13/05/2019 Filippo Treiani

La parola giusta: inutilità

Le Europee del 26 maggio, è prevedibile, segneranno uno dei peggiori risultati mai ottenuti dalla sinistra nel nostro Paese e non solo da un punto di vista numerico.

Saranno l’emblema di come, trascurando per anni la necessità di costruire una nuova cultura politica, evitando per decenni di analizzare le domande emergenti che una società in rapido cambiamento continuava a porre, dimenticando dolosamente, durante gli anni di governo, di intervenire per regolare i mutamenti economici in atto, ci si possa presentare ad uno degli appuntamenti più delicati della storia dell’Europa completamente impreparati -senza voti, senza rappresentanza, senza prospettive.

Un vuoto pericoloso che non riesce a dare segnali di rinvigorimento neppure davanti al fallimento dell’esperimento sovrano-populista.

Molteplici concause sono alla base questa situazione ma possono oggi ridursi ad un unico, inappellabile, assunto: una sinistra così non serve a nessuno. Non serve perché non propone risposte ad alcuna grande tematica, di corto o di lungo periodo che sia.

Non aver affrontato con serietà le gigantesche questioni imposte dalla tecnologia, ad esempio, ha significato non comprendere non solo le opportunità che l’innovazione porta con sé, ma anche la scia di espulsioni dal mercato del lavoro con la quale centinaia di migliaia di persone, inaspettatamente, si sono trovate a fare i conti. In tal senso ha significato (e significa) non garantire più una proposta politica né una visione in grado di incidere sulla realtà, dal momento che non si sono comprese le paure di chi, improvvisamente, si è trovato ad avere come riferimento lavorativo un algoritmo, non si sono considerate l’emarginazione e la solitudine prodotte dalla digitalizzazione e, soprattutto, non si è ragionato con coraggio sulla robotizzazione e sui suoi effetti sulla richiesta di manodopera. Ha significato, in parole povere, non rappresentare più nessuno, non proteggere nessuno.

Ecco perché non aver aperto una profonda riflessione sul motivo per il quale, in un mondo sempre più precario, non si sia riusciti a costruire, nemmeno al governo, una nuova stagione di ampliamento dei diritti di chi sarebbe inevitabilmente rimasto indietro, costituisce una delle macchie più gravi di intere classi dirigenti, inefficaci, inermi. Distanti.

Due sfide epocali, quella dell’innovazione e della precarizzazione, che la sinistra ha completamente mancato e con le quali, oggi, si trova a confrontarsi, in una condizione di irrilevanza. Nella società, prim’ancora che nei sondaggi.

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