07/05/2019 Andrea Maestri

La povertà non è reato, multarla lo è. Pesaro modifichi il suo Regolamento

ll Comune di Pesaro ha un Regolamento di Polizia Urbana che all’art. 17 bis punisce ciò che la legge penale non punisce più dal 1995, la mendicità e la punisce con una multa che può andare da 25 a 500 euro, compreso il sequestro delle eventuali elemosine rinvenute della tasca del povero questuante.

Ora, un conto è la mendicità cosiddetta molesta o invasiva, che è tornata ad essere reato “grazie” al Decreto Salvini (Art. 669-bis (Esercizio molesto dell’accattonaggio). – Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque esercita l’accattonaggio con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà, è punito con la pena dell’arresto da tre a sei mesi e con l’ammenda da euro 3.000 a euro 6.000. È sempre disposto il sequestro delle cose che sono servite o sono state destinate a commettere l’illecito o che ne costituiscono il provento”), un conto è invece la mera richiesta di elemosine ai passanti, senza molestie e petulanze, che è un’attività del tutto lecita.

A un povero richiedente asilo nigeriano, che tra l’altro porta su di sé le tracce delle violenze subite nel proprio paese d’origine (appena approdato in Italia nel 2015 è stato operato per l’asportazione chirurgica di un pallettone dalla gamba destra) è stato contestato dalla Polizia Locale di Pesaro di avere chiesto l’elemosina in Via Rossini, strada off limits insieme ad altre 5 vie del centro il 3 maggio scorso: sanzione di 50 euro, che ovviamente il pericoloso trasgressore non può permettersi di pagare.

Va detto che non solo la sanzione è illegittima e ingiusta ma lo stesso Regolamento comunale sembra in palese contrasto con la Costituzione e con le leggi.

Se non è verificata una condotta di “accattonaggio molesto invasivo”, la mera mendicità non può essere sanzionata, perché condotta lecita, priva di necessaria offensività, conforme al dovere inderogabile di solidarietà e al riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo sanciti dall’art. 2 della Costituzione.

La stessa norma comunale regolamentare non può, ovviamente, derogare alla Costituzione e alle leggi della Repubblica: non può, legittimamente, il Regolamento di Polizia Urbana stabilire che è ammessa la mendicità (rectius, richiesta di denaro o di altra utilità) solo in alcune zone della città, perché se un’attività è lecita, non ne può essere limitato geograficamente lo svolgimento se non violando la libertà di circolazione di cui all’art. 16 della Costituzione (Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.)

Con ogni evidenza, non sussistono né ragioni di sanità né ragioni di sicurezza suscettibili di giustificare un simile divieto.

Altresì, se appare ammissibile, in astratto, una regolamentazione circa le modalità di tale attività (“deve essere compiuta in maniera itinerante, con soste non superiori a trenta minuti”), è da escludersi, stanti le norme di rango superiore appena citate, il divieto assoluto in alcune vie della città, le più chic, per intenderci.

Come noto, nel nostro ordinamento giuridico, in forza della Legge 205/1999 e della sentenza n. 519/1995 della Corte Costituzionale la mendicità, già punita dall’art. 670 c.p., non è più reato.

E allora dedico al Sindaco di Pesaro le parole, ancora attualissime, visto il Regolamento pesarese, della Corte Costituzionale: «Gli squilibri e le forti tensioni che caratterizzano le società più avanzate producono condizioni di estrema emarginazione, sì che senza indulgere in atteggiamenti di severo moralismo non si può non cogliere con preoccupata inquietudine l’affiorare di tendenze, o anche soltanto tentazioni, volte a “nascondere” la miseria e a considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli. Quasi in una sorta di recupero della mendicità quale devianza, secondo linee che il movimento codificatorio dei secoli XVIII e XIX stilizzò nelle tavole della legge penale, preoccupandosi nel contempo di adottare forme di prevenzione attraverso la istituzione di stabilimenti di ricovero (o ghetti?) per i mendicanti. Ma la coscienza sociale ha compiuto un ripensamento a fronte di comportamenti un tempo ritenuti pericolo incombente per una ordinata convivenza, e la società civile consapevole dell’insufficienza dell’azione dello Stato ha attivato autonome risposte, come testimoniano le organizzazioni di volontariato che hanno tratto la loro ragion d’essere, e la loro regola, dal valorecostituzionale della solidarietà. D’altra parte, i paventati effetti di ulteriore affollamento delle carceri e d’un accrescimento del carico penale sono irrealistici e comunque potranno essere scongiurati se e in quanto si consoliderà l’indirizzo del legislatore verso la “depenalizzazione”. In questo quadro, la figura criminosa della mendicità non invasiva appare costituzionalmente illegittima alla luce del canone della ragionevolezza, non potendosi ritenere in alcun modo necessitato il ricorso alla regola penale. Nè la tutela dei beni giuridici della tranquillità pubblica, “con qualche riflesso sull’ordine pubblico” (sentenza n. 51 del 1959), può dirsi invero seriamente posta in pericolo dalla mera mendicità che si risolve in una semplice richiesta di aiuto».

Ovviamente essere buoni e umani non è obbligatorio, ma è un preciso obbligo – che incombe anche sul sindaco di Pesaro – quello di rispettare la Costituzione e quel dovere inderogabile di solidarietà che l’art. 2 pone in capo ad ogni componente della Repubblica.

Attendiamo, dunque, fiduciosi, una immediata modifica del Regolamento che punisce i poveri, anche quando si limitano a chiedere umilmente un’elemosina ai margini della nostre eleganti strade cittadine.

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