10/07/2018 Ilaria Bonaccorsi

Parole e immagini non bastano più. Occorre ‘metterci il corpo’. Ha perfettamente ragione Veronesi

Metterci il corpo. Andare laggiù. Sono giorni, tanti giorni. Da quando si è insediato questo governo che lo penso. Dalla prima nave bloccata. Dalla prima ‘pacchia’. Le parole non bastano, come scrive Sandro Veronesi, «vedo la fine che fanno». Occorre metterci il corpo. La Croce rossa ci ha chiesto 30 secondi. E ci ha mostrato del nero, nessuna immagine, solo il rumore del mare. E alla fine una scritta, Umanità. Ci ha chiesto se riuscivamo a resistere 30 secondi a guardare il nero. Neanche le immagini di morti, di donne e di bambini e di uomini disperati, affogati, piangenti, servono più a qualcosa. Come le parole, «vediamo la fine che fanno». Poi Sandro Veronesi lo scrive. Scrive quello che penso. Perfettamente. Immaginavo metà arco parlamentare italiano e almeno un terzo di italiani. Tutti fuori, tutti a largo. Tutti sulle navi ‘incriminate’ delle Ong. A largo fino a che non ci fate entrare tutti, il mare sarà il nostro paese. Fuori, chiamiamoci fuori perché questo paese qui non è il nostro. Non basta più niente di quello che facevamo, non basta scrivere, protestare, discutere per giorni, mettere magliette rosse, cercare di fare politica onestamente. Non basta più. Andiamo a Largo, mettiamoci il nostro corpo. «La differenza tra la vita e la morte». Io vi chiedo più di 30 secondi, ma neanche 10 minuti. Leggete la bellissima lettera di Veronesi a Saviano e ditemi. Io vi dico la mia frase preferita. 

«Ciò che sta accadendo nel Mediterraneo non ha certo a che fare con la pace, ed è inaccettabile; ma non perché i barconi colmi di persone partono dalle coste libiche verso il nostro paese: questo è un fenomeno comune, si chiama migrazione — anche poco significativo, in termini strettamente numerici —, che nel mondo è sempre esistito. È inaccettabile perché inaccettabile è la propaganda che l’accompagna, e che rovescia la realtà chiamando «pacchia» o «crociera» la tortura cui quegli esseri umani sono esposti, e li vuole lasciare in balia degli scafisti o della guardia costiera libica, cioè i veri «trafficanti di uomini», calunniando con quella definizione le Ong che cercano di salvarli. Tutto questo è atroce e provoca un’angoscia che io fatico a sopportare. E poiché vedo che fine fanno le parole, ora che la mistificazione ha superato, in termini di consenso popolare, la corretta informazione, mi chiedo se non sia il caso di rompere gli indugi e metterci direttamente il corpo. Perché noi siamo un corpo, e anche le nostre parole vengono dal nostro corpo, e il corpo è ben più di esse – il corpo è la vita stessa -.
[…] E ti dico che «metterci il corpo» per me ha un significato solo: significa andare laggiù, dove lo scempio ha luogo, e starci, col proprio ingombro, le proprie necessità vitali, la propria resistenza, lì. Il corpo, il mezzo più estremo di lotta nella tradizione della non violenza».

Salvini ieri ha risposto a Veronesi e pure a Saviano: “Ottima idea, buon viaggio!”. Salvini, nostro ministro degli interni. Allora iniziamo così: Salvini non è il nostro ministro degli Interni perché questo non è il nostro Paese. Il nostro Paese sarà il mare, insieme a loro. Fino a che non ci ascolteranno. Fino a che non potremo tornare tutti.

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