01/03/2018 Fabrizio Mignacca

Elezioni 2018. Psicopolitica. Giorgia Meloni, dalla gavetta a seminatrice d’odio a caccia di voti

È un preconcetto che la destra italiana sia legata e trovi una forma unica nel fascismo. Così come è un paradosso sostenere che esso fondi la sua azione su un presunto padronato che si oppone alla classe operaia comunista, dal momento che in Italia non è mai esistita una borghesia industriale. In Italia è sempre esistita una nobiltà latifondista che ha visto la nascita del partito di Mussolini prima con grande distacco, poi con interesse come se guardasse uno strano animale idrofobo. Solo quando il fascismo è diventato una realtà che si imponeva, si è cercata una mediazione con la grande rappresentazione drammatica, nel senso di spettacolarità e vuoto, della marcia su Roma.

La destra, come movimento conservatore come lo concepiamo oggi, era una espressione oligarchica per lo più costituita da sangue blu e qualche notabile che aveva investito sull’industrializzazione di una giovane nazione contadina. Quanto di più distante dal primo fascismo. I fasci d’azione nascono, come sperimentazione ideologica, proprio dalla sinistra più estrema, come risposta alle drammatiche differenze sociali proprie dell’epoca. Confrontare il programma della formazione di Mussolini, nella sua prima forma, con le espressioni programmatiche delle diverse anime della sinistra di allora è abbastanza semplice: alcuni punti, molti, sono completamente uguali.

Solo in un secondo momento il fascismo trova una sua natura complessa in cui si fondono le diverse aree che puntano ad un totalitarismo tipicamente novecentesco e a quella ragion di Stato rigida e dittatoriale. Questo avviene quando i fascisti tennero a legarsi con i latifondisti e supportarono la sparuta classe industriale italiana, dando luogo a quella fase che spesso i sociologi hanno descritto come fase costruttiva e propositiva, di fatto solo sulla carta, prima dell’alleanza con Hitler che avrebbe portato alla Seconda guerra mondiale e ai suoi 20 milioni di morti.

Va detto che per buona parte del Ventennio il regime tentò una enorme operazione di coinvolgimento della classe dei lavoratori, cercando di coniugare apparentemente le esigenze della classe elitaria dominante con lo spirito rivoluzionario di alcune frange operaie e contadine. È inutile negarlo che tra populismi dittatoriali a limite dell’assurdo, tentato sviluppo delle arti e innovazione parziale, il regime fascista cambiò l’immagine dell’Italia (solo quella spesso) in maniera drastica, portando alla luce quella perenne guerra civile che ammorba lo Stivale.

La destra, dopo la Seconda guerra mondiale, veste di fascismo, ma solo nelle sue forme più intime, attenta a nascondere sotto la sigla Msi quanto di più nefando aveva portato la dittatura. Sostanzialmente, la destra italiana si è trasformata in un flusso modulato di consensi radicali e pseudo moderati, a volte imperniati sulla nostalgia dei “treni che arrivavano in orario”, fino alla visita di Gianfranco Fini al Muro del Pianto che ha apparentemente  ribaltato alcuni canoni ideologici.

Detto tutto questo, come siamo finiti a Giorgia Meloni personalità di spicco della destra italiana? È lei l’ultima trasformazione dei miti del regime? È chiaro che Meloni ha studiato sodo, è una che prende sul serio il suo ruolo istituzionale, qualunque esso sia, ha militato ed è riconosciuta da tutti gli esponenti politici come una persona preparata. Difficilmente viene colta di sorpresa, ha una eloquenza dura e ferrea, un sorriso che non prende prigionieri e indubbie doti carismatiche, dovute anche alla possibilità di portare avanti sempre le stesse cose da anni. Sempre le stesse idee.

La chiamano coerenza a destra, incapacità di cambiare pagina tutti gli altri. Lo spettro ideologico nel quale si identifica è sempre l’onnipresente il mito della forza, le fantasie autarchiche e quello spirito di sopraffazione strisciante. Eppure oggi qualcosa è cambiato, e la destra è affollata di fascisti. È infatti strano che questo profilo appartenga più agli alleati con i quali c’è un tenue dialogo, ai i quali ella mostra insofferenza e dai quali è stata spesso trattata con sufficienza. Forse c’è qualcosa di più profondo del populismo e delle frasi delle decisioni irrevocabili. Forse è il problema della politica al femminile e della concezione del maschio alpha, che si trasforma nel condottiero, nel Prometeo che guida il popolo attraverso una funzione autoreferenziale e appunto autarchica. Prometeo non ruba il fuoco per darlo agli uomini, ma per sfidare gli dei e compiere peccato di tracotanza, ovvero quello in cui egli si fa dio di se stesso attraverso il proprio egocentrismo.

È chiaramente una funzione maschile. La figura femminile è Pandora, moglie del fratello Epimeteo, colui che pensa dopo. Pandora, nella sua femminile malizia, apre il vaso dei mali del mondo per trovare in fondo il male più grande, la speranza. Per quanto il mito del vaso sia stato presentato in maniera positiva, nel mondo classico la Speranza aveva un duplice volto: la speranza crea l’aspettativa che getta l’uomo nell’attesa fideistica degli eventi e quindi in balia del destino. La speranza porta la disillusione e quello che oggi definiremo come depressione.

Il voto dell’elettorato di un politico si basa molto sulla speranza, ma quando essa è tradita, allora restano solo i mali del mondo. Il femminile ha questa funzione, rivela la cosa nella sua essenza dandone la gravità della duplicità. Giorgia Meloni spesso ha scontato questa posizione arcaica, vetero maschilista, come colei che mette a nudo la realtà delle promesse maschili solo per il fatto di essere donna. È chiaro che una posizione simile, è una posizione scomoda e spesso Meloni ha scontato il prezzo di una militanza più lunga, di una gavetta più pesante solamente perché donna.

D’altra parte la volontà di non voler appartenere neanche a quella sorta di oligarchia da gineceo che racchiude il circolo delle donne notabili d’Italia, così di moda negli ultimi anni, e di scegliere un percorso autonomo che è riuscito a poche donne nella storia della Repubblica, la pone in una posizione precaria in cui si rischia di non essere riconosciuta da nessuno. Giorgia Meloni pare infatti non avere una identità propria perché non è possibile riconoscerla in niente di conosciuto. Per anni ha cercato di sfuggire alla definizione attraverso la preparazione, ma una scelta autarchica in un immaginario di volontà di potenza, ha permesso che le si accostassero veri e propri “principi” del maschilismo preconcetto come Ignazio Larussa, che ha riconosciuto in lei una forma politica nuova, più simile alla donna nord europea, più indipendente e fredda, ma anche che ha perso parte del “bello” dell’essere mediterraneo in sensibilità e capacità empatica.

In questo Giorgia Meloni rischia di essere stritolata dalla sua immagine pubblica e la trasformazione intima in cui non esiste una conciliazione, ma una dissoluzione, riproponendo l’antica dicotomia Φύσις e λόγος in relazione all’ἀρχή, ovvero il conflitto tra legge naturale o naturalezza dell’ontologia umana e discorso razionale, la scelta razionale rispetto al principio ordinatore ed al Comando. Un conflitto che nella mitologia viene risolto con la morte, con la risoluzione del dramma. Giorgia Meloni rischia di essere quindi un vaso di terracotta tra vasi di ferro qualora venisse riconosciuta come quel caso raro della politica italiana in cui una donna apparentemente indipendente, o come direbbero i detrattori, senza identità, si fa strada grazie alla mancanza di definizione nell’ambiente più eterofobico, quello politico, nella fazione politica più etero fobica, la destra di Silvio Berlusconi, in cui spesso la scelta delle donne di governo non passa propriamente e necessariamente dalla loro preparazione.

A onor del vero, anche a sinistra i cosiddetti capi di partito sono sempre maschi. Sempre. Sarebbe una posizione fallace pensare che le diverse anime femminili che hanno animato questo periodo la vita della Repubblica, abbiano ricevuto onori pari agli uomini che sono tuttora collocati nei posti di potere più importanti. È chiaro che la Repubblica riconosce la discriminazione tra i sessi con l’idea delle quote rosa, ovvero una riserva come quelle dei pellirossa in cui i partiti, ob torto collo, infilano esponenti femminili solo perché la legge lo impone. D’altra parte è estremamente maschile e manipolatorio l’uso della femminilità come idea del cambiamento e della corsa alla parità e fa parte di quel idea del discorso razionale, di scegliere quello che conviene mantenendo una parvenza di politicamente corretto.

Giorgia Meloni si scontra con questo come ogni donna che voglia intraprendere un Cursus Honorum, non a caso nell’antichità riservato ad un utenza maschile. Finchè Giorgia si fa trovare preparata sarà inattaccabile, ma quando si getterà su argomenti più intimi al consenso, ovvero quando dovrà gettarsi nella mischia del prendere voti, automaticamente dovrà trasformare il modo in cui comunica gettandosi nel Berlusconismo, ovvero in quella vasta area di fuochi d’artificio che lasciano solo la puzza di bruciato, o nel Salvinismo, ovvero quel misto di frasi vuote autarchiche e misogene. Questo sta succedendo.

Per essere credibile alternativa di governo l’onorevole Meloni assume un linguaggio che spesso ha tenuto lontano, ma che per appartenenza le spetta, ovvero quello della seminatrice di odio, di frasi preconcette e razziste senza nessun fondamento, specchio falso del mito della potenza e dell’autarchia, così tipicamente maschile e masturbatorio, riassunto nel sommo augurio che Starace, nel Ventennio, aveva ideato: “a noi!”. Il massimo della misoginia maschile, il vuoto augurarsi a se stesso un augurio che nessuno ti farà perché francamente assai imbarazzante e di cattivo gusto e non meritato.

Giorgia Meloni prova quindi a essere qualcosa di diverso da quello che fino ad ora aveva provato ad essere, prova a ricavare una identità etero fobica, ella che ne era la vittima designata in un gioco di proiezioni in cui l’altro è sempre peggio. Non si può non notare che il periodo di massima popolarità lo abbia avuto all’atto della sua maternità, ovvero in quell’atto di pura femminilità e forza e potenza che unisce intimamente tutte le donne del mondo. Quello in cui insomma assume una identità riconosciuta a livelli più profondi. Al di là del suo ruolo di mamma, figlio del riduzionismo maschile, l’espressione della parte intima femminile vuol dire comunione in quello stato che è vita e luce e rinnovamento ed al quale partecipano tutte le donne solo perché donne e non figure femminili.

Una scelta della trascendenza femminile cercata a tutti i costi, anche in campagna elettorale, che le ha portato l’attenzione di tutte e davanti al quale gli uomini si fermano in una posizione beota davanti alla quale possono solo stigmatizzare la propria posizione. Se Giorgia Meloni però diventa simulacro di se stessa, allora entra nel regno della falsa promessa, sposando quella posizione fallocentrica tipicamente fascista e apertamente maschilista, colma di compensazioni e di preconcetti nei quali ci si impregna di potenza per paura di non essere in grado di essere altro.

Una posizione tipica del maschio che pone critica all’altro e trova se stesso in cerimonie funebri e culti ancestrali chiaramente di origine pagana nella valutazione di sée come oggetto di culto. Tra un occhio strizzato a Casapound e una visita al Museo Egizio, Giorgia Meloni prova a diventare quello che era forse destinata ad essere, una leader, una condottiera, una candidata premier. Ci hanno già provato. Tante volte, ma evidentemente la storia è destinata a ripetersi.

L’autore di questo articolo, Fabrizio Mignacca, è uno psicoterapeuta specializzato presso il Centro Studi Psicosomatica di Roma con indirizzo Gestalt–Analitico. Docente a contratto presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

1 marzo 2018

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