13/07/2019 Marco Spagnuolo

 La ricerca militante di chi è contro il proprio tempo. A colloquio con Gigi Roggero

Partiamo dall’ABC: cos’è la conricerca? 

 

Potremmo dire che la conricerca è una ricerca fatta dai militanti insieme agli operai, partendo da posizioni differenti. Possiamo collocarla tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, quando Romano Alquati e un gruppo di con-ricercatori l’hanno sperimentata alla Fiat e in altre fabbriche torinesi, avvalendosi di esperienze precedenti. Proprio Alquati diceva che significa andare davanti ai cancelli delle fabbriche alle sei del mattino, alle due di pomeriggio e alle dieci di sera per parlare con gli operai, tornarci il giorno dopo e il giorno dopo ancora, e così via. In generale, la conricerca si avvale di ciò che Alquati definiva «contro-uso dei mezzi capitalistici» (le scienze sociali e la sociologia): non è un metodo disciplinare, ma è interamente un processo politico e uno stile della militanza. In ultimo, la conricerca è la costruzione di un processo autonomo e, insieme, di costruzione di sapere, di organizzazione e produzione di soggettività. 

 

Hai prestato molta attenzione alla storia dell’operaismo, che – nelle tue ricerche – si è andato delineando più come metodo che come corrente politica. Qual è il legame tra il metodo e il punto di vista?

 

Ciò che oggi ci interessa dell’operaismo è proprio il rapporto tra uno stile, un punto di vista e un metodo. Lo stile è quello della conricerca, il punto di vista è irriducibilmente parziale, unilaterale, di classe – intendo la classe come soggetto politico, non come soggetto sociologico. Per dirla con Tronti, «non c’è classe senza lotta di classe»: è solo la lotta a determinare la classe come soggetto politico. Non è il punto di vista degli sfruttati, ma quello di chi lotta contro lo sfruttamento; non è il punto di vista dei deboli, ma quello di una forza potenziale. L’operaismo è un pensiero della forza, non della debolezza o della vittimità; è qui la rottura radicale con la storia della sinistra e anche con la tradizione marxista: non più il metodo della composizione di classe e della ricomposizione, che non indicano una stratificazione oggettiva della forza-lavoro, ma la possibilità soggettiva di non accettare quella stratificazione, di rovesciarla, di distruggerla. 

 

Esiste un post-operaismo o neo-operaismo? 

 

Innanzitutto una precisazione: il termine post-operaismo è stato coniato nelle accademie anglosassoni così come l’Italian theory e altre fantasiose trovate. Credo sia un tentativo di depoliticizzare l’operaismo per farne un semplice oggetto, una merce accademica, un sapere morto da recintare. Quel prefisso post- è dentro l’ideologia che è la vera cifra retorica della controrivoluzione capitalistica che è cominciata dalla fine degli anni Settanta. Il punto politico, rilevante per i/le militanti, è che non si tratta mai di ridurre la storia alle etichette: l’operaismo è sicuramente una storia conclusa, situata tra gli anni Cinquanta e Settanta; noi oggi ripensiamo, reinventiamo quella storia nella misura in cui reinventiamo quello stile, quel metodo, quel punto di vista di cui parlavamo prima. Credo sia sempre un po’ triste litigare in senso notarile su un’eredità, che è un atteggiamento da parrocchia. L’importanza di un’eredità politica sta nella capacità di ripensarla e reinventarla nel presente, guardando avanti e non indietro. 

 

Nel tuo ultimo lavoro per DeriveApprodi L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia, metodo, parli dell’inattualità dell’operaismo, di «agire contro la Storia»…

 

Ripercorrendo la nostra storia genealogicamente, non dobbiamo pensare di trovare risposte, ma avere la capacità di individuare i problemi, i fallimenti della nostra storia. Non dobbiamo averne paura, vanno messi a valore perché “ci parlano”. Da questo punto di vista, i militanti sono sempre dei soggetti collocati dentro e non fuori dal loro tempo, non sono degli utopisti. Però, dentro questo tempo, i militanti sono irriducibilmente contro. I militanti non accettano il tempo che gli è dato di vivere: possiamo qui riprendere la famosa frase di San Paolo, «siamo donne e uomini in questo mondo, ma non di questo mondo». Essere contro il proprio tempo significa scommettere su ciò che potrebbe essere ma non è, su una forza potenziale, che è per definizione estremamente ambigua, confusa, caotica. È proprio quella capacità di radicamento progettuale, di scommessa e stile di militanza che abbiamo definito conricerca. Nel rileggere la nostra storia di parte non dobbiamo guardare il passato con il senno di poi, perché sarebbe semplice dire che il 1905 avrebbe poi portato al 1917, che il Febbraio avrebbe portato all’Ottobre, ma il militante non agisce mai con il senno di poi. Egli sta sempre dentro e contro il proprio tempo per scommettere sulla possibilità di organizzare una forza che ancora non si vede. C’è una famosa frase di Alquati, di una quarantina di anni dopo i fatti di Piazza Statuto: «Non ce lo aspettavamo, ma l’abbiamo organizzato». Perché non parliamo di una tendenza teleologica, di una cosa che non ancora ma necessariamente; stiamo parlando di una tendenza politica, cioè di una possibilità che va organizzata affinché possa realizzarsi. 

 

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