08/06/2019 Marco Spagnuolo

Morte a Venezia. Perché dire No alle grandi navi in laguna

Venezia, 2 giugno. Mentre l’Italia era alle prese con i festeggiamenti per la Repubblica, la nave da crociera Opera Msc perdeva il controllo nel canale della Giudecca, travolgendo un piccolo battello turistico e sbattendo contro la banchina. L’incidente ha provocato 4 feriti. Dopo l’incidente, il comitato No Grandi Navi ha convocato un corteo cittadino per sabato 8 giugno. Ne abbiamo parlato con Marco Baravalle, del Comitato.

 

Quanto successo il 2 giugno è ormai noto a tutti. Quanto, invece, c’è dietro l’incidente no. Che idea vi siete fatti al comitato No Grandi Navi ?

 

Le responsabilità sono trasversali e a tutti i livelli. Partiamo dal Comune di Venezia, guidato da una giunta di centrodestra eletta quattro anni fa con una campagna ferocemente pro-Grandi Navi. Il nostro sindaco, ci sono video che lo provano, tre anni fa scherniva i veneziani preoccupati e il Comitato No Grandi Navi dicendo «non ci sarà mai un incidente», «smettetela di fare gli uccelli del malaugurio, di vivere nella paura», eccetera. Ieri, dopo l’incidente, ha fatto un video vergognoso dicendo: «io lo dico da otto anni che le navi devono essere lasciate fuori dalla laguna».

Se pensiamo al ministero preposto a decidere sulla questione “Grandi Navi”, che è quello delle Infrastrutture, ovvero Toninelli, ovvero i 5 stelle, è meglio stendere un velo pietoso perché Toninelli, al di là di proclami e confuse esternazioni, non ha mai deciso nulla. E quando non decidi nulla e non hai le idee chiare sulle Grandi Navi, significa fare esattamente il gioco dello status quo, significa lasciare che le Grandi Navi, come ora, attraversino la città, il suo cuore, con i rischi che abbiamo previsto. A livello istituzionale sono molto pochi quelli che possono guardarsi allo specchio dopo l’incidente di qualche giorno fa. La posizione del Comitato è stata invece sempre molto chiara, ed è quella di lasciare le navi fuori dalla laguna: questo è il punto che noi poniamo con forza e che ci distingue anche dalle alternative che propongono, dalla Lega al Comune a pezzi di Pd.

 

Eppure sul lasciare le Navi fuori dalla laguna non c’è totale accordo, giusto?

Noi diciamo che le navi devono restar fuori dalla laguna. Molti invece dicono che c’è un’opzione alternativa che vede le navi rimanere comunque in laguna, ma che non le vedrebbe più passare davanti a piazza San Marco e nel canale della Giudecca. In particolare, c’è un’opzione che è sul tavolo da tempo e che noi osteggiamo: far passare le navi da un altro canale, il canale dei Petroli, farle arrivare a Porto Marghera, sede del Petrolchimico e del porto commerciale; quelle più grandi lasciarle a Porto Marghera, quelle più piccole, che sono comunque dei mostri, farle passare per un nuovo canale da scavare per farle arrivare allo stesso porto.

 

Perché la osteggiate?

Si capisce che è una soluzione folle, perché aumenterebbe il traffico in laguna e perché bisognerebbe scavare nuovi canali, che è un crimine perché c’è una legge speciale per Venezia che vieta lo scavo di nuovi canali per impedire la manomissione dell’idromorfologia della laguna – ci sarebbero tonnellate di fanghi tossici da smaltire, non si sa dove – e in più vorrebbe dire far passare o attraccare le navi a Marghera, con tutti i pericoli che si correrebbero con questi mastodonti attraccati vicino a depositi petrolchimici e raffinerie. C’è proprio una normativa, la Seveso, che regola i casi di incidente industriale: se si guarda la mappa di Porto Marghera in questa normativa, quella zona è segnata proprio come zona rossa. Ci sono cioè moltissimi motivi per cui l’ipotesi Porto Marghera e scavo del canale Vittorio Emanuele sarebbe secondo noi completamente incompatibile con la sicurezza e con il tema ambientale. Noi vogliamo le navi fuori dalla laguna, e ciò che abbiamo organizzato è una grande manifestazione alle Zattere dove crediamo verranno migliaia di persone per ribadire questo messaggio.

 

Negli anni avete imparato a intrecciare il discorso ecologico e sulla sicurezza con una critica agli interessi finanziari, edilizi e immobiliari che si celano dietro il turismo sans limite a Venezia…

 

La città storica di Venezia ha ormai 52mila residenti, in calo di quasi mille unità all’anno, e ha una pressione turistica di circa 30 milioni di turisti all’anno: questa è la sproporzione di cui stiamo parlando. Le Grandi Navi da crociera non ne portano certamente la maggioranza, ne portano circa 2 milioni all’anno, però sono esattamente il simbolo di quanto questa forma di turismo sia insostenibile; sono forse la manifestazione più arrogante di un modello predatorio sulla città che, sfruttando quello che David Harvey chiamerebbe il «capitale simbolico collettivo», cerca di costruire il massimo profitto con il massimo disprezzo per il bene comune e il destino della città. Le Grandi Navi riuniscono in sé tutte queste contraddizioni perché sono appunto un esempio eclatante di questo modello di turismo di massa, sono effettivamente inquinanti, hanno un impatto sulla morfologia lagunare e in nome loro si vorrebbe addirittura scavare nuovi canali o allargare quelli già esistenti, sono un problema per la sicurezza. Ricordiamo anche che queste compagnie da crociera sono delle vere e proprie multinazionali finanziarie che godono, però, della protezione di ampie porzioni dell’arco istituzionale e del mitologico mondo dell’impresa. Ad ogni obiezione alla presenza delle Grandi Navi, si oppone il solito tema che vale anche per le Grandi opere, ovvero quello del ricatto del lavoro: «e si, però si perdono soldi, si perdono introiti economici per la città, si perdono posti di lavoro». Noi, come Comitato, discutiamo anche di alternative per evitare un’ingente perdita di posti di lavoro. Però qui, mentre difendiamo alcuni posti di lavoro, ma soprattutto profitti di compagnie finanziarie, la città sta morendo.

 

Sabato 8 giugno tornerete in piazza, a Venezia, per chiedere cosa?

 

Oltre «le navi fuori dalla laguna», ora l’urgenza è proprio quella di bloccarle. Nel 2012 è stato emanato un decreto riguardo le navi, il decreto Clini-Passera, secondo il quale a Venezia non possono transitare, nel tratto del canale della Giudecca e davanti a Piazza San Marco, le navi che superano le 40mila tonnellate. Poi c’è stato un ricorso al Tar e di fatto questo decreto non è applicato, e si dice «ok, le navi passano fin quando non sarà indicata una soluzione definitiva». E questo è stato l’escamotage con il quale tutti hanno potuto lasciare le cose come stanno, sollevando fantasiose alternative, senza mai decidere. Noi diciamo che dobbiamo ribaltare la logica del Clini-Passera, fuori le navi subito e con le navi fuori decidiamo un’alternativa. Questa è la parola d’ordine che porteremo in piazza sabato.

 

Un’ultima domanda. In una città in cui viene meno la classica protesta “di piazza”, come ci si organizza per praticare la protesta “par mare e par tera”?

 

In otto anni ne abbiamo fatte di tutti i colori. La nostra pratica usuale è quella del blocco con le nostre barche, i cosiddetti «barchini», con i quali invadiamo il canale della Giudecca provocando ritardi anche molto ingenti delle partenze e degli arrivi con danni economici sicuramente significativi. Ci siamo tuffati in acqua, abbiamo nuotato per bloccare le navi per ore e ore; siamo andati anche direttamente al porto per bloccare e informare i crocieristi sui danni che le crociere appunto comportano a Venezia. Però insomma, Venezia è anche una città dove si possono fare dei bei cortei, magari ha le calle e non le strade a cui siamo abituati: per esempio per sabato [oggi, ndr.] stiamo pensando ad un corteo perché la rabbia, l’indignazione sono tante e scommettiamo che saremo davvero in tantissimi, e questo è sempre il modo migliore per garantire la partecipazione a tutte e tutti, anche a chi viene da fuori o ai veneziani e alle veneziane che non hanno imbarcazioni. Se tutto andrà bene ci riprenderemo la città da cui quotidianamente siamo espropriati, e le Grandi Navi sono uno degli elementi di questa espropriazione.

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