13/06/2018 Daniele Nalbone

Al seguito di una cassetta di frutta. Direzione Roma, verso la ‘gourmet gentrification’

È partita dalle campagne intorno a Latina, da Cisterna, che era ancora buio. Erano le 4 passate da pochi minuti. A caricarla con forza, insieme ad altre decine come lei, due braccia indiane. Quella è ormai la loro terra. La zappano, la seminano, la annaffiano, la coltivano. Di lei raccolgono i frutti. Quelle braccia indiane, senza diritti e senza orari, hanno un unico compito nella loro giornata che si esaurisce sempre nel caricarle all’inverosimile e poi buttarle lì, su un furgone, una sopra all’altra. Direzione Roma. L’arrivo al nuovo mercato di Testaccio è previsto per le 6. Due ore di strada per arrivare a destinazione. Alla guida, un giovane ragazzo arrivato sei anni fa dalla Polonia che, in massimo due ore, dovrà fare il giro della zona per rifornire i banchi di altri mercati. All’interno della ‘nostra’ cassetta di frutta, dei pomodori che nei supermercati vengono venduti a 0.99 euro al chilo. Qui costano 2.49. Perché chi si aggira per i banchi del mercato di Testaccio è un turista proveniente da chissà dove. E come praticamente ogni turista che arriva a Roma, almeno nei giorni di permanenza nella Città Eterna, vive da ‘benestante’. Non bada a spese o è meglio che non lo faccia, pena dover mangiare panini a pranzo e a cena. In fondo quante volte ci ripetiamo, girando zaino in spalla con lo smartphone pronto a immortalare qualsiasi scena, anche banale, per una volta che siamo qui …?

Quei pomodori, nel mercato di Testaccio così come nei vari banchi di frutta posizionati in località strategiche, invase o anche solo attraversate da turisti, servono solo come elementi scenografici. In pochi vanno lì per comprarli. Ma una foto in un mercato italiano che non abbia sullo sfondo dei pomodori, non è una foto in un mercato italiano. Così, anche se il nuovo mercato di Testaccio è stato trasformato in un ‘esperienza da vivere’, in un luogo da visitare, in cui perdersi tra piatti di street food di una cucina che come tale conosceva solo la pizza bianca con la mortadella e quella al taglio, con supplì che costano tre volte il loro normale prezzo. E in una simile location le cassette di frutta piene non possono mancare, pena il rischio bocciatura su Trip Advisor. È questa l’essenza della gourmet gentrification. Prendere un luogo, svuotarlo delle sue funzioni originarie, farne un’esperienza. Così al posto del banco macelleria c’è un mini locale che prepara panini con polpette al sugo, trippa, fegato, arrosto, straccetti. Dove c’era la pescheria il surrogato di un ristorante che cucina ciò che fino a tre anni fa veniva venduto al massimo spinato e sfilettato. Il fornaio è diventato pizzeria. Il vinaio un’enoteca. Il bar una tavola calda. E il fruttivendolo è lì solo per preparare macedonie pronte da mangiare in scatoline di plastica con forchettina compresa.

Al vecchio mercato – ci racconta chi prima riempiva i carrelli per la spesa degli abitanti del quartiere e ora sbuccia frutta fresca per turisti da ogni dove – arrivavano almeno 30 casse di verdura al giorno in ogni banco. Ora ne ordinano una decina. Perché fare la spesa qui costa troppo per chi deve farla ogni giorno. Il risultato è che dove hanno fallito gli affitti, ora sta agendo il caro vita. Il risultato: più bed and breakfast, meno appartamenti da locare a lungo termine. Cambiando l’offerta, cambia la domanda. L’economia della gentrificazione funziona in maniera opposta alle normali regole. I prezzi degli affitti aumentano non perché un quartiere diventa più comodo, conquista più servizi, ma perché inizia ad andare di moda. È accaduto a Monti, a Trastevere e ora a Testaccio. E poco importa se queste case sono sorte, ormai cento anni fa, per ospitare i lavoratori della zona industriale di Roma. Qui non si macellano più animali e non si vendono più verdure all’ingrosso. Si mangiano panini ‘tipici’ dall’aspetto e dal sapore gourmet e si comprano sottoli da 10 euro al barattolo.

La Masterchef & Eeataly Generation ha prodotto la gourmet gentrification. Gli abitanti storici se ne sono andati e chi eredita un immobile da 50 mq lo vende per comprarsene uno da 100 fuori dal Grande raccordo anulare. Chi viene a vivere tra Testaccio e il Gazometro ha uno stile di vita che non contempla la spesa al mattino tra i banchi del mercato: perché – piano A – ‘tanto ci sono i supermercati h24’; perché – piano B – la sera meglio un’insalata con avocado in un locale industrial che una caprese a casa. Perché Cannavacciuolo e Cracco hanno insegnato a un’intera generazione che la pasta è pasta solo se arriva da Gragnano ed è trafilata in oro o bronzo e la carne si deve gustare, per scoprirla veramente sotto forma di tartare da tagliare sì in maniera grossolana, ma su un tagliere di legno pregiato e con un coltetto di ceramica. Perché l’acciaio, là dove incide, rende rosso scuro il rosso sangue.

Così la nostra cassetta di frutta, anche oggi, è lì solo per farsi fotografare. Poi il suo destino, ma quello lo sa fin dall’inizio, è diventare rifiuto. L’ora in cui viene abbandonata nei pressi dei cassonetti varia tra le 14 e le 15. Ma dal giovedì al sabato il suo compito non si esaurisce una volta chiusi i cancelli del mercato. Non fa in tempo ad essere lasciata lì, tra le altre cassette, che mani bengalesi o senegalesi la raccolgono per spostarla là dove inizia il suo secondo lavoro.

Il perimetro di un rettangolo delimitato da strisce blu è il suo nuovo posto. Ora non contiene più pomodori ma – simbolicamente – il suo compito è impedire che un’automobile occupi quel parcheggio. Come lei,chi prima conteneva peperoni, chi melanzane, chi frutta di ogni tipo che cresce dall’altra parte del Mondo. La seconda vita della cassetta di frutta è sotto il controllo del racket dei parcheggiatori, come lo definiscono in maniera volutamente enfatica i (pochi) abitanti storici della zona. Sarà spostata solo quando arriverà un’auto che trasporta i trendy clienti dei trendy locali del quartiere ricavati da ex stalle e locali di servizio in quello che una volta era il mattatoio.

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