25/06/2019 Filippo Treiani

La parola giusta, Aperivoluzione

Luigi Di Maio si è arrabbiato, anzi, di più, come ha detto agli attivisti durante l’incontro di Terni (rigorosamente a porte chiuse, in attesa di riparare la videocamera per lo streaming, fuori uso ormai dai tempi dell’incontro Renzi/Grillo).

Ha mal digerito le parole scritte nero su bianco nella nuova fatica letteraria del suo alter ego esotico, Alessandro Di Battista, dal titolo, per nulla inflazionato, “Politicamente scorretto”.

Come non capirlo Luigi Di Maio, chiuso dentro il Ministero del lavoro (senza però rinunciare a qualche giorno di vacanza in Costa Smeralda), assediato dalle crisi industriali, dai tonfi elettorali, dalle spacconate del suo alleato di governo. Un insieme di difficoltà che, forse, non aveva preventivato di dover gestire.

Basta guardarlo mentre parla per capire quanto l’esperienza di governo lo stia consumando e quanto, in fondo anche tra i pentastellati, valga la triste regola politica che quel crudo trattato sul potere che è la serie televisiva “House of Cards”, per bocca di Frank Underwood, così spiegava: “o cacci, o vieni cacciato”. Tuttavia credeva, forse, che l’odore delle sue difficoltà venisse percepito e sfruttato soltanto da Salvini, al massimo da Calenda, ma non dai suoi amici (?) storici.

Da Di Battista proprio non se lo aspettava: in fondo Di Maio, con tutte le sue inadeguatezze, la faccia l’ha messa sul piatto. Ha provato, suo malgrado, a credersi. Ha provato a coniugare la mancanza di un concreto progetto per il Paese con il Governo. Le cose non stanno andando come sperava né come, forse ingenuamente, pensava.
Ecco che allora ascoltare le sparate ex cathedra di chi dopo il 4 marzo 2018 ha preferito deresponsabilizzarsi, scegliendo di ritagliarsi un ruolo a metà tra un Che Guevara all’amatriciana e Chiara Ferragni, lo ha profondamente ferito, portando alla luce tutte le contraddizioni di una inconciliabilità di ruoli mai del tutto sopita. Per Luigi Di Maio, la figura di Di Battista ha sempre rappresentato un problema, più che un valore aggiunto. Perché mentre il vicepremier faceva i conti, sudato, con i saldi di bilancio, l’altro, in magliettina, postava video spiegando quanto il Movimento dovesse “fare di più”, dettando linea politica e agenda con la leggerezza tipica di chi ti racconta la sua preoccupazione per la complessità del quadro economico internazionale mentre sorseggia un Margarita in un bar di Tijuana.

Le due anime del Movimento.

Da un lato chi, con un’incoscienza quasi invidiabile, ha messo la faccia in una delle più difficili esperienze di Governo che il Paese ricorderà, sobbarcandosi il peso di aver dimostrato che non basta dire “cambiamento” per cambiare davvero e, dall’altro lato, chi, perfettamente conscio dell’irrealizzabilità delle proprie promesse, ha preferito lavarsi le mani, non bruciarsi, tenendosi a debita distanza dagli impegni di Governo.

Uno scontro di prospettiva, d’inclinazione, di posizionamento. Uno scontro probabilmente inevitabile che durerà, può darsi, fino alle prossime elezioni. A meno che Di Battista non decida di entrare al governo o non cominci un nuovo corso di falegnameria a Viterbo. In ogni caso il leader dell’aperitivo rivoluzionario è tornato, Di Maio è avvisato.

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