18/02/2018 Fabrizio Mignacca

Elezioni 2018. Psicopolitica. Matteo Renzi, l’adolescente “contro” che al governo si fa casta

C’è qualcosa di Matteo Renzi che non faccia notizia? Di lui non si butta veramente niente. Da sempre è il target ideale di chi riempie il vuoto della propria coscienza dicendo qualcosa di lui piuttosto che di se sstessi. È chiaro che Matteo Renzi è l’ultima espressione di quel moto o filosofia pubblicitaria legata allo spin doctor francese Jacques Seguelà, protagonista e fautore della famosa campagna politica che accompagnò Francois Mitterand, la forza tranquilla. Costruire un’immagine da star attorno al presidente della Francia degli anni Ottanta e fino a metà anno Novanta non deve essere stato facile. Lungi dal paragonare il transalpino (soprannominato Le florentin per la spregiudicatezza machiavellica) al fiorentino di Pontassieve: appare evidente come il presidente Renzi sia tutt’altro che forza tranquilla, un po’ per il temperamento mostrato, un po’ perché anche una sua foto al supermercato genera colonne di piombo sui giornali e commenti a non finire sui social.

Mi sono sempre chiesto però, cosa spingesse l’ex premier a far di sé un’icona contemporanea, un personaggio riconoscibile, un brand che va oltre il suo nome. È vero che un politico vive di assoluti. Li cita in continuazione se ne ciba e li vomita in una ridda di belle parole che evocano piuttosto che informare. È il ruolo degli assoluti. James Hillman lo aveva capito tanti anni fa (probabilmente non solo lui) e in “100 anni di psicanalisi” (poi ribattezzato “100 anni di psicoterapia” provocando un “qui pro quo” epocale) quando prendeva ad esempio la necessità dell’uomo sociale di avere un leader, un dio, un valore, un assoluto a cui fare riferimento. La produzione simbolica dell’essere umano lo porta spesso a prefigurare gli assoluti della coscienza collettiva in una molteplicità di figure simboliche : Dio, la Bandiera, la Patria, la Scienza, l’Ideale, la Libertà e infine anche il Leader.
Queste figure simboliche sono sempre esistete, al punto che sembrano avere una vita propria, una loro ontologia collettiva, una potenza assoluta. Non esiste un politico che pubblicamente non le citi. Eppure come notava Jung, un’identificazione con l’archetipo è di per se stesso follia. Solo i matti, per così dire, si identificano con gli archetipi (ad esempio i deliri religiosi). Eppure, in quella vasta area della psicopatologia della vita quotidiana, ognuno di noi risponde ai suoi dei, spesso invocandoli indirettamente, evocandoli nei discorsi o pregandoli direttamente.

Prendiamo la figura del Leader e la sua fenomenologia simbolica: sicuro e fermo, irremovibile e apparentemente irreprensibile, assolutamente democratico o assolutamente totalitarista, fondamentalmente identificato con i valori di una parte del pubblico tanto da incarnarli (la vecchia storia del Verbo che si fa carne), legato al proprio essere apparente che diventa essenza. Non ha elettori, ma credenti. È un assoluto e risponde a un bisogno preciso. Quello proprio di ogni uomo. Per anni la figura di riferimento è stata Silvio Berlusconi, così onnipotente da far diventare virtù i vizi. La sua persecuzione è stata raffigurata come il martirio del Cristo, la sua ascesa e caduta è stata raccontata come una epopea infinita. Berlusconi ha raso al suolo ogni possibilità di doppioni. Eppure se vuoi fare il sequel di un film di successo la regola è sempre quella: alza il volume al massimo.

In un mondo di persone che ha bisogno di un leader, il capo è colui che incarna fortemente tutti i valori che lo producono, ma cosa produce un vero leader, chi realmente ha bisogno di un leader? Gli adulti dovrebbero avere una conoscenza di sé tale da essere sufficientemente indipendenti. La stessa crescita è una spinta all’indipendenza. Solo i bambini e gli adolescenti rimangono dipendenti dalle figure parentali. Solo i bambini e gli adolescenti partono dai genitori (o chi ne fa le veci) per esplorare il mondo. I bambini ne hanno bisogno per identificazione, gli adolescenti per creare la propria indipendenza. Se però lo sviluppo della società si basa su una coscienza collettiva in cui il modello esposto èdi tipo proiettivo e quindi similare nello sviluppo della propria identità, perché gli adulti invocano un leader? La risposta è nelle parole del succitato Hillman: è una società fatta da bambini, al massimo da adolescenti. Tutti costoro hanno bisogno di una figura di riferimento per identificarsi o rendersi indipendenti, l’immaginario collettivo crea la manifestazione simbolica del Leader di Dio, della Bandiera e compagnia.

Ciò non vuol dire che non esistono adulti, ma che in una società edonistica, spesso “Edonè” conduce a una scelta fondamentalmente incapace di evoluzione: il bisogno di identificazione e sopravvivenza non può per definizione essere mediato (se mai ci fu generazione umana che potè farlo). Matteo Renzi è una espressione edonistica del terzo millennio. Egli nasce come rottamatore, fortemente identificato con valori anti sistemici. Egli incarna il Verbo della base comunista, “cambiamento”, che si concretizza in un falso mito della giovinezza opposta alla senilità. Si scaglia contro l’oligarchia dell’epoca, rappresentata dai quadri di partito legati al Pci cher però erano stati forza di governo e quindi non rappresentavano più quell’immaginario rivoluzionario tipicamente di sinistra se mai un D’Alema lo sia stato).

Renzi è il prodotto di una guerra strisciante tra vecchi e giovani, tra chi ha avuto uno stato sociale e chi chiede qualcosa che non c’è più. Più che un capitano di ventura alla Berlusconi, lui è l’espressione smart del tempo della globalizzazione, in cui tutto è mostra di sé e niente è reale. Egli è, insieme a Pippo Civati, il nuovo (basato su una idea sperimentata nel tempo) che irrompe, il rappresentante di una generazione che si è formata nella cultura del benessere di metà anni ’90 e che vive la crisi come cessazione di quello stato. Egli è l’adolescente riottoso che chiede il prezzo della mancanza del benessere, della ripartizione del bene comune, della partecipazione al processo identificativo del potere; in questa sua lotta contro i sepolcri imbiancati, Renzi chiede lo spazio del figliol prodigo, sempre o quasi fedele ad una linea che è stata spezzata con i governi Prodi, una linea di opposizione continua e irrompente, una linea della manifestazione plenaria e dell’oligarchia dominante.

Egli rappresenta il collettivo studentesco che, contraddicendosi in continuazione, vuole cambiare avversando ogni tipo di riforma, in un modo tipicamente adolescenziale in cui la soluzione è sempre dissoluzione e in cui non c’è finale, se non una lunga lotta fine a se stessa. In questo è vincente. In ciò diventa iconico portatore di un valore condiviso, un assoluto rivoluzionario meta-democristiano: in lui si incontrano tutte le incongruenze dell’essere di sinistra che concilia l’operaio e il radical chic, l’imprenditore multimiliardario e l’intellettuale arroccato su di sé, il buon servo del signore e il guerriero della lotta di classe. Tutti gli estremi si condensano nella sua figura e ne definiscono le azioni. Finchè è contro, finché è oppositivo, finché c’è dissoluzione, funziona tutto. Poi arriva il governo. La sua presa di potere è totalitaristica. Renzi siede alla presidenza del consiglio come fatto nel servizio  molto cool realizzato per Vanity Fair: “La mia personalità davanti, il mio assoluto come stile di pensiero di una totalità che mi ha prodotto. Io come oggetto del desiderio di me stesso”.

In questo Io, appunto, nella partecipazione a se stesso, perde il contatto con quello spirito oppositivo che lo identificava nel suo elettorato. Finché è contro gli sono perdonate le fantasie democristiane della crescita e la parziale mancanza di una scuola politica condivisa, come era nella prassi. La leggittimazione del suo potere gli arriva indirettamente: il 40% di elettorato alle europee. L’identificazione appare confermata ed il Noi diventa io. Quando diventa forza di governo, automaticamente il suo elettorato adolescenziale lo abbandona. Egli non riesce più a rispondere all’immaginario del rottamatore ed entra in una serie di ingranaggi di potere che lo rendono agli occhi delle persone indisponente ed arrogante, laddove questi tratti magari non gli corrispondono veramente. Questo è il problema: un politico è talmente identificato con i valori dell’immaginario che lo rappresenta che quando non gli vengono riconosciuti più, tende a giustificare ciò di cui viene accusato. Quando manca in lui l’ immagine del giovane adolescente contro, egli diventa automaticamente simbolo della casta.

È un gioco di contrapposti che diventano assoluti e quindi chiaramente identificabili. Invecchia precocemente insomma anche se non perde un anno. Matteo Renzi nell’immaginario diventa Mario Monti. Diventa la necessità di fare cose che, qualunque esito diano, sono l’espressione di una oligarchia vera o presupposta di ciò che lo sostiene. Per cui il suo è un “governo non eletto” (espressione adolescenziale e ignorante giacchè i governi non si eleggono), amico dei massoni e delle banche (i nemici del popolo), espressione del totalitarismo, amico dei potenti. Ogni sua evoluzione diventa tale. La domanda più frequente in psicoterapia, una volta isolati i problemi sarebbe: “ Adesso che sai tutto questo, come ti saboterai?”. La domanda nasce infatti da una pratica condivisa: di solito pur conoscendo tutto, si persegue la via che tende alla rovina. Il tutto si riassume nella frase del profeta di Quelo, personaggio di Corrado Guzzanti: “La risposta è dentro di te…. Ma è sbagliata”.

Per quanto si possa cercare di invecchiare per essere forza di governo, automaticamente lo spirito dell’adolescente sorge come per moto alchemico, si cercano i passaggi giusti, ma si sbaglia nella modalità. La fretta non è mai buona consigliera e torna il grande rebus della sinistra: l’opposizione si oppone e non propone. Per rinnovare o rottamare si rischia di dividere: il referendum costituzionale. Matteo si incaponisce tanto da identificarsi totalmente in questo. L’adolescente spinge, ma spinge lì dove questa voglia da 14enne non trova più corrispondenze. Non viene più riconosciuto tale anche se è arriva ad immolare sé e parte delle persone che lo appoggiano. In una logica da bambini si vince o si perde, non c’è contrattazione. Per cui perde e va a casa. Poi ricompare chiamato (o facendosi chiamare?) a gran voce dal suo elettorato. Viene invocato nuovo leader e lui ci ricasca. Eppure intimamente qualcosa è cambiato. La sconfitta del referendum è stata un colpo tremendo. Quando sei così identificato in un valore assoluto, il colpo è mortifero e crea un evento traumatico, il trauma di solito scinde parte della consapevolezza essendo un lato estremamente esposto.

Nella sua scelta di ripresentarsi c’è anche la necessità del riscatto, del riconoscimento mancato, di tutti i sogni che in maniera umana lo hanno animato, ma anche quel potente culto della personalità che lo ha condannato, quella modalità adolescente del tutto o del niente, dell’atto di forza più proprio ad un icona del fumetto che ad un personaggio in carne ed ossa. È chiaro che dietro alcuni suoi accorgimenti ci sia una consapevolezza più adulta, ma una modalità ancora adolescenziale che spesso fa storcere il naso ad alcuni compagni di partito, specialmente coloro che hanno un profilo adulto e che non condividono alcune modalità accentratrici. D’altra parte l’opposizione come stile di vita è proprio di chi aderisce al Pd: il continuo dibattito sul nulla, la vuota parola nell’uso narcisistico, nell’attirare l’attenzione sul come dire piuttosto che sul come fare. Insomma, l’esercizio della politica senza la volontà di potere che renderebbe pratico il dibattito.

Matteo Renzi oggi conosce bene questo comportamento, e usa più riguardo in alcuni casi e molto più l’accetta in altri. In questa duplice posizione Matteo Renzi esterna in maniera più accorta il suo ardore giovanile, mixandolo con la consapevolezza del fatto che prima o poi qualcuno gli presenterà il conto e tutti quelli che ha intorno faranno lo stesso, perché quando accetti di essere leader metti in conto il trionfo (raro), piazzale Loreto, le fiamme dopo un colpo in bocca, l’esilio a Nizza ed altre cose che francamente sono al di fuori del concetto di umanità, solo perché ci troviamo nella terra degli dei.

L’autore di questo articolo, Fabrizio Mignacca, è uno psicoterapeuta specializzato presso il Centro Studi Psicosomatica di Roma con indirizzo Gestalt–Analitico. Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

 

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