09/04/2018 Raffaele Lupoli

L’italia produrrà più nocciole per la Nutella. Ma non è una buona notizia

I media italiani hanno accolto la notizia con entusiasmo: 20mila ettari in più di territorio agricolo nostrano saranno destinati a produrre nocciole per fare la Nutella. Articoli in rete e sui quotidiani cartacei – più o meno sponsorizzati – annunciano che entro il 2025 ci sarà un aumento del 30% di superficie agricola dedicata ai noccioleti. “Sebbene Ferrero hazelnut company soddisfi i propri bisogni di nocciole fornendosi da aree produttive localizzate in varie parti del mondo” spiega il comunicato di Ferrero ripreso negli articoli, il Progetto Nocciola Italia produrrà un aumento esponenziale delle tonnellate prodotte ogni anno (la media degli ultimi dieci anni è di 110mila su una superficie di 70mila ettari) lungo lo Stivale.

Dunque una sorta di favore che Ferrero, il maggior utilizzatore mondiale di nocciole, fa al Paese mettendo a disposizione “il proprio know how” insieme alla garanzia di un impegno all’acquisto, strumenti tecnologici, tracciabilità e sostenibilità delle produzioni. Non ne avrebbe bisogno – sembra voler far intendere dal tono della comunicazione – perché le prende all’estero, in Turchia, Georgia (che sono il primo e il terzo produttore del Pianeta, l’Italia il secondo), Serbia, Cile, Australia e Sud Africa. Eppure la divisione di Ferrero dedicata alle nocciole vuole offrire una “opportunità di riconversione e valorizzazione di ampie superfici del nostro territorio”. Vedremo più avanti se si tratta di un’opportunità per la nostra agricoltura: per ora soffermiamoci sul valutare se davvero si tratti di una novità e chi investe davvero.

Le prime notizie circa un interesse di Ferrero per l’estensione della coltivazione di noccioli in Italia risalgono al 2015, quando il colosso dolciario firmò tre diversi protocolli d’intesa con l’Ismea e le Regioni Lazio, Toscana e Piemonte: la previsione al 2020 era di aggiungere rispettivamente 10mila, 5mila e 5mila ettari, circa 10 milioni di piante in tutto. Prevalentemente con fondi pubblici ed europei. Non proprio una novità dunque, né esattamente un favore, quello di investire nell’ampliamento di queste colture. Piuttosto una necessità dovuta a diversi altri fattori. Sicuramente conta la possibilità di avere un prodotto a costi concorrenziali: ormai l’espandersi dell’offerta (anche Cina e Corea, ad esempio, cominciano a coltivare nocciole in maniera intensiva) e il sostanziale controllo del mercato da parte di Ferrero rendono più conveniente coltivare “in casa”.

Tanto più che uno dei maggiori Paesi di importazione, la Georgia, potrebbe ridimensionare il quantitativo esportato a causa del conflitto con la regione dell’Abkhazia, divenuta indipendente e dal 2008 sotto il controllo russo, quindi non più nelle condizioni di produrre una certificazione in conformità agli standard europei (i coltivatori abkhazi che dovessero farlo sarebbero considerati traditori). La convenienza riguarda anche l’immagine aziendale: è importante poter “narrare” che si punta sul made in Italy mentre le nuove norme impongono che in etichetta si riporti la sede di produzione e confezionamento e da più parti si chiede di segnalare anche da dove arrivano le materie prime.

Nulla di strano se le coltivazioni di nocciole destinate agli stabilimenti Ferrero, nel nostro Paese, non avessero già fatto segnalare in passato più di qualche criticità. Ad esempio, a sentire gli agricoltori biologici della Tuscia, nel viterbese, da dove arriva il maggior contributo in nocciole per la Nutella, il risultato dell’operazione “Nocciola Italia” sarà l’ulteriore concentrazione del mercato, con  la multinazionale del food a “fare il prezzo”, un territorio reso ancor più dipendente dalla monocoltura e una ricaduta ambientale molto meno sostenibile di quanto si annuncia. In una nota, Famiano Crucianelli, che presiede il Biodistretto della via Amerina e delle Forre in rappresentanza di 13 Comuni e numerose aziende biologiche dell’alto Lazio, sottolinea tutta la sua preoccupazione per “le conseguenze economiche, ambientali e sociali” dell’operazione.

L’uso di pesticidi, lo sfruttamento eccessivo delle risorse idriche, i rischi per la biodiversità legati alla monocoltura: il Biodistretto laziale non nega l’opportunità che può arrivare da questo ambito produttivo, ma mette l’opinione pubblica dinanzi ai rischi e ai danni che già l’attuale modello di coltivazione produce. Con la monocoltura, il risultato sarà quello già sperimentato negli ultimi anni: la siccità e l’invasone di un parassita, la cosiddetta cimice asiatica (la Halyomorpha halys che colpisce anche frutta e cereali) hanno infatti provocato un calo di quantità prodotte e di qualità. Falde acquifere, laghi e corsi d’acqua subiscono le pesanti conseguenze dell’uso di pesticidi e fitofarmaci e sono tante le testimonianze di agricoltori bio stretti nella morsa dell’uso intensivo di diserbanti e concimi chimici nei noccioleti circostanti, avvolti da nuvole fetide che minacciano la loro salute e la “purezza” dei loro prodotti.

Avete presente la campagna d Ferrero sull’olio di palma sostenibile? Forte della sua pervasività, il colosso dolciario ha tenuto fermo il proprio punto di vista in un contesto in cui – a torto o a ragione – altri concorrenti hanno preferito aderire alla campagna che denunciava i guasti ambientali e i rischi per la salute del grasso vegetale aggiunto alla Nutella. Ora il marchio Nutella diventa nuovamente strumento di comunicazione per proporre come una novità e un’opportunità l’espansione di un business i cui impatti sono già ampiamente sperimentati. Perché stavolta, con quest’annuncio di nuove colture accolto come una manna dal cielo, i territori che ospitano e ospiteranno coltivazioni di nocciole dovrebbero aspettarsi qualcosa di diverso?

 

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