16/03/2019 Marco Spagnuolo

Il tempo del lavoro: quanto è sostenibile l’occupazione?

La prima pubblicazione del 2019 della Fondazione Di Vittorio, a firma di Lorenzo Birindelli (https://www.fondazionedivittorio.it/sites/default/files/content-attachment/Confronto_retribuzioni_FDV_2019.pdf), è fondamentale per orientarci nella guerra che stiamo narrando.

 

I dati della Fondazione Di Vittorio: l’Italia a confronto con l’Eurozona

Il report, datato il 9 marzo, su Retribuzioni e mercato del lavoro: l’Italia a confronto con le maggiori economie dell’Eurozona svela un doppio aspetto: il primo, che sottolinea la stagnazione della situazione economica e retributiva italiana; il secondo, più importante, sottolinea la composizione della forza-lavoro sul mercato del lavoro italiano.

Partendo dal primo aspetto, il report di Birindelli confronta le retribuzioni lorde annue dell’intera galassia del lavoro dipendente dell’Italia con quelle di Belgio, Francia, Germania, Olanda e Spagna. Il divario tra paesi del centro-Nord dell’Eurozona e quelli del Sud (che opponiamo alla razzista e neo-coloniale definizione di PIGS) rimane aperto e costante. Infatti, se notiamo un miglioramento nel 2017 rispetto al 2010 in Belgio (da 43.192 euro a 43.480), in Francia (da 35.724 euro a 37.622), in Germania (da 35.621 euro a 39.446), in Olanda (da 46.885 euro a 46.775), la situazione in Italia e Spagna è diversa: nella prima, passiamo da 30.273 euro a 29.214; nella seconda, similmente, da 29.165 euro a 28.064. Cioè, al di là della lieve flessione olandese, sia in Italia che in Spagna assistiamo ad una perdita di circa mille euro lordi annui nelle retribuzione dei lavoratori dipendenti (pubblici e privati).

Il secondo aspetto indagato da Birindelli è quello della composizione del lavoro in Italia, a confronto con i sei paesi di cui sopra. Qui, ritroviamo i pesanti effetti della guerra all’intelligenza perpetuata attraverso le leggi sull’istruzione e sul lavoro. Infatti, leggiamo che l’Italia soffre di uno scarto in negativo di quasi 7 punti percentuali con la media europea per quanto riguarda le alte qualifiche nel lavoro dipendente, mentre supera di oltre 2 punti percentuali la media di lavori a bassa qualificazione.

Aggiungiamo poi la comparazione delle ore settimanali di lavoro part-time e full-time dal 2008 al 2017: il dato medio dell’Eurozona passa, nel primo caso, da 20,1 a 20,7 ore a settimana e, nel secondo, da 40 a 39,8. Da quanto emerge dal report, Germania, Spagna e Olanda si situano sotto la media Eurozona per quanto riguarda il monte ore settimanale per contratti part-time, mentre solo la Germania è al di sopra della media europea del monte ore nei contratti a tempo pieno. In Italia, le ore settimanali nei quattro trimestri terminanti nel terzo del 2018 erano 22,4 per i part-time e 39 per i full-time: cioè, i primi non arrivano a coprire che il 60% del carico dei secondi. Un vero e proprio divario, se pensiamo che nel 2014 i part-time ottenevano il 70,1% della retribuzione dei full-time (comunque sempre sotto il rapporto Eurozona: 83,6%).

Troppo lavoro per pochi: per un’ecologia dell’occupazione

Questo report, come i tanti che si sono letti e studiati negli anni, ci ricorda le lapidarie parole di Peter Haase, direttore della formazione alla Volkswagen intervistato da Die Zeit nel 1995:

«Che fare quando non c’è abbastanza lavoro per tutti? In fondo, occorrerebbe che i giovani potessero fare delle settimane di 40 o 50 ore all’inizio della loro vita professionale. Se si permette di lavorare solo 20 ore, sviluppano un pessimo atteggiamento verso il lavoro» (da un’intervista allo Die Zeit del 20 ottobre 1995, citato in A. Gorz, Miserie del presente. Ricchezza del possibile).

 

E, infatti, oggi il divario tra chi non ha un’occupazione e chi ce l’ha si gioca tanto sul livello del reddito quanto sul carico di lavoro. In altri termini, c’è chi non lavora e chi lavora troppo. La politica di concentrazione di tempi di lavoro a carico di sempre meno persone fa sì che l’occupazione sia un dispositivo di disciplinamento. Da un lato, appunto, funziona da ginnastica della schiena curva – lo stralcio dell’intervista di Haase del 1995 ne da ancora una buona definizione. Dall’altro lato, poi, funziona da dispositivo di intensificazione del lavoro: anche quando i tempi si contraggono, il carico di lavoro rimane spesso invariato. Tant’è che, negli ultimi anni, si è iniziato a parlare di contratti grigi, cioè di quelle situazioni lavorative in cui nel contratto il lavoratore figura come part-time ma nei fatti lavora ben oltre i tempi contrattuali. È questa eccedenza, questo stacco tra i limiti legali (che sfumano sempre più) e quelli effettivi del tempo occupato dal lavoro che appaiono sempre più come un pesante attacco all’ecologia della società.

Parliamo di ecologia perché è proprio la sostenibilità di questo lavoro che non è più immaginabile. Innanzitutto, non è sostenibile dal punto di vista neurologico (https://www.che-fare.com/sostenibilita-economica-neurosostenibilita-lavoro-cognitivo/) poiché i ritmi del lavoro, soprattutto quando è più qualificato e/o specializzato, tendono ad erodere le funzioni neuronali al punto da rendere quasi invivibile la giornata. A dimostrazione di ciò, c’è un innalzamento feroce dell’uso di sostanze stupefacenti e di psicofarmaci, collegato spesso a disturbi provocati dal lavoro, per sostenere i ritmi. In secondo luogo, poi, parliamo di sostenibilità dal punto di vista sociale: il lavoro, oggi, figura sempre più come un nemico della vita. Se con una mano dà il reddito per sostenersi (o cercare di farlo), con l’altra ruba tempo di vita, di riposo. In una parola, tende a distruggere la dimensione della socialità. Ed è per questo che bisognerebbe domandarsi, grazie anche al discorso sul reddito di base universale, su una possibile politica ecologica (dei e tra i soggetti) dell’occupazione. Perché la sostenibilità, neurologica e sociale (oltre che, ovviamente, ambientale), del lavoro sta a monte e a valle di qualunque processo che tenda a una sua redistribuzione. Assieme a quella del reddito.

 

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