08/10/2018 Filippo Treiani

La parola giusta: Antigone

«Ma per me non fu Zeus a proclamare quel divieto, né Dike, che dimora con gli dèi inferi, tali leggi fissò per gli uomini. E non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dèi. Infatti queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero».

Queste sono le parole che Antigone, con tutto il suo bisogno di umanità, rivolge a Creonte, dopo averne violato l’editto che negava degna sepoltura al fratello ed aver quindi infranto il nòmos, il diritto positivo della polis.

In questo passaggio Antigone esprime con grande chiarezza l’eterno conflitto, che attiene al senso profondo della legge, tra l’autorità e la giustizia: fino a che punto le norme poste dall’uomo possono limitare quelle preesistenti, sancite dal diritto naturale? Fino a che punto le parole scritte dall’uomo possono imporre comportamenti che si fondano su una descrizione controversa della realtà?

La vicenda umana e politica (e in parte anche giudiziaria) di Domenico Lucano sta tutta qui: la violazione di una norma, in uno stato civile, è l’unica condizione affinché si possa configurare un reato, oppure è necessaria anche la lesione di un bene tutelato dall’ordinamento? E se così fosse, di cosa si starebbe accusando oggi Domenico Lucano? Concretamente, quale interesse collettivo avrebbe leso? 

La risposta non si può non ricercare nell’esperienza di integrazione di Riace e nel suo modello-Antigone: un posto nel quale l’essere umano e la sua dignità vengono prima di ogni elemento di differenziazione -che sia questo il colore della pelle o la provenienza geografica. 

Essere umano riconosce essere umano, prima di tutto.

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