20/12/2018 Serena Fiorentino - Movimento No Tap

Quel gasdotto che sta strappando via il passato e futuro delle nostre terre

Anche oggi, come ogni mattina, un gruppo di attivisti si è ritrovato nei pressi di Masseria del Capitano per vigilare sullo stato dei luoghi nel cantiere Tap.
Solo alle 10:00 ci è stata comunicata l’esistenza di un’ordinanza (ormai scaduta) firmata dal Prefetto di Lecce che istituiva una simil zona rossa controllando il transito e l’accesso a veicoli e persone su tutte le strade che portano al cantiere a partire dalle 2:00 e fino alle 9:00 di questa mattina. Ordinanza recapitata al Comune di Melendugno solo ieri in tarda serata ed in orario di chiusura degli uffici preposti a riceverla.
La sorpresa è stata delle peggiori quando abbiamo intuito il perchè di tale ordinanza, volta solo a coprire da occhi attenti l’ennesimo scempio perpetrato ai danni di questo nostro territorio. Una decina di ulivi monumentali non ci sono più e, al loro posto, restano solo radici recise e pozzanghere di terra rossa.

Come spesso accade quando si tratta di Tap, i “lavori” sono stati eseguiti di notte (come i ladri), super scortati da un ingente dispiegamento di forze dell’ordine messe a disposizione dallo stesso Prefetto.
La Regione Puglia, con una nota del 14 dicembre scorso, aveva autorizzato l’estirpazione e reimpianto di 20 ulivi e l’abbattimento di altri 16 (fra cui molti monumentali).

Tutto ciò a pochi giorni dall‘avviso di conclusione indagini preliminari recapitato ai manager di Tap e Saipem con, al seguito, una folta schiera di imprenditori locali coinvolti nei lavori propedeutici alla fase di costruzione del gasdotto. Le accuse sono quelle di realizzazione di recinzioni con jersey, rete metallica e filo spinato in zona sottoposta a vincolo e dichiarata di “notevole interesse pubblico”, scarico di acque reflue industriali in assenza delle dovute autorizzazioni e contaminazione di falda con sostanze pericolose, tra le quali il cromo esavalente (la cui presenza veniva riscontrata nelle acque di falda, nel pozzo di spinta, nella vasca di raccolta delle acque di prima pioggia e nel top soil presente nell’area conci).
Gli stessi imprenditori che continuano a lavorare, con i nomi delle ditte riportati sui camion accuratamente coperti da del nastro adesivo per impedirne la lettura.


Impotenti, seppur determinati ad opporci a questa vergogna, noi restiamo lì. Lo dobbiamo a noi stessi e alla nostra dignità, prima ancora che a questa terra.
Come possono politici, poliziotti e operai rimboccare le coperte ai propri figli e dar loro la buonanotte (magari accompagnata da un “Ti voglio bene”), quando la mattina successiva sono impegnati ad inchinarsi al “mafiodotto” che sta strappando via il futuro di quegli stessi bambini?

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