28/07/2018 Martina Di Pirro

Le case che eravamo, che siamo e che saremo. Un cortometraggio racconta il diritto all’abitare

Le lotte per la casa, un diritto inalienabile e un atto di dignità, e la periferia romana tra il 1948 e il 2014. Due fili rossi che, se intrecciati, indagano l’emergenza abitativa sfuggendo alla narrazione tipica che snocciola dati senza personificarli, ma entrando nel merito del quotidiano malessere di chi è costretto a combattere per un alloggio, garantirsi l’affitto a fine mese e, come extrema ratio, ad occupare per sopravvivere. Questi i temi del cortometraggio “Le Case che Eravamo”, un’auto produzione di Arianna Lodeserto, fotografa e ricercatrice che, da anni, si occupa di periferie urbane e di archivi in movimento.

«All’inizio avrei voluto fare un progetto sulla storia dell’architettura romana e sull’Istituto Autonomo Case Popolari» racconta Arianna, finalista del premio Zavattini nell’ambito dell’iniziativa “Unarchive”. «Non volevo fare un’opera di denuncia, ma un’opera di descrizione della bellezza dell’urbanistica. Un omaggio agli anni ’20 e ’70, di quell’edilizia popolare fatta anche di architetti che avevano cambiato il linguaggio architettonico, con una vocazione non solo etica e di controllo sociale, ma anche sperimentando nuove forme. Però poi, lavorando agli archivi della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), mi sono innamorata di tutto quel materiale sulle lotte per il diritto all’abitare ed ho scelto di raccontare il percorso».

Le Case che Eravamo (teaser ita) from Quai des courts // Lungo i corti on Vimeo.

A dare corpo ed immagine a questa intenzione dell’autrice è un bianco e nero storico accompagnato da brandelli di cinema spesso senza autore, inchieste militanti, opere sperimentali e perle del cinema italiano (come le opere di Lino Del Fra e Cecilia Mangini) insieme alle voci popolari e familiari di chi racconta in prima persona cosa sia il diritto all’abitare, il diritto all’esistenza.

«La società di classe ha reso diversi i nostri linguaggi. Non è attraverso essi che ci incontreremo. Il nostro punto di incontro è la lotta» racconta un abitante che è voce fuori campo. Nei suoi primi cinquant’anni di attività, l’Istituto Autonomo Case Popolari ha creato una vera e propria «città nella città», per far fronte a quella che si presentava e si presenta ancora oggi come una delle situazioni più gravi nella Capitale: il problema edilizio.

Ma di che cosa è fatta questa città? Chi ne resta escluso? Quali sono i suoi paradossi? E quali le esigenze di una marginalità “non fortuita ma essenziale”?

«Roma con le grandi migrazioni nel secondo Dopoguerra era una capitale che non poteva soddisfare le esigenze abitative di tutti. Esistevano dei grandi paradossi che oggi sono ancora attualissimi» spiega Arianna. «La possibilità di ascesa dei cittadini romani ruota ancora intorno all’avere una casa. E, da anni ormai, esiste nei movimenti e nei comitati per la lotta alla casa una convergenza di lotte, che confluiscono, ad esempio, anche con quelle dei migranti. Non si parla solo di affitto e gas, ma anche di posizioni politiche sulle guerre e sull’attualità del Paese. E questo accade oggi come accadeva negli anni ’40. La casa è da sempre il bisogno più urgente. In questo materiale d’archivio, si vede esattamente come sia forse una delle poche lotte che non si è mai fermata».

Un viaggio negli archivi per raccontare le trasformazioni della periferia romana in un’alternanza di situazioni che non seguono un flusso temporale ma si giustappongono in un discorso politico sulla storia italiana e il suo presente. Un montaggio capace di lasciare spazio agli interrogativi e all’indagine sul senso del costruire, dell’abitare e dell’edificare.

«L’unica cosa che può far diventare adulti, che consacra la vita alla dignità dell’uomo è la casa, che nessuno si può permettere però. Da qui il titolo: le case che eravamo, le case che siamo, le case che saremo. La casa ci identifica sempre, nel bene e nel male. Spesso il non avere una casa è stato un marchio, un’etichetta apposta sulle persone definite “baraccate”. Non era solo una lotta per la casa, ma anche contro le case improvvisate, su quelle che non danno dignità ma sono solo una forma di assistenzialismo momentaneo. Una lotta incompiuta, che vediamo ancora oggi. E che si è estesa, per esempio, ai migranti, che vivono una condizione di marginalità estrema. Penso al grande lavoro che fa l’Associazione Baobab, a quel piazzale Maslax che è diventato nuovo simbolo trasversale della lotta per l’abitare».

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