29/06/2018 Tiziana Barillà

Porti chiusi e guerra aperta. La battaglia navale sulla pelle degli ultimi: un “salto” a bordo di Open Arms

«Niente, siamo qui però sembra che non ci stiano mandando avvisi di barche da soccorrere. Abbiamo ascoltato un aereo comunicare una posizione di un gommone direttamente ai libici». Il capo missione Riccardo Gatti ci scrive così mentre è a bordo della Open Arms. Da giorni la nave umanitaria è nel Mediterraneo ma non può effettuare soccorsi, nonostante stia navigando in piena zona di ricerca e salvataggio (Sar), e cioè quel pezzo di mare in cui vengono salvate migliaia di vite umane. La nave umanitaria, però, non solo non viene informata o contattata rispetto alle imbarcazioni intercettate, ma nei suoi confronti è in atto una vera e propria battaglia navale.

Per questo impedimento, Proactiva Open Arms chiama in causa Malta, ma anche l’Italia: «Italia e Malta negano l’accesso nelle loro acque alla nave #OpenArms una barca umanitaria che ha salvato più di 5.000 vite in 1 anno sotto il coordinamento del Guardia Costiera, dissequestrata dalla magistratura italiana e il cui equipaggio e bandiera sono europei», ha twittato la Ong. «Il nostro è un battello umanitario che ha salvato oltre 5mila vite in un anno sotto il coordinamento della Guardia costiera, che è stato dissequestrato dalla giustizia italiana e il cui equipaggio è europeo, come la bandiera», dicono da Proactiva. A bordo, infatti, ci sono anche quattro rappresentanti del Parlamento europeo: Miguel Urbán, Ana Miranda, Javi Lopez e l’italiana Eleonora Forenza.

All’indomani del Consiglio europeo che ha discusso anche di politiche migratorie europee, in alto mare non c’è solo la Open Arms ma tutta la linea europea. «Viste da qui le conclusioni del Consiglio europeo fanno davvero orrore», ci ha detto Eleonora Forenza che abbiamo raggiunto telefonicamente mentre, insieme ai suoi colleghi, è rientrata sulla Astral a circa 26 miglia dalla costa libica dopo aver fatto visita alla Open Arms portando pannokini e medicinali. «Il Consiglio Ue continua in un’opera di criminalizzazione delle Ong, arrivando a sancire la chiusura dei porti italiano e maltese, affidando alla Libia la costruzione di zone Sar che non è evidentemente in grado di gestire. La relocation, poi, è di fatto volontaria, quindi è una vittoria della linea di Visegrad e la costruzione di campi di smistamento chiusi, che di fatto è la costruzione di campi di concentramento dell’Unione europea».

«Violazione di tutte le norme del diritto internazionale e comunitario», ha aggiunto – sempre con tweet – il fondatore di Proactiva Open Arms, Oscar Camps.

Non è la prima volta che Open Arms si trova in mezzo al “campo di battaglia”. Lo scorso 18 marzo – ricorderete – la nave umanitaria è stata sequestrata nel porto di Pozzallo dopo aver salvato 218 migranti. Prima accusata dal procuratore Carmelo Zuccaro di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, poi (appena un mese dopo) scagionata da tutte le accuse e dissequestrata.

Pochi giorni fa, La Valletta ha negato l’ingresso al porto per fare rifornimento e cambiare equipaggio, costringendo Proactiva a noleggiare una piccola imbarcazione a terra per trasportare il carburante e i viveri fuori dalle acque maltesi. Non è la prima, Open Arms, e non è la sola a fronteggiare in questa battaglia navale sulla pelle degli altri. A un’altra nave umanitaria, la Aquarius di Sos Mediterranèe, pochi giorni fa  è stato negato l’accesso in acque maltesi, dovendo così far rotta fino a Marsiglia per rifornimento e cambio equipaggio. E, ancora a Malta, prosegue l’inchiesta giudiziaria nei confronti del comandante della Lifeline che, dopo lo sbarco di 234 migranti a bordo per sei giorni, è tornato negli uffici di polizia per un nuovo interrogatorio. Il comandante è libero ma non ha il permesso di lasciare Malta, il quotidiano Times of Malta sostiene che dovrebbe essere rilasciato dietro cauzione, mentre la nave dell’ong tedesca rimane sotto sequestro.

Adesso, Malta fa sapere che d’ora in poi nessuna imbarcazione appartenente a un ente no profit potrà entrare nei suoi porti – «non può consentire a entità con strutture simili a quelle oggetto di indagini di usare il porto per le loro operazioni, né di entrare o uscire», si legge nel comunicato governativo. E l’Italia? Alla denuncia di Open Arms il ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha risposto con una smentita: «Nessuna inibizione, Open Arms è in zona Sar libica e anche la Astral sta navigando verso sud», si legge in una nota di replica. Proprio vero, non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare. E il governo italiano proprio non ci sente. 

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