13/03/2018 Filippo Riniolo

La tenaglia nera arriva in Italia e impone un cambio di paradigma al movimento Lgbtqi

Indubbiamente, il 4 marzo ha segnato la conclusione di un’era che veniva da lontano. La tenaglia nera, che ci accerchia tra gli Usa e l’Est Europa, è arrivata a mordere anche in Italia. Imponendo al movimento Lgbtqi europeo e italiano un cambio di rotta.

La storiografia del movimento segna tre grandi fasi internazionali, che hanno avuto ovviamente riscontri anche in Italia.

-> 1969 – 1984. Il movimento chiede libertà, era quindi in tutto e per tutto un movimento di liberazione inserito nel più vasto movimento contro il potere che ha attraversato il mondo negli anni 70. È inutile sottolineare come Stonewall, nel giugno del 1969 si collochi nell’onda lunga del ’68: solo pochi mesi prima i giovani dell’epoca avevano imparato le pratiche della contestazione al potere, usandole poco dopo contro una retata della polizia in uno dei tanti ritrovi della comunità, lo Stonewall Inn.

-> 1984. È l’anno della “peste gay”. L’Hiv è un’ombra che incombe sulla libertà, e una sorta di gelo attraversa le vite di un’intera comunità. Lutti importanti devastano l’intero movimento. Reflusso politico e terrore personale si mescolano. Solo quando l’epidemia viene domata – purtroppo non sconfitta – nel 1994, il movimento prova a riprendersi dopo aver interiorizzato lo stigma: adesso non si chiede più libertà ma uguaglianza. Si chiedono i diritti. Ponendosi (o schiacciandosi) su un piano vertenziale. In Italia questo si traduce in una strategia chiara: penetrare nel partito erede del Pci, portarlo al governo, e attraverso esso ottenere i diritti civili. L’Arci diventa lo strumento per fare questo, con Franco Grillini a incarnare questa battaglia.

-> Il primo decennio del XXI secolo, dopo il WorldPride, è l’epoca dell’incasso: in Europa e negli Stati Uniti si contano una lunga serie di vittorie sul piano vertenziale, matrimonio egualitario su tutte, che lasciano però in secondo piano la questione trans. Dalla Spagna di Zapatero al Nord Europa, passando per il Parlamento europeo, si portano a casa conquiste di diritti formali. In Italia la strategia si attua nel governo Prodi, che con i DiCo prova, fallendo miseramente, a dargli forma. La storia ci racconta di come finì la corsa: la decisione di Walter Veltroni di correre da solo, staccando la spina al professore bolognese e con lui a quel tentativo. Anche la parte più radicale del movimento Lgbtqi, assimilando le letture queer d’Oltreoceano, ha contribuito a rendere quella stagione politica determinante, gettando le basi necessarie per la legge attuale. È il Pd renziano che, grazie al buon lavoro della Cirinnà, conclude il ciclo. La storia recente è nota a tutti: una vittoria a metà per il Pd e i 5stelle. E un movimento arrivato stanco, afono, che riempie le piazze supportando la mediazione più che rivendicando la propria piattaforma politica.

Un movimento stanco e afono. Perchè?
La spinta europea si è arrestata. Qualsiasi movimento tipicamente vertenziale, una volta ottenuta la conquista si ripiega su sé. I pride diventano poco politici e le parole d’ordine meno piene di significato. Intanto, una nuova tenaglia nera comincia a prendere forma. L’Est Europa è sempre più omofobo, in chiave anti occidentale “modello Putin” e sotto la pressione della Chiesa ortodossa, mentre avanza una torsione antilibertaria di un nuovo Islam settario per lo più sunnita.
L’altro lato della tenaglia arriva da Oltreoceano, dal Tea party americano. La risposta alla conquista dei diritti delle coppie omosessuali fa i conti con la libertà di sostenere posizioni omofobe, anche contro la scienza (terapie riparative, etc…), e con la libertà di offendere. Senza contare la grande battaglia “proLife” che attecchisce in Europa contro l’adozione e soprattutto contro la gestazione per altri (chiamata in modo offensivo: utero in affitto).

Marine Le Pen in Francia e Matteo Salvini in Italia sono i portavoce di queste battaglie, traducendo in Italia le stesse argomentazioni, la libertà di offendere e di essere omofobi e fascisti. Il paradosso di rivendicare la libertà di essere fascisti o di poter essere dichiaratamente omofobi e razzisti, coglie nel bug della tolleranza che per essere tale non può tollerare gli intolleranti.
Le ultime elezioni ci restituiscono un quadro drammatico: un centrodestra a trazione leghista (notoriamente filo Putin) che insieme al 5% di Fratelli d’Italia dà vita a una destra radicale mai così forte in Italia. ben oltre il 20% del Paese. Il brodo culturale delle battaglie più retrive contro i diritti civili. L’altro campo che ha vinto sono i 5 stelle. Un partito “pigliatutto”- un po’ di destra, un po’ di sinistra e molto di centro – che su queste battaglie ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto. L’idea di fare “entrismo” nei 5 stelle, come si è fatto nei Ds e in Rifondazione, è una prospettiva ancora meno credibile di quanto lo fosse allora.

Che fare dunque? Barricarsi negli spazi che il movimento ha conquistato aspettando che il vento cambi? Evidentemente, no. Ripartire dalle conquiste per determinare lo spazio populista che attraversa l’Europa imponendo un racconto mainstream. Tornare a impugnare la bandiera della libertà, che è la bandiera dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Scrollarsi di dosso i vincoli tipici di un movimento vertenziale e provare a entrare in sintonia con il nuovo movimento femminista che attraversa una fase di rilancio. Tornare a contestare il potere più che chiedere una legge. Come hanno fatto il movimento femminista e nero dopo aver ottenuto la parità formale. Per provare a resistere e abbattere la tenaglia nera. Partigiani in una fase difficile, per cercare un posto nella storia prima che qualche singola legge. Occorre aprire una riflessione profonda su questa nuova fase che il movimento Lgbtqi si trova ad affrontare. Non un semplice cambio di governo, ma un cambio di paradigma. Occorre attrezzarsi e rilanciare. Sottovalutare le due onde lunghe e nere che ci attanagliano. ora anche in casa nostra, è un pericolo che non ci possiamo permettere.

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