d’America ha preso molti meno voti del suo contender Clinton, ma è presidente degli Stati Uniti. Poi criticano il potere giudiziario italiano. Is it a big country or what?

La cosa deve aver confortato parecchio il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Di Trump, a Salvini ora manca solo l’impero commerciale, un padre che ti lascia tutti i soldi di famiglia, case sparse nel mondo, e un fottio di ex mogli, quasi tutte dell’est Europa e naturalizzate americane. Certo lui ha Elisa Isoardi, che non è seconda a nessuno, però le coniugi di Trump spiccano.
Politicamente parlando, Salvini è un uomo di grandi capacità comunicative. Prende un partito praticamente distrutto dagli scandali economici, un partito arroccato su idee di secessione da mezza italia, un partito vecchio e alla rovina e lo trasforma in una realtà riconoscibile su tutto il territorio nazionale.

Cambio di nome e marketing regionalizzato. Poi usa la tattica più semplice di sempre: creo un nemico. Una volta erano i meridionali e Roma Ladrona, oggi sono gli immigrati. Su semplici presupposti, Salvini, esponente unico di un partito che ha il suo nome come definizione, è riuscito a convincere un bacino abbastanza sostanzioso che la pelle fa la differenza e che questo crei il disagio esistenziale di ampie fasce della popolazione italiana.

Tutto si riassume in frasi semplici e dirette quanto vaghe, indefinite in una ridda di stereotipi che riguarda sempre gli altri. Tocco di classe pecoreccio: la felpa regionalizzata. Fa impressione vederlo andare in giro con la scritta “Potenza” o “Reggio Calabria” ed è credibile quanto la carbonara con pancetta e parmigiano, ma fa empatia, fa sforzo nel risultare simpatico, oggetto delle battute di quegli altri contro i quali lui si scaglia. La strategia è chiara e diretta, e ha un valore assoluto, totalmente proiettivo nel bacino che va a visitare. Egli si mostra come parte della comunità, espressione del popolo eletto che arranca e soffre, con la sua felpa egli è il supporter, il fan spassionato ed accorato. C’è un vago linguaggio calcistico, un obbligo e desiderio di appartenenza verso il prossimo, il defraudato e in questo egli scopre un suo lato spirituale, che fa riferimento alla trimurti della Patria, Dio e Famiglia che per secoli ha funestato la vita delle persone. Salvini sa risvegliare le fantasie autoritarie di chi pensa di essere uno svantaggiato, un danneggiato e trova negli altri il Bias esterno, come direbbe Bandura.

Albert Bandura è uno dei massimi esponenti della psicologia cognitiva applicata alle scienze sociali e si è occupato della teoria sociale dell’apprendimento. Una delle sperimentazioni principali da lui effettuate fornì l’idea che le persone tendono a valutare se stesse attraverso il costrutto dell’autoefficacia, ovvero quanto si riesce a raggiungere un obiettivo. Tale processo risente di una “proiezione” di se stessi in termini di riuscita dell’azione; Bias interno, ovvero coloro che valutano se stessi come motivo della riuscita, e Bias esterno, ovvero coloro che valutano le condizioni sociali come fondamentali per la riuscita.

Salvini usa frequentemente il Bias Esterno per cercare consenso in coloro che pensano che la colpa degli altri ha impedito la propria realizzazione. Eppure i politici vivono ed incarnano assoluti, Dei onnipotenti, trasformazioni degli archetipi, per cui ogni tipo di comunicazione deve essere strutturata nel creare un dio avverso, un diavolo che, nella sua accezione primaria, ostacola la realizzazione dei sogni. È una figura potente e assai frequente nell’immaginario sociale. Satana, ad esempio, è l’avversario, nella sua accezione primaria, ovvero colui che si oppone al cammino, che impedisce il percorso di predestinazione.

Una idea arcaica che prende forma in un simbolo rurale e antico rendendosi immanente nella trasformazione nella società umana del concetto di sopravvivenza di Adleriana memoria. Per Salvini, Satana è l’immigrato. Più riesce a sovrapporre il diverso da sé a una figura demoniaca, più attiva meccanismi profondi legati a paure ancestrali, fino ad arrivare a quei comportamenti derivanti dalla paura del buio, dell’oscuro, dell’ignoto, a ciò che è di notte. Analiticamente parlando, i suoi discorsi sono infarciti di riferimenti alla violenza di notte, al buio che arriva inaspettato, alla calata delle tenebre che “invade”, al nero come diversità contaminante. Salvini involontariamente parla di una sensazione di disagio collettivo che oggi definiamo in psichiatria, ma che spesso ha condotto a periodi assai bui della nostra storia; egli parla di una sensazione alienante tipica di ogni popolazione che sente crescente la crisi per la perdita dei riferimenti primari: dio, patria e famiglia.

Sono immagini di dio, sono trasformazioni simboliche rispetto alla trascendenza dell’ontologia umana, alla sua motivazione escatologica e soterica. Stiamo parlando di semplici icone spirituali immerse in una coscienza collettiva che a livello individuale, inabissandosi, fanno sorgere il loro opposto, di natura tanatologica. Le parole assumono una valenza perentoria alimentando la paura dell’ignoto, della spersonalizzazione di sé. Purtroppo questo ridonda in coloro che sono pronti ad accettarlo e sentono questo senso di spersonalizzazione, la contaminazione di un anima pura e indifesa. Salvini è semplice, scontato, elementare e per questo si rispecchia nella semplicità di un messaggio vago, inutile perché senza nessun tipo di sviluppo se non la propagazione di se stesso , mortifero e pericoloso. L’invasione, la contaminazione, la violenza con cui essa avviene, tutto si concilia in un predicatore del terzo millennio, la cui bocca sembra avere un movimento schifato, colmo di rancore e simile all’immagine di un giudice della Santa inquisizione.

La sua bocca macina odio assecondando le sue labbra le cui estremità inferiori sono sempre tirate in basso come se avesse odorato qualcosa di sgradevole e risveglia l’immaginario collettivo della strega, del vampiro, dell’uomo lupo che si sovrappongono all’uomo nero. Il salto alla figura dell’immigrato è breve, facile, l’uomo nero è immigrato, preferibilmente scuro di pelle. Matteo Salvini lo cerca, lo filma e lo posta sui social in continuazione, quasi ossessionato da una componente di diversità assoluta. La domanda viene spontanea: quanto questa forma di ossessione è frutto di una semplice posizione di consenso e quanto risuona su un piano intimo e personale? A nessuno è dato saperlo, né è così importante in sé, ma è chiaro che chi ne parla male tende ad enfatizzare l’estrema sicurezza delle sue parole. Salvini fa quasi invidia per la libertà che si concede nei discorsi, anche quando mostra il rosario pubblicamente in piazza.

Fa notizia, ma è ampiamente coerente con il modello del religioso domenicano che ha prodotto il Malleus Maleficarum. Ciò che convince in Salvini è la fredda sicurezza con la quale perseguirà il suo dettame politico, propria solo di chi ha fede, estrema relazione con ciò che è trascendente, con immagini potenti che corrispondono e che si presentano simbolicamente nella società umana. Il reverendo della discriminazione che si oppone ad un mondo che si è radicalizzato su posizioni di correttezza. Di lui si potrà dire: animato dal trickster, showman dello sleale e pronto a tutto, d’altra parte si potrà definire come difensore degli oppressi dell’assistenzialismo, ma in definitiva nessuno potrà negare che Matteo Salvini non si deve mai sottovalutare.

L’autore di questo articolo, Fabrizio Mignacca, è uno psicoterapeuta specializzato presso il Centro Studi Psicosomatica di Roma con indirizzo Gestalt–Analitico. Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

28 febbraio 2018

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