04/02/2019 Redazione

La parola giusta: solitudine digitale

Nadia è una persona sola che vive con una pensione bassa e che si barcamena tra la spesa che «con questi pochi soldi che prendo è sempre più difficile fare» e le visite mediche, «quanto mi costano questi acciacchi» . I figli vivono lontano, il marito è scomparso anni fa. Nadia passa le sue giornate in casa, davanti allo schermo del suo cellulare. Scorre la home di Facebook come se fosse ipnotizzata. Il suo pollice sinistro è instancabile, fa sempre lo stesso movimento. Ogni due, tre minuti trova qualcosa che rapisce la sua attenzione, si blocca e, rileggendo la notizia, decide di condividerla. Le sue condivisioni sono accompagnate da commenti rabbiosi, pieni di risentimento: sembrano urlati, come se provasse a farsi ascoltare. Commenta, condivide e attacca ogni cosa: la Boldrini, la Prestigiacomo, l’immancabile Saviano – ma anche sportivi, Vip più o meno famosi, persino Sanremo. Non ha paura dei “neri”, non è nemmeno razzista, dice, «è solo che ci tolgono il lavoro, per non parlare delle pensioni. Sta scritto ovunque!». Facebook è, nei fatti, il fulcro della sua giornata: è il centro delle sue informazioni, è la sua cultura, è persino le sue relazioni. Non ha feedback negativi, non ha nessuno (né reale, né virtuale) che le contesti un’affermazione, che le racconti una diversa visione del mondo. È la solitudine digitale, il Paese invisibile che, intrappolato nell’odio, non ha più forza di rivendicare niente. E così alla politica, per ottenerne il consenso, basta semplicemente rappresentare quell’odio veicolato attraverso il web, senza dover proporre nulla, senza dover, concretamente, provare a modificare la società. Senza dover risolvere alcun problema. A pensarci bene, Matteo Salvini l’ha capito benissimo.

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