12/04/2018 Daniele Nalbone

Napoli scende in piazza sabato contro il debito. «Siamo in credito di diritti»

Sabato 14 aprile dalle ore 10 in Piazza Municipio un’intera città, Napoli, si mobiliterà contro il «debito illegale, ingiusto e odioso», come lo ha definito il sindaco Luigi De Magistris, che attanaglia il Comune partenopeo. «Dopo sette anni di tagli, leggi ingiuste, gabbie finanziarie e attacchi alla città – si legge nell’appello alla manifestazione – nelle ultime settimane si sono abbattuti su Napoli, con ingiustizia e violenza, due macigni istituzionali, due debiti storici dello Stato di cui i napoletani non hanno colpa». Si tratta di un debito di circa 100 milioni del commissariamento post-terremoto (1981) e di uno di circa 50 milioni del commissariamento emergenza rifiuti (2008). 

Due debiti «per i quali i napoletani non hanno alcuna colpa» ha spiegato il sindaco De Magistris che ha parlato di rischio «tracollo sociale, economico, finanziario e istituzionale della nostra città».

Quella contro il debito ingiusto non è la “rivolta di De Magistris”, come la raccontano i media: è la rabbia di un’intera città che, con onestà e coraggio, si è liberata da commissariamenti ed emergenza rifiuti «che vogliono farci pagare, con ingiustizia profonda e con violenza, debiti storici, ingiusti e illegali». Nella piattaforma di mobilitazione si parla di «ribellione alle ingiustizie» e di «attacco ai diritti della città e del suo popolo». Da Napoli, dunque, si chiamano in causa le responsabilità di tutta la classe politica, almeno quella presente oggi in Parlamento. Chi gardi alla “ribellione” di Napoli in maniera superficiale potrebbe vedere sindaco barricadero, di sinistra, per molti di estrema sinistra, che cerca consenso “di pancia”. Ma qui siamo davanti alla reale possibilità di aprire una crepa nel sistema politico: la messa in discussione della “nuova costituzione” che stiamo vivendo, la “costituzione dell’austerità”, un sistema che mette la camicia di forza agli amministratori locali impedendogli, di fatto, di governare in base alle volontà e agli obiettivi delle forze politiche di appartenenza

Nella mobilitazione di Napoli non c’è colore politico. Alla mobilitazione di Napoli dovrebbero guardare i sindaci di decine di città, soprattutto del centro sud. La mobilitazione di Napoli può, deve diventare una campagna che agisca tanto sul piano locale che su quello nazionale. Perché la questione del debito e del conseguente (rischio) tagli ai servizi sociali che comporta riguarda tutti. Non c’è differenza di colore o di schieramento: tutti i sindaci, oggi, sono costretti a rispettare le regole “del debito” imposte dall’alto se non vogliono essere considerati i responsabili del default delle casse comunali.

La modifica dell’articolo 81 della Costituzione, che ha di fatto imposto il pareggio di bilancio per i comuni, ha creato uno scontro tra poteri, sindaco e governo. In questi anni abbiamo assistito a incontri feroci, con le istituzioni che hanno smesso di collaborare e hanno iniziato uno scontro a tutto campo dettato da una norma di rango costituzionale che ha relegato la politica in un angolo.

Con questa chiave di lettura si legge l’adesione della Rete dei Numeri Pari di Napoli, che comprende diverse realtà “esterne” all’amministrazione De Magistris, da Libera all’Ex Opg Occupato. Perché «il peso della crisi è dettato da politiche economiche barbare che hanno scelto di sacrificare i diritti a favore del rifinanziamento delle banche e del circuito della finanza globale». Politiche economiche che nessuno schieramento politico, oggi, mette in discussione e che sono state «rigorosamente geo-localizzate»: è il Sud a pagare maggiormente il peso dei tagli ai servizi e agli enti locali «e Napoli la prima città a pagare più di tutti le ingiustificabili politiche neoliberiste».

Il risultato? Aumentano le povertà e diminuiscono le risorse per i servizi essenziali, «una contraddizione spaventosa determinata da scelte scellerate che hanno azzerato diritti, privatizzato servizi, impoverito territori»: sanità, trasporti, istruzione, servizi minimi «con costi eccessivi e la cui qualità è sempre più un calo». Non da oggi, ma da almeno un decennio di evidente violazione dell’articolo 3 della Costituzione: «Anziché rimuovere gli ostacoli di natura economica che impediscono lo sviluppo della persone si è scelto di moltiplicare tali ostacoli fino alle estreme conseguenze». Ecco perché «sono i cittadini di Napoli a essere in credito» e, soprattutto, perché questa mobilitazione non può e non deve essere confinata all’ombra del Vesuvio: perché è la politica tutta –a rimanere inerme, muta, davanti a questo nuovo sistema, prima economico e poi politico. E a restarne intrappolata.

 

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