09/03/2019 Marco Spagnuolo

Guerra a chi studia. Il caso Puglia

Nella guerra all’intelligenza, uno degli obiettivi strategici è quello dell’accesso agli studi universitari e/o al lavoro. Questi due momenti, che di solito si vogliono l’uno successivo all’altro, o perlomeno legati in qualche modo, sono del tutto scissi o alternativi tra loro. Cioè, quando si pensa ad una formazione universitaria di taglio “umanistico”, la mente va subito alla difficoltà che chi studia troverà nel “mondo del lavoro”. O anche, invece, l’accesso agli studi universitari non è neanche contemplato come possibilità dai molti costretti al lavoro (attraverso quella foresta di lavoro a nero o grigi, fatta di brevissime collaborazioni, “volontariato” e apprendistati).

 

A questo proposito, Tuttoscuola ha pubblicato a settembre 2018 un dossier intitolato La scuola colabrodo (https://www.tuttoscuola.com/content//uploads/2018/09/La-scuola-colabrodo-Tuttoscuola-settembre-18.pdf): i dati non sono certo felici, e sicuramente non tracciano elementi di novità rispetto al passato. Tuttavia, quello che ci interessa non è solo registrare lo stato delle cose, quanto disegnare e tirare le fila di quella che oggi è la guerra da cui prende il titolo la nostra rubrica.

Dal dossier emerge innanzitutto che il 24,7% di chi si iscrive al primo anno di scuola secondaria di secondo grado non arriva al diploma (il dato è aggiornato al quinquennio 2013/2014-2017/2018). Poco meno di uno studente su cinque non termina, cioè, il suo percorso formativo superiore obbligatorio e tra gli iscritti all’anno accademico 2013/2014 un quinto non ha ancora (o forse non avrà mai) un diploma in tasca. Dunque, si tratta di una parte consistente di forza-lavoro non qualificata, marginalizzata a lavori manuali e a una vita contrattuale bassa, senza possibilità di accesso diretto a lavori più qualificati. In termini numerici, stiamo parlando di ben 152mila diciottenni – ovviamente c’è da annoverare anche chi ha ripetuto il primo anno nel 2013/2014 – senza diploma.

Il Dossier però evidenzia anche un secondo dato interessante: la  dispersione scolastica è in calo rispetto al 2009/2010 (allora si aggirava attorno al 27,9%). Tutto ciò va ovviamente inscritto in una strage della formazione: dal 1995 all’anno scorso, ben 3 milioni e mezzo di studenti iscritti al primo anno sono senza diploma (ci aggiriamo addirittura attorno al 30,6% in questo caso).

Il caso pugliese

Come si evince dai dati raccolti da Tuttoscuola, la situazione nazionale circa la dispersione scolastica è frammentata e registra un riflesso meridionale a riguardo. Tuttavia, ci sono anche dati che vanno in contro tendenza, e il territorio pugliese ne è una felice rappresentazione. Anche se dati aggiornati sulla dispersione scolastica in Puglia sono difficilmente reperibili e quasi inesistenti, quanto possiamo comunque notare è sicuramente un’anomalia positiva. Ritroviamo nel dossier di Tuttoscuola un dato generale sull’intera regione: 11.433 iscritti nel 2013/2014 non hanno raggiunto o ottenuto il diploma agli scorsi esami. Parliamo, in termini percentuali, di circa il 23,1%. Dunque, un dato poco sotto la media nazionale. Questa differenza regionale rispetto alla situazione del Paese è sicuramente da ascriversi al buon terreno seminato tanto dalle politiche risalenti al governo Vendola. Molti, infatti, furono i progetti attivati (nel primo e nel secondo mandato di quella giunta) a proposito: dall’attivazione di presidi provinciali all’inserimento dei diversi istituti nel quadro europeo e nazionale dei PON, dal comodato d’uso dei libri di testo (Diritti a scuola) ai percorsi di reintegro di chi già aveva abbandonato gli studi. Una rete capillare di iniziative e progetti di co-partecipazione tra istituzioni e istituti scolastici è riuscita, senza dubbio, a produrre questi risultati.

Tuttavia, ciò su cui bisogna insistere maggiormente è l’attuale situazione di mobilità sociale al netto della dispersione scolastica. Nei fatti, coloro che vengono chiamati statisticamente NEET (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano né si formano) sono ancora tanti nel tacco dello stivale. Se su tutto il territorio nazionale la nota statistica 1/18 di Anpal parla di ben 2 milioni e 190mila unità (24,1% nel 2017), per quanto riguarda la Puglia si legge che si parla del 22,2%. In particolare, viene registrato un tasso del 29,6% nella provincia leccese, del 30,7% in quella barese, del 33,4% in quella tarantina e infine del 35,3% e del 39% in quelle della BAT e di Foggia.

Dunque, anche qui la regione si situa poco al di sotto della media nazionale, per via di un’infrastruttura di politiche avviate negli anni passati (pensiamo a Bollenti spiriti di Minervini e all’attuale PIN) per lo sviluppo economico, tecnologico e ambientale per mezzo e a favore degli under30. Inoltre, questo dossier (https://www.anpalservizi.it/documents/20181/82980/NS+1+-+I+Neet+in+Italia_Def.pdf/2d5b70df-a95d-4123-b6ba-f5acc10379f5) analizza anche la composizione sociale, formativa, lavorativa dei NEET pugliesi. Troviamo, così, un 16,4% di disimpegnati e un 18,4% di indisponibili, mentre il 22,2% è in cerca di opportunità e il 43,1% invece in cerca di occupazione.

 

Tutto quanto abbiamo appena tracciato, ripreso dai due dossier di Tuttoscuola e Anpal Servizi, ci riconsegna nella realtà ciò che avevamo ragionato teoricamente nell’introduzione alla rubrica: la guerra all’intelligenza miete vittime ovunque, e in special modo nel passaggio alla formazione universitaria o semplicemente al termine di quella superiore. In particolare, i territori meridionali soffrono fortemente tanto della dispersione scolastica quanto della quasi impossibilità di trovare occupazione o di produrla da sé nei giovani. Questo è stato certamente un punto sul quale il M5S ha fatto leva, a livello elettorale, proponendo il Reddito di cittadinanza (RdC). Dal 6 marzo, cioè solo tre giorni fa, la misura è stata approvata. Sicuramente avrà un effetto sui due fenomeni (fortemente intrecciati tra loro), ma in un territorio come la Puglia non c’è bisogno di una coercizione al lavoro (che non c’è, banalmente) quanto invece di una nuova infrastruttura in grado di promuovere reti di micro-economia, sviluppo sociale e ambientale. A questo proposito, come già prima, le due giunte Vendola hanno cercato di attivare politiche e iniziative giovanili, e il loro effetto si è registrato. Ora si tratta di comprendere un loro rinnovamento e una loro efficace estensione. Perché un territorio come quello pugliese si situa, come è spesso avvenuto, in una felice ambivalenza: geograficamente a sud, ma politicamente aperto alle influenze europee.

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