06/06/2019 Gabriele Vilardi

Non è eutanasia. Noa e il diritto a una morte dignitosa: parla Filomena Gallo

Diritto alla morte dignitosa, eutanasia legalizzata, libertà di decidere quando porre fine alla propria esistenza. Noa Pothoven ha scelto di morire di fame e di sete, dopo essere stata violentata e aver sviluppato depressione, disturbo post traumatico da stress e anoressia. L’errata informazione riportata da molte testate nazionali ha scatenato un’accesa discussione sull’eutanasia legalizzata. Abbiamo chiesto a Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, il suo parere sulla vicenda.
Perché il caso Noa Pothoven, giovane olandese di 17 anni deceduta per sua volontà in Olanda, non può essere considerato come di eutanasia?

La vicenda di Noa colpisce tutti per il dolore che emerge dalla sua storia, a partire dalla violenza sessuale. La sua scelta però non è stata quella dell’eutanasia, ossia quella di un percorso fatto di medici e psicologi che fanno il possibile per trovare alternative terapeutiche prima di autorizzare una decisione così drammatica. Noa nel 2018 ha detto: “La domanda è stata rifiutata perché sono troppo giovane e avrei dovuto prima affrontare un percorso di recupero dal trauma psichico fino ad almeno 21 anni”. Come emerge da tutti i dati a nostra disposizione finora la sua scelta è stata quella di non aderire al percorso eutanasico. La sua drammatica scelta di astensione dal nutrimento e idratazione l’ha condotta invece alla terminalità, momento in cui è possibile sia avvenuta la sedazione palliativa per alleviarne i dolori.

È evidente che la storia di Noa ha sollevato un polverone su una questione per cui l’associazione Luca Coscioni si batte da tempo: la legalizzazione dell’eutanasia. Come è regolata l’eutanasia in Europa e in particolare in Olanda ?
Nel 2002 l’Olanda è stato il primo Paese a legalizzare l’eutanasia. Hanno una storia di protocolli sviluppati e migliorati in ben 17 anni. Con la legge per il controllo dell’eutanasia clandestina, è consentito ai malati di “porre fine alla propria esistenza con dignità, dopo aver ricevuto ogni tipo disponibile di cure palliative”. Vi possono accedere, oltre ai maggiorenni, i ragazzi sopra i 12 anni con il consenso dei genitori, e tra i 16 e i 17 con la sola comunicazione ai genitori. E’ richiesto che un medico certifichi l’irreversibilità della condizione di sofferenza “insopportabile”, anche psichica. Il medico non decide da solo, ma attraverso la verifica di una commissione. Lo ripeto: come dice la legge, è consentito ai malati “dopo aver ricevuto ogni tipo disponibile di cure palliative”, che quindi devono essere offerte e accettate.
E in Italia? La vostra battaglia pluriennale a cosa ha portato sin ora?
Grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato e l’aiuto dato a Fabiano Antoniani, già Dj e divenuto cieco e tetraplegico con immani dolori a seguito di un incidente, si è espressa la Corte costituzionale dando 11 mesi al Parlamento per legiferare. Questi scadranno il 24 settembre 2019. Se il Parlamento non avrà fatto nulla per quel momento, arriverà la sentenza della Consulta che potrebbe garantire degli spazi di libertà per chi aiuta altri al suicidio in determinate condizioni di terminalità o inguaribilità e di piena capacità di intendere e volere, in assenza di istigazione. L’iter parlamentare è ancora molto indietro. Le leggi, tra cui quella di iniziativa popolare, devono ancora iniziare la discussione dell’articolato nelle Commissioni competenti.
La confusione generale amplificata dai media, costretti in molti casi a rettificare la prima notizia riportata, pone una questione: i giornalisti anche in questo caso sono colpevoli consapevoli o inconsapevoli?
I giornalisti in questo caso che riguarda temi delicatissimi non hanno verificato le fonti dirette, ossia la stampa olandese e fonti istituzionali olandesi.
Comprendo anche che velocità con cui girano le notizie costringe a tempi compressi ma questa non può essere una giustificazione. La verifica sembra che sia una delle prime cose da fare per chi fa informazione, ma non mi permetto di dare un giudizio sulla colpevolezza dei fatti. Ho sempre avuto contatti su questi temi con professionisti molto attenti.
Parliamo di diritto alla morte dignitosa: quando lo è? Ci spieghi la differenza tra un caso come Coscioni e quello di Noa?

La dignità è inetichettabile, ognuno ne ha una per sé. Nemmeno Luca Coscioni, a differenza di Piergiorgio Welby e Fabiano Antoniani, chiese l’eutanasia. Nel suo caso vi fu di un rifiuto della terapia ventilatoria che lo condusse ad un’insufficienza respiratoria. Per quanto riguarda Noa abbiamo troppi pochi elementi a disposizione per dire cosa esattamente sia successo. Il Ministero della Salute olandese ha avviato “un’ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un’indagine” vera e propria sul caso. L’ispezione, precisa il portavoce del Ministero, non riguarda l’eutanasia, ma intende accertare “tipo di cure ricevute ed eventuali errori”.

Sembra che il nostro Paese non sia in grado di considerare il diritto alla vita alla pari del diritto alla morte dignitosa: pensi che questo sia sintomatico della ingombrante presenza e influenza della città del Vaticano di cui siamo vittime o di una mancanza d’ educazione civica su un tema che sembra sempre un tabù come quello del fine vita?

C’è sicuramente un dato culturale, derivante anche dalle influenze vaticane, ma c’è soprattutto un dato di mancanza di informazione. Il nostro Parlamento ha sempre giocato confondendo i termini della questione, i grandi media tuttora negano la giusta informazione ai cittadini tranne quando si è in presenza di grandi casi come quello di Welby, Fabo o Lambert. Senza informazione è facile la strumentalizzazione di situazioni come quelle di Noa.
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