12/04/2018 Ilaria Bonaccorsi

Prigionieri di un “almeno”. Ha vinto Foodora

Che Foodora vincesse e i sei riders perdessero non è una gran notizia. Oggi è già a pagina 23 dei grandi giornali. Troppo scontato per questo mondo. Niente film americano per il momento. Nessuna riscossa. I sei ciclo-fattorini di Foodora, colpevoli di aver alzato la testa, hanno perso. Il tribunale del lavoro di Torino ha dato ragione alla società tedesca di food delivery. I sei ciclo-fattorini sono collaboratori «autonomi», ha sentenziato il tribunale. Nessun rapporto di lavoro subordinato dunque da riconoscere. A occhi inesperti, o ai soliti occhi abituati e stolidi, sarà parso anche giusto. Che ci sarà poi di male in quei lavoretti che abbiamo fatto tutti? Almeno è un lavoretto! Perché sentirsi in colpa se li chiamiamo per portarci la cena? Anzi, almeno gli diamo un lavoretto… E quell’“almeno” oramai è una ghigliottina mentale praticamente insuperabile. Un vero muro, una malattia quasi, che toglie vista e senso. Come avere un cartello piazzato davanti agli occhi con su scritto: si prega di non pensare. E non si pensa più. Al massimo si dà un po’ di mancia e si spera che quei ciclo-fattorini non debbano farlo per troppo tempo quel “lavoro”.
Giusto il tempo per laurearsi e trovare quello vero… la gig economy dei miei tempi era un po’ questa, era la mia personale “economia dei lavoretti” per studiare in autonomia senza pesare troppo sui miei genitori. Sane prove di autonomia quasi. Il problema è se quello che abbiamo sotto gli occhi è altro ma non si riesce più a vedere. Non si riesce persino a concepire cosa possano volere sei ciclo-fattorini da una grande società tedesca perché quell’ “ALMENO” oramai ha stravinto nella realtà.

Ieri al tribunale di Torino, insieme agli avvocati Giulia Druetta e Sergio Bonetto, ad assistere al processo c’era anche Davide Serafin, economista di Possibile, che da qualche tempo si occupa di «giusta paga» come potete leggere nel suo “spazio” (così lo definisce lui stesso) giustapaga.it e a lui ho chiesto di raccontarmi cosa è accaduto lì dentro. Non tanto perché volessi sapere dell’ennesimo Golia cattivo che aveva vinto, ma come lo aveva fatto. Perché liberarsi di quell’ “almeno” non è uno scherzo; capire fino in fondo che quell’ “almeno” spesso e volentieri ti frega la possibilità di farcela invece di dartela, è roba complessa e va studiata. Vanno offerti degli strumenti culturali e poi politici. Occorre imparare a vedere di nuovo, occorre difendere i Davide non perché si voglia fare “assistenza” a dei poveri ritenuti – in fondo – incapaci, ma perché convinti che compito dello Stato sia quello di affinare strumenti “di felicità”, intesa come possibilità di realizzazione. Come occorre anche ripensare e riformulare velocemente strumenti che permettano ai governi (futuri) di cambiare i Golia attuali.

Ieri eri in aula, mi racconti come si è arrivati alla sentenza che scagiona Foodora?
È successo che l’accusa ha tentato di dimostrare che i riders di Foodora sono sottoposti al potere direttivo del proprio datore di lavoro e che quindi sono lavoratori subordinati e non indipendenti. Foodora non è soltanto un’applicazione: è una organizzazione fatta di persone, con un preciso organigramma e una gerarchia. Il potere direttivo si esplica per il tramite di un sistema multi-piattaforma. Attraverso shyfthplan, l’app per gestire e ordinare i turni di lavoro. Attraverso l’app e il suo algoritmo inconoscibile i fattorini prendono in carica le consegne e la società tedesca mantiene il controllo sul loro operato (registrando i tempi di consegna ed elaborando un punteggio di rating che qualifica il lavoratore sulla base del numero delle prestazioni erogate nell’arco di un’ora). Non mancano ovviamente le chat di coordinamento, dove vengono fatte pressioni perché i riders effettuino le consegne nel minor tempo possibile. Ed è successo che l’accusa ha perso.

Mentre la difesa si è “difesa” dicendo che non esiste alcun rapporto di lavoro subordinato. E allora diciamo cosa esiste tra quelli che “sgroppano” in bici e Foodora?
Quelli che sgroppano in bici non sono lavoratori indipendenti, questo deve essere chiaro. Non hanno rapporto diretto con i clienti (chi ordina il pranzo), e non hanno rapporti diretti con i committenti primari, i ristoratori. L’unico rapporto che hanno è con la società che effettua il servizio di food delivery.
La difesa ha vinto perché ha in mano i dati ed è riuscita a produrre undicimila pagine di conversazioni in chat intercorse fra i riders. In queste conversazioni vengono concordati i cosiddetti swap (i cambi) dei turni di lavoro, in modo autonomo fra i fattorini e senza obblighi o richieste da parte dell’azienda. La difesa ha anche dimostrato l’esistenza della funzione ‘no show’ che permette al fattorino di rifiutare gli ordini di consegna. In estrema sintesi, non c’è obbligo di lavorare, hanno detto.

Perché non si tratta più di “piccoli lavoretti” che, in fondo, abbiamo fatto tutti negli anni dell’università?
Perché i riders non sono solo studenti. Una ricerca della UilTucs, pubblicata lo scorso anno, ha dimostrato che circa il 31% dei riders è in possesso di una laurea di secondo livello: erano studenti, ora sono lavoratori disoccupati o lavoratori sottoccupati.
La seconda ragione è che questo nuovo mondo del lavoro (che in realtà è molto vecchio) è in grado di erodere tutte le categorie professionali. E quindi di erodere per intero il diritto del lavoro. Ci sono applicazioni per ordinare servizi di babysitting, per richiedere prestazioni professionali, dalla scrittura di testi giornalistici, scientifici o narrativi, dalla realizzazione di lavori di grafica o alla progettazione di software, tutto comodamente online, senza tener conto del fatto che il prezzo pagato per la prestazione lavorativa sia congruo o meno.

Che volevano i sei riders “autonomi” che hanno intentato la causa?
I riders torinesi hanno iniziato la protesta nel 2016, quando l’azienda ha modificato, in modo unilaterale, la modalità retributiva, passando da un fisso orario a un pagamento a cottimo. Nel mondo della Gig Economy non esiste più il salario minimo orario. Il CEO di Deliveroo, Will Shu, ha recentemente parlato di retribuzione media oraria. Una media che evidentemente dipende dal numero di consegne effettuate e non dal tempo messo a disposizione da parte del lavoratore. In particolare, i ricorrenti, tra i protagonisti dello sciopero del 2016, hanno subito il ‘log out’ da parte dell’azienda, che non ha rinnovato loro il contratto di collaborazione. Una vera e propria ritorsione.
I riders chiedono diritti e tutele. Tutela dalla malattia e dall’infortunio. Per effettuare le consegne si sottopongono a rischi considerevoli, pedalando nel traffico nelle ore di punta, con qualsiasi condizione metereologica (cito il recente caso di Glovo a Bologna, quando l’app è rimasta attiva e ha chiesto consegne anche durante la nevicata di Febbraio). L’accusa ha inoltre lamentato la violazione della privacy, dal momento che l’app di Foodora sembra essere in grado di accedere ai contenuti del telefono (dalla rubrica telefonica alle fotografie salvate sulla memoria esterna) persino quando i riders sono fuori turno.

“Piccoli lavoretti a vita… senza giusta paga mai”, questa è la gig economy (economia dei lavoretti) dei nostri tempi, giusto? Che fine faremo?
Durante l’ultima campagna elettorale si è molto parlato di reddito. Reddito di cittadinanza o reddito ‘graziato’ dalla flat tax. Non si è quasi mai parlato di salario. La giusta paga dovrebbe essere la preoccupazione di ciascuno di noi. È in atto un grande doppio inganno: la nuova economia sfrutta il lavoro e sposta il valore così prodotto nei paesi dove la tassazione è molto favorevole. Chi resta fuori dal gioco è schiacciato dalla concorrenza spietata di questo sistema: finirà, presto o tardi, ad ingrossare le fila di questo esercito di lavoratori a cottimo.

Che pensi di fare con giustapaga.it, mi vuoi dire cos’è questo progetto?
giustapaga.it è innanzitutto uno spazio per partecipare, discutere e ragionare sul salario, sulle forme contrattuali polverizzate, sulla legalizzazione dello sfruttamento e sulla parità di condizioni tra i lavoratori, a cominciare da quella di genere, tra donne e uomini. È una campagna culturale e politica, avviata da Possibile nei mesi scorsi e che serve a raccontare il mondo del lavoro con occhi nuovi. Perché servono occhi nuovi per vedere un mondo che fa fatica a farsi conoscere, perché si tratta di lavoro di bassa qualificazione e a bassa retribuzione. Sfruttamento. Cerchiamo di andare al di là dei numeri: cerchiamo di rendere protagonista chi è rimasto sepolto dalla ignominia della precarietà. Come hanno capito quelli di IWGB, il sindacato indipendente inglese, la chiave di volta è nei pochi.

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