15/05/2018 Lorenzo Face

Jerusalem Embassy Act. Storia di una legge che semina morti in Palestina

È nel 1995 che gli Stati Uniti decidono di spostare la loro ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Il 23 ottobre di quell’anno il senatore repubblicano Bob Dole propone al Congresso il “Jerusalem Embassy Act”. Il Congresso lo accoglie trionfalmente, ma la proposta diventa legge dopo dieci giorni, perché l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton non vuole firmarla. Il capo dell’ufficio legale della Casa Bianca, Walter Dellinger, spiega che la proposta è un «atto incostituzionale» e sottolinea che in politica estera l’unico che può decidere è proprio il Presidente.

Dole corregge il tiro e aggiunge una disposizione per permettere al presidente di posticipare l’attuazione per sei mesi: «Un sospensione è necessaria per proteggere gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti», dice. Alla fine, Clinton firma e lo fa, ogni sei mesi, per l’intera durata dei suoi due mandati. L’amministrazione Clinton stava lavorando per la pace tra Israele e Palestina e ad appena un mese dal Jerusalem Embassy Act, il 28 settembre del 1995, aveva attestato gli Accordi di Oslo 2.

Yitzhak Rabin stringe la mano a Yasser Arafat. Le foto che immortalano quel momento sono entrate nella storia. Clinton temeva che quella legge potesse minare gli accordi di pace, lo stesso timore di Rabin, che se la prese con l’allora leader dell’opposizione, Benjamin Netahnayu, considerandola una mossa scorretta della destra israeliana per minare i negoziati. Rabin viene ucciso il 4 novembre di quell’anno dopo un comizio per la pace a Tel Aviv.

Persino George W. Bush, succeduto a Clinton, definisce incostituzionale il Jerusalem Embassy Act. Eppure anche lui firma la sospensione ogni sei mesi, per otto anni. Lo segue Barack Obama nella stessa scelta. Un gioco che dura per 22 anni, permettendo al Congresso di dimostrare il suo impegno agli occhi degli israeliani, ma senza costringere il Presidente ad affrontare davvero la questione.

Lo stesso Donald Trump firma lo sospensione del Jerusalem Embassy Act ai primi di giugno del 2017, per poi annunciare, il 6 dicembre dello stesso anno, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, e ordinare al Dipartimento di Stato di pianificare il trasferimento dell’ambasciata. Pochi giorni dopo, in preda a chissà quale schizofrenia, firma comunque la sospensione del trasferimento per altri sei mesi.
Legalmente, però, l’ambasciata può essere spostata in qualsiasi momento. E Trump ne approfitta il 23 febbraio 2018, annunciando che il trasferimento sarebbe avvenuto il 14 maggio, giorno del 70° anniversario della nascita dello Stato di Israele. Un giorno prima della Nakba palestinese, la catastrofe di un popolo. Benjamin Netahnayu, il primo ministro accusato di corruzione dalla sua stessa polizia,  esulta.

Il 14 maggio 2018, ad Arona, il quartiere dove ha adesso sede l’ambasciata è un giorno di festa. Ma a Gaza si contano 59 morti e oltre 2.800 feriti, tutti palestinesi. Protestavano contro il “Jerusalem Embassy Act” del senatore Dole. La più piccola delle vittime aveva otto mesi, il più grande 39 anni.

RSS
Follow by Email
Facebook
Google+
https://www.ilsalto.net/jerusalem-embassy-act/
Twitter