11/04/2018 Daniele Nalbone

La rigenerazione urbana, l’arte e le relazioni. Dal Metropoliz al Macro passando per la Luna

Avete mai visto il direttore del “museo di Roma” in una ex caserma occupata, quella di Porto Fluviale, davanti a decine di persone provenienti da ogni parte del mondo a discutere di rigenerazione urbana? Noi sì. Ma non è niente di straordinario. Perché Giorgio De Finis, creatore del Museo dell’Altro e dell’Altrove (Maam), la metà artistica del cuore ribelle di Metropoliz, ex fabbrica occupata di via Prenestina, non è il direttore del Macro che ha deciso di mettere piede in un’occupazione, ma il direttore di un museo nato in un’occupazione che ha aperto una crepa nella mondo della cultura di Roma e, attraverso quella crepa, ha portato il Maam dentro al Macro. 

Le polemiche sulla decisione di affidare a lui il museo della Capitale, le lasciamo a chi fa anche dell’arte terreno di una sempre più triste battaglia politica. Il dato di fatto è un altro e non ci aspettiamo certamente che chi vive raccontando di una città che “fa schifo” sognandola a uso e consumo di turismo e borghesia lo possa capire: Giorgio De Finis è un antropologo entrato in una fabbrica occupata, la ex Fiorucci, di proprietà del gruppo Salini e, in mezzo a immigrati, rom, italiani senza casa, coi movimenti per il diritto all’abitare – quindi a una serie di “criminali”, secondo la comune vulgata – ha dato vita a un viaggio sulla Luna con Space Metropoliz che, partendo dall’estrema periferia fatta di centri commerciali, ipermercati, sale slot e compro oro, ha compiuto un giro larghissimo per arrivare al centro della città. 

Lo abbiamo incontrato a margine di un’assemblea sulla rigenerazione urbana che si è tenuta nella ex caserma di via del Porto Fluviale, nel quartiere simbolo della rigenerazione urbana a uso e consumo del mercato, quella del quartiere Ostiense. Ed è da questa assemblea che parte la nostra intervista. 

Giorgio De Finis, cosa sono, a livello artistico, Metropoliz e Porto Fluviale?

Due sorprese. Due luoghi che ci si aspetta abbiano certe caratteristiche, enclave di marginalità dove vivono famiglie che hanno difficoltà a mantenersi un affitto, dei piccoli ghetti: invece sono luoghi – dove quelle famiglie si sono date una dignità, vivendo e collaborando insieme – che contengono una sorpresa per l’intera città. Sia Metropoliz che Porto Fluviale si sono trasformate in opere d’arte, super oggetti customizzati che si aprono alla città: Porto Fluviale, con una splendida pelle esterna come corazza a protezione e al tempo stesso dono per la città, è il luogo più importante della street art che abbiamo a Roma grazie all’opera di Blu in un momento in cui anche la pittura muraria, la cultura underground, rischia di diventare una nuova forma di decoro urbano. In molti quartieri ha ormai preso piede l’idea per la quale basta un po’ di colore per sistemare periferie problematiche. Metropoliz oltre alla sua pelle esterna ha un’altra corazza: ciò che è nato al suo interno che ripropone una condizione da origine dell’arte e dell’umanità. Una nuova grotta di Lascaux in cui casa e arte convivono come all’inizio dell’homo sapiens. È un enorme barriera corallina, un inno alla biodiversità, alla convivenza pacifica tra forme di vita diverse. 

Ci racconti la “settimana tipo” di Metropoliz? Come convivono abitazioni e museo?

Metropoliz è una città meticcia che per sei giorni alla settimana è una “normale” casa. Il sabato, però, questo tipo di omogeneità si rompe, si abbattono i muri. Il sabato arrivano alla fine della Prenestina, a ridosso del Grande Raccordo Anulare, anche gli abitanti dei quartieri alti che si incontrano con gli occupanti con una propensione al dialogo. È questo lo stupore di cui parlavo prima: quello che suscita in persone stordite dalla presenza dell’arte che non ti aspetti in un luogo come questo. Qui l’abitante rom trova un visitatore che non mette mano alla sua tasca per controllare il portafogli, come invece avviene sulla metropolitana: è spaesamento e sorpresa positiva. Qui le urla dei bambini che giocano non disturbano i visitatori del museo, non disturbano l’arte. È un mondo che non si trova altrove. È un luogo che permette una relazione tra umani che si può realizzare solo senza pregiudizi, abbassando la guarda. Ma questo non significa che Metropoliz abbia pacificato il conflitto: sul muro di cinta della Prenestina c’è la scritta “Morte ai ricchi”. Questo è il sentimento degli abitanti dell’occupazione nei confronti della città che li caccia e li combatte, la loro risposta alla lotta quotidiana. Metropoliz durante la settimana è barricata, difensiva e offensiva. Il sabato, però, si crea un corto circuito. Ed è questo che dobbiamo continuare a fare, creare corto circuiti, non pacificare o ridurre il conflitto ma evitare di irrigidirlo in una forma stereotipata. Non siamo indiani contro cowboy. Dobbiamo darci l’obiettivo di cambiare film: per questo abbiamo immaginato di passare dalla Luna, fare un giro largo per modificarci ed essere letti in un altro modo. Per dare una nuova chance nella rivendicazione dei nostri diritti. Oltre la rabbia. Qui la lotta alla metropoli è avvenuta alla luce del sole con l’aiuto anche di artisti “di sistema”, di mercato, famosi e celebrati: non sempre le marginalità si devono sommare; l’arte non deve essere solo di strada per essere resistente. Ogni innesto che produce contatti tra umani differenti è un valore; l’omogeneità, a qualsiasi livello, che ci viene imposta o che ci imponiamo scegliendo una tribù di nostri simili, è sempre dannosa. La città non è il villaggio di Asterix: è bella e ci affascina perché contaminata. Varia. 

Cosa significa parlare di rigenerazione urbana in una ex caserma occupata in centro città portando l’esperienza di una ex fabbrica occupata all’estrema periferia?  

“Non devo morire”. Tutto parte da qui. Devo dare un tetto a me e ai miei figli, dignità. Nasce una comunità e si apre un bivio: limitarsi a resistere o sforzarsi di restituire un’altra immagine alla città. L’apertura di Metropoliz con il Maam e di Porto Fluviale con le varie attività che si svolgono al suo interno, vanno in questa direzione. Sono due storie che vanno valorizzate perché a costo zero e di cui tutta la città può godere: sono luoghi veri, che non sono costati niente a nessuno. Contro una città sempre uguale e uguale dappertutto, con hotel, ristoranti, locali identici, tanto a Roma come a Londra, Tokyo o Parigi – semplici contenitori – c’è un’alternativa. E un’alternativa c’è anche per quanto riguarda i musei, studiati in maniera standard ovunque, semplici contenitori. Metropoliz e Porto Fluviale sono la dimostrazione dell’esistenza di un altro pezzo di città, lasciata ai margini dalla globalizzazione: perché le periferie sono più vitali del centro; perché qui la luce è sempre accesa mentre, quando chiudono i locali, il centro città smette di vivere e diventa un luogo buio, senza senso, disabitato. Ecco, Roma è una città con la luce spenta, brutta, finta, incapace di mettere in campo diversità come invece sta avvenendo a Napoli o a Palermo, e dove nella stessa via abitano sia i ricchi che i poveri: Roma non ha più tessuto misto, è espulsiva, valuta ogni quartiere in termini di euro per metro quadrato. Metropoliz e Porto Fluviale sono il corto circuito da raccontare e intorno al quale confrontarsi. Perché la città non può essere solo la somma di cose private, ma uno spazio da considerare pubblico nel suo insieme. Sono “rigenerazione dal basso”. 

Quando si parla di rigenerazione c’è sempre da spaventarsi, però. La rigenerazione – come sta avvenendo a Ostiense ed è già avvenuto a Testaccio – di solito viene seguita dalla gentrificazione. Come evitare che ridar vita e centralità a un quartiere comporti la fuga degli abitanti storici per l’impennata dai prezzi?

Uso un esempio. Un progetto non andato a buon fine. Quando fu indetto il bando per la riqualificazione di Corviale, l’architetto Carmelo Baglivo mi chiese di immaginare la “gamba artistica” del suo progetto. Proponemmo un museo sul tetto di quel palazzo lungo mille metri, il “Corviale Capitolino”, una scatola da posizionare sull’enorme terrazzo in cui portare pezzi dei musei capitolini. Forse il progetto non avrebbe interessato gli abitanti di Corviale, ma avrebbe innescato un corto circuito: portare il centro verso la periferia. Avremmo automaticamente riconnesso Corviale al Campidoglio. Portando la Galata Morente nella periferia considerata più estrema avremmo portato un pezzo di mondo in un ghetto. Il risultato, magari, sarebbe stato quello di portare servizi perché utili a tutta la città e non come beneficenza agli abitanti più poveri. Abbiamo provato a creare una piccola trappola. In più, un nuovo museo è sempre una buona scusa per provarci.

Veniamo ora al tuo nuovo incarico: che museo diventerà il Macro con il “Macro Asilo”?

Sarà il “nostro” museo: il tentativo di dar vita, in una dimensione altruistica, a uno spazio da riempire insieme. O crediamo insieme a questo progetto, o il Macro Asilo non esisterà. Di certo il Macro non sarà un affittacamere delle gallerie: oggi i musei non riguardano la città ma poche persone. L’altro grande nodo è creare sinergie tra persone, gli artisti, che ormai sono immerse nel precariato ma che, nonostante le difficili condizioni economiche in cui sopravvivono, continuano a dedicare la propria vita all’essere un’anomalia e non si allineano a una dimensione di status quo. Il loro unico obiettivo è farci vedere il mondo con occhi nuovi. Nel nuovo Macro faremo tesoro delle migliaia di persone che operano a Roma e cercheremo, insieme, una casa comune da costruire valorizzando ogni differenza, perché non c’è una soluzione: ce ne sono cento. Qui l’arte sarà a contatto con la città affrontando i temi che interessano tutti, partendo dai diritti e dalle questioni che riguardano il nostro mondo. In questo scenario ci ritroveremo con il Maam, gemellando il centro città con l’estrema periferia, perché – come il Maam – il Macro sarà un posto aperto a chiunque voglia portare contenuti e discuterli: saranno 15 mesi vivaci dove saranno “messe in mostra” le tante cose belle che succedono a Roma. Ogni giorno al Macro accadranno trenta “cose” diverse e molte non riguarderanno l’arte in senso stretto ma il modo in cui l’arte ci invita a guardare la società. Affronteremo temi caldi, scomodi, difficili, ragionando in maniera alta. Se il Maam è una “cattedrale laica” in quanto progetto che invita alla coralità, il Macro sarà un “monastero laico”, un luogo in cui l’invito è a ragionare. Una stanza, la principale, sarà dedicata a “Rome – Nome plurale di città”, che diventerà un osservatorio permanente autogestito in cui si confronteranno le varie esperienze. Perché questo museo è un pezzo di città. E per questo sarà piazza e casa.

RSS
Follow by Email
Facebook
Google+
https://www.ilsalto.net/giorgio-de-finis-macro-intervista/
Twitter