11/03/2019 Redazione

La parola giusta: serenovariabile I Il Salto

Le primarie del 3 marzo lasciano al Paese (e alla Sinistra) almeno due messaggi che non possono essere ignorati.

Da un lato, infatti, la partecipazione di quasi due milioni di persone si configura come un dato rilevante e non scontato per un’area politica che, soltanto un anno fa, subiva la più pesante sconfitta della sua storia, infilandosi nel vicolo cieco della crepuscolare narrazione renziana.

Dall’altro lato, l’ampia vittoria di Nicola Zingaretti rappresenta l’ennesimo credito di fiducia che una fetta sostanziosa della società italiana continua, nonostante tutto, a garantire all’area progressista.

Il voto delle primarie è stato, ed è, una richiesta di radicalità e, soprattutto, di discontinuità: su questo si giocherà la partita del Presidente della Regione Lazio. Sarà in grado di proporre un’alternativa fatta non solo di contrasto all’agonizzante governo giallo-verde? Sarà in grado di non palleggiare solo in “appoggio”, sfruttando gli errori degli avversari, ma anche di governare il gioco? Serve una sinistra alla Federer, non alla Davydenko.

I nodi sul tavolo sono intricati, se ne possono citare subito alcuni, tra i più complessi.

Nicola Zingaretti ha espresso solidarietà a Mimmo Lucano e ne ha sostenuto la candidatura al Nobel per la Pace. Lo ha fatto con coraggio, in un momento difficile e non scontato. Allo stesso tempo, però, vede, nelle fila dei suoi grandi elettori, sedere anche l’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti che, per usare un eufemismo, non condivide esattamente la stessa linea sulla politica migratoria del Sindaco di Riace. Servirà una scelta, netta.

E così sulle questioni economiche. Il vincitore delle primarie ha tenuto un comprensibile low profile sulle proposte, limitandosi ad affermazioni vaghe durante la campagna congressuale. Sarà in grado di ripartire da una vera visione redistributiva, di uguaglianza e di rafforzamento dei diritti, disconoscendo finalmente la politica dei bonus che ha caratterizzato la stagione leopoldina?

E infine, la necessità di una nuova classe dirigente.

Il fallimento dei rottamatori è coinciso anche con l’incapacità di promuovere figure davvero all’altezza della fase storica in cui il Paese si trovava: arroganza, comunicazione vuota, retorica spesso di destra, perdita di contatto con la realtà (Pina Picierno che, in prima serata, spiega agli italiani come fare due settimane di spesa con ottanta euro, purtroppo, la ricordiamo ancora).

Riuscirà il PD ad affrontare questo tema con l’equilibrio necessario, distinguendo tra merito e fedeltà, magari dando spazio a quel patrimonio prezioso di amministratori locali che ancora possiede? Pierfrancesco Majorino, per fare un nome e un cognome.

Il 3 Marzo si è certificata, almeno per il PD, la fine di un’epoca e di una nomenclatura. Ma non basterà togliere Matteo Renzi al Partito Democratico per farlo tornare ad essere un importante e utile punto di riferimento per il Paese.

Zingaretti dovrà aggiungere qualcosa perché i nodi, per ora, sembrano lontani dall’essere sciolti.

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