10/02/2019 Tiziana Barillà

Il franchismo non è più un tabù. E le destre spagnole vogliono andare al voto

Domenica 10 febbraio, le destre spagnole si danno appuntamento a Madrid contro il governo di Pedro Sanchez, per chiedere le sue dimissioni e andare al voto. A mezzogiorno, in plaza de Colón, si sono ritrovati in 45mila (secondo fonti governative).

Con lo slogan “Por una España unida, ¡elecciones ya!” (Per una Spagna unita, elezioni subito), la manifestazione è stata convocata da Pp e Ciudadanos, con il sostegno di Vox. La “scusa” contro Sanchez è il negoziato con i partiti indipendentisti catalani. Per le destre «l’unità nazionale non è negoziabile» e gli spagnoli «non sono disposti a tollerare più tradimenti o concessioni». Al centro, ovviamente, la “sovranità nazionale”. Eppure i tre appaiono più ansiosi di incassare il vento destro che si aggira per l’Europa per rimettersi in carreggiata, che di salvaguardare l’unità nazionale. 

«Non si tratta di una manifestazione di partiti», ha precisato Albert Rivera. Il capo di quella specie di grillini spagnoli che si fanno chiamare Ciudadanos, ovviamente la butta sull’antipolitica. E ben tre giornalisti si sono prestati a leggere il manifesto dalla piazza al posto dei leader (e cioè María Claver, Albert Castillón e Carlos Cuesta). Ma i pullman partiti da tutta la Spagna alla volta di Madrid sono stati finanziati proprio dai partiti della destra.  

Derecha allo scoperto. Tre leader, la stessa faccia. E nel caso di Pablo Casado e Albert Rivera, la faccia è proprio la stessa, i due sono quasi due gocce d’acqua. Il nuovo e ggggiovane leader popolare, prova a tirare fuori il suo partito dalla debacle del vecchio Rajoy e dal mare di scandali e corruzione che li fanno precipitare giorno dopo giorno nei sondaggi. 

Nelle intenzioni di voto di gennaio, anche se per un soffio, il Psoe di Sanchez è ancora il primo partito di Spagna con il 24,01%, mentre Unidos Podemos è scivolata al 14,8, perciò insieme, in caso di voto imminente, non dovrebbero raggiungere una maggioranza di governo. Dall’altra parte, invece, se il Pp rimane aggrappato al suo 21,2% e Ciudadanos  al suo 20,2, i franchisti di Vox irrompono con il 9,5% e si candidano al ruolo di “aggiunta necessaria” per una maggioranza di destra. 

In Andalusia (da dove scrivo) la preoccupazione è alta. Qui – regno incontrastato dei socialisti per 40 anni – alle scorse elezioni regionali del 2 dicembre i franchisti di Vox hanno registrato il 10% – con punte del 36% in Almeria – portando l’ultradestra nella Junta andalusa con 12 seggi. Prima di loro c’era riuscita solo la Falange Española di Francisco Franco. 

Nato nel 2014 da una scissione del Pp, Vox non ha ancora rappresentanti nazionali né europei. Ma tutto fa pensare che maggio 2019 possa essere la volta buona, anche e soprattutto grazie al fronte guidato da Marine Le Pen e il fido Matteo Salvini. Il loro programma è in linea con quello dei “sovranisti” europei:  anti-immigrazione, nazionalismo e ostilità al femminismo. Poi, i tweet del leader Santiago Abascal sembrano copiaincollati da quelli di Matteo Salvini. Insomma, il modello Steve Bannon si è fatto strada anche in Spagna. 

L’ultradestra spagnola, del resto, dopo essere rimasta imboscata per anni dentro il Popolari, si sarà detta che i tempi sono ormai maturi per venire allo scoperto. La tecnica dell’imboscamento ha funzionato per anni, ma adesso rischiava di lasciarli indietro. Ai franchisti dev’essere apparso assurdo continuare a rimanere nell’ombra, sotto protezione popolare, mentre nel resto d’Europa la destra fascista non si nasconde più.

RSS
Follow by Email
Facebook
Google+
https://www.ilsalto.net/franchismo-destre-spagnole-voto/
Twitter