08/03/2018 Martina Di Pirro

Feminism: la prima fiera dell’editoria delle donne

Fare libri è un mestiere che ha bisogno di cura, attenzione e impegno. Fare libri significa ritagliare nello spazio e nel tempo presente attimi di riflessione, di attualità, di lotte per scegliere le parole giuste. E, a detta del dizionario americano Merriam-Webster, la parola dell’anno è proprio “Femminismo”. Una scelta precisa, frutto di un anno intenso che ha visto protagoniste le donne, a partire dalla Women’s March, ovvero la marcia avvenuta a Washington a 24 ore dall’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti, fino, in tempi recenti, agli episodi di molestie sessuali denunciati dalle donne che hanno dato il via alla campagna #MeToo, e che ha confermato la sempre maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica al tema dell’emancipazione e della parità di diritti tra uomo e donna.

In un giovedì di passione, che sembra un raggio di luce dopo le elezioni nazionali, saranno più di 70 i Paesi in cui le donne incroceranno le braccia astenendosi da qualsiasi attività produttiva e riproduttiva, formale o informale, retribuita o gratuita. Lo sciopero, organizzato dai diversi movimenti femministi e, in Italia, da Non Una Di Meno, coinvolgerà le lavoratrici a tempo indeterminato, le partite Iva, le precarie, le lavoratrici in nero, il lavoro di cura e domestico, le stagiste e le lavoratrici senza contratto, le disoccupate e le studentesse.

Nella Capitale italiana, inoltre, inizieranno quattro giorni di femminismo e letteratura, a partire da oggi, 8 marzo, data che ricorda la Giornata Internazionale della Donna. Un’incursione nel mondo della cultura e dei libri, con settanta stand di case editrici o con collane dedicate: Donzelli, Empiria, E/O, Fandango, Luciana Tufani, ManifestoLibri, Meltemi, minimum fax, Nottetempo, Sinnos, Vanda ePublishing e molti altri, all’interno dei bellissimi spazi della Casa Internazionale delle Donne, situata nel Palazzo del Buon Pastore, proprio nel cuore di Trastevere. Ex Reclusorio per donne laiche, poi trasformato in monastero, il seicentesco palazzo del Buon Pastore a Via della Lungara è stato a lungo il luogo della subalternità femminile all’ordine sociale e simbolico della Controriforma. Oggi è sede della Casa Internazionale delle Donne, da decenni crocevia di servizi sociali, proposte culturali, lotte, incontri, racconti e ineguagliabile strumento di tutela per la violenza sulle donne. Uno dei luoghi più amati dai romani, unico in Europa, che, da oltre trent’anni, rappresenta un punto di riferimento delle donne italiane e straniere e del femminismo internazionale. Apprezzato e riconosciuto dai cittadini e dalle cittadine per la sua capacità di autogestione e per avere mantenuto in ottimo stato un bene pubblico frequentato annualmente da oltre 30mila persone, frutto dell’impegno volontario e quotidiano di centinaia di donne e di decine di associazioni, la Casa Internazionale delle donne è ora a rischio chiusura. Il debito che le viene attribuito dell’Amministrazione capitolina, un’ingiunzione di pagamento per circa 800mila euro di mensilità di affitto, non ha tenuto conto non solo del valore sociale, di coesione, di riutilizzo sociale di un bene altrimenti destinato al degrado, ma nemmeno del valore dei servizi che vengono offerti e del pagamento degli ingenti costi di manutenzione di cui uno stabile storico del genere ha avuto bisogno nel corso degli anni di gestione. Per questo, Feminism, la prima fiera dell’editoria delle donne, si è aperta oggi con un appuntamento dedicato al numero della rivista ‘Dwf’ (DonnaWomanFemme) che affronta la delicata e complessa situazione in cui si trova il luogo con il fine di raccontare, attraverso passato, presente e futuro, il valore politico e simbolico che ha assunto in quanto spazio femminista, in un momento in cui i luoghi delle donne sono sotto attacco.

«Una collezione di voci di donne che hanno occupato la casa in origine, di donne che la fanno vivere oggi, e di donne che la frequentano e la immaginano domani», racconta Roberta Paoletti, una delle redattrici della rivista. «In un momento storico così complesso e contraddittorio, in cui la “questione femminile” sembra aver sfondato il muro del mainstream, i luoghi delle donne sono sotto attacco e minaccia di sgombero o di sfratto. La Casa diventa allora un simbolo in questa lotta per difendere gli spazi comuni che dal femminismo hanno preso vita». Nei quattro giorni a ingresso libero la Casa mette a disposizione tutti i suoi luoghi meravigliosi: cortili, giardino, biblioteca, sale, bistrot. Con l’obiettivo di mettere in evidenza tutti i passaggi della filiera del libro d’autrice: le scelte editoriali, la stesura del testo, la produzione, la promozione, la distribuzione e l’attività critica e divulgativa di testate specifiche, avvalendosi di testimonianze e dibattiti con le direttore di case editrici, collane, librerie, biblioteche e traduttrici. Sarà inoltre allestita una mostra documentaria, a cura della Biblioteca Archivia, sull’editoria a firma di donne, femministe e lesbiche degli ultimi 50 anni anche con libri rari e fuori commercio dell’800.

Un’iniziativa simile, dal titolo “Like a Woman”, è iniziata il 5 marzo a Londra: si tratta del progetto ad opera della casa editrice Penguin di una libreria temporanea in Rivington Street, Shoreditch, che accoglierà oltre 200 scrittrici di tutti i tempi, da Virginia Woolf a Margaret Atwood, da Anna Frank a Mary Wollstonecraft. “Letture femministe imprescindibili” si legge negli scaffali della libreria londinese, per celebrare e ricordare tutte quelle donne che, nella storia, hanno combattuto per il cambiamento e per ottenere la parità dei diritti attraverso l’uso della letteratura. La lotta femminista attraversa l’Europa e il mondo, influenza ogni tema in maniera trasversale e si concretizza in spazi di cambiamento non solo politico, ma anche culturale. Tanta strada da fare ancora, certo. Una strada che, però, sarebbe più facile se i luoghi in cui certe battaglie necessarie trovano la giusta dimensione non fossero costretti a subire perenni attacchi. Invece di tutelarli come tesori di inestimabile valore sociale, di avere una visione politica intelligente e lungimirante, l’amministrazione capitolina sembra la ripetizione del vuoto politico di un paese che prova a trarre profitto persino dal tentativo di sgombero di luoghi irrinunciabili per il territorio e per le reti che si sono costruite intorno. «La politica femminista – continua Roberta Paoletti – è creare il terreno fertile per far nascere e crescere esperienze, movimenti, cambiamenti, in una prospettiva di libertà e giustizia per tutti. Che siano sociali o individuali, che segnino la storia o uno specifico momento, la sfida è riconoscerli, non disperderli, disegnarne una traccia e consegnarla ad altre, dopo di noi».

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