08/05/2019 Anna Lodeserto

L’Europa, del resto

Se il senso dei termini si è allontanato tanto da creare un ampio guado, a forza di deviazioni e alterazioni più o meno consapevoli, proponiamo di iniziare oggi un viaggio con qualche ispirazione per recupararlo insieme, quello spazio di senso senza lesinare tempo ma donandolo per riportare respiro, pensiero e ragione a una manciata di parole che son saltate altrove. Saltiamo insieme nel loro senso più profondo e cerchiamo i ragionamenti che ne ricompongano la forma attraverso il viaggio di #SaltoDiSenso

 

Come funziona in Europa”, “si svolge in Europa”, “viaggiare in Europa” fino ad arrivare ai macigni entrati nel linguaggio quotidiano “L’Europa dice/pensa/fa/ordina”. Son i primi termini recuperati in ordine cronologico inverso nella rassegna stampa odierna e le tendenze che osservo in maniera crescente negli ultimi nove anni da quando è iniziato a suonarmi il campanello d’allarme rispetto all’uso delle preposizioni che accompagnavano il sostantivo Europa, dal greco Εὐρώπη e dal latino Europa, a sua volta utilizzato quale contrazione per lasciar intendere l’organizzazione internazionale regionale di integrazione economica e politica “Unione europeaintrodotta nell’ordinamento comunitario dal Trattato di Maastricht soltanto nel 1992 che sembra limare e limitare ogni giorno di più quell’entità molto più estesa, geograficamente e culturalmente, che coincide con un intero continente.

Tali riduzionismi e rimandi all’immaginario e ai riferimenti di coloro che si ritiene utilizzino correntemente una lingua di comunicazione specifica, in questo caso quella italiana, sono diffusi anche in altre lingue, perlopiù in quelle di famiglia romanza che richiedono un maggior numero di elementi per poter assicurare la completezza delle espressioni, ma gli effetti sulla popolazione italofona hanno colpito in particolar modo la mia attenzione e sono, dunque, quelli che vi invito a osservare.

Soprattutto in queste settimane, una quantità rilevante di mezzi di comunicazione generalmente poco propensa all’ osservazione di dinamiche di dimensione continentale e transnazionale, si cimenta nell’ uso di questi termini mantenendo una distanza che si trasmette, dalla difformità linguistica, alla percezione di coloro che leggono e ascoltano o, come accade con frequenza sempre maggiore, captano esclusivamente frammenti di titoli senza sentire la spinta dell’approfondimento.

Sono proprio tali titoli a fornire il contesto più frequente di tagli fondamentali, come quelle tre paroline magiche “nel resto di” anteposte anche semplicemente all’entità geografica “Europa”, troppo spesso usata come sinonimo del contenitore istituzionale, che già da sole restituirebbero il senso di un’appartenenza, una condivisione, un ‘essere-dentro’ e condividere responsabilità, sforzi, proiezioni, contrasti, espressioni, anziché sentirsene e pronunciarsene esternamente guardando come un attore altro quello che resta un insieme intorno al noi che si pronuncia.

Il sacrificio di quel “nel resto di”, sacrificio purtroppo frequente anche nelle lingue francese, portoghese e spagnola, seppur in misura minore rispetto alla quasi totale assenza in lingua italiana a favore di titoli, articoli e persino analisi settoriali che descrivono in maniera crescente l’Europa come soggetto alieno, lontano dal colui che parla, entità separata e indistinta, spinta sempre più lontano fino al sentirla estranea o a sentirsene da questa.

Le espressioni per le quali si fa ricorso a quello che avviene o ai trend (economici o di altra natura) presentati all’attenzione del lettore riguardano, nella maggior parte dei casi osservati, situazioni rispetto alle quali si arriva quasi a rivendicare primati negativi tali da fuoriuscire da qualsiasi comparazione credibile con un insieme indistinto – che, nella realtà, indistinto non è – visto e vissuto come estraneo, lontano.

Qualcosa di non avvicinabile rispetto al quale, però, si tramette la necessità di un paragone, soprattutto in termini negativi, sia che si tratti di crescita economica, di disoccupazione giovanile, di divario digitale, di parità di genere, di qualità abitativa, di trasparenza della pubblica amministrazione, di percezione delle realtà, di numero delle persone con figli iscritte a un percorso universitario, per citare solo le ultime necessità di paragone nelle quali mi sono imbattuta nel corso delle mie osservazioni sulla produzione scritta in lingua italiana.

Eppure, tale guado si pone in termini ampiamente discordanti da un’eredità storica che vede la nascita tanto dell’Europa quale entità geografica e mitologia a questo legata in un’area mediterraneo-mediorientale nella sfera di quella che oggi, successivamente a diverse stratificazioni di confini vecchi e nuovi, ma pur sempre artificiosi come ogni confine, viene riconosciuta come penisola italiana quanto, in maniera ancor più specifica e attuale, della stessa entità politico-istituzionale ancora imperfetta, che vede nei “Trattati di Roma” firmati nella capitale italiana il 25 marzo 1957 uno dei momenti costitutivi Comunità economica europea (CEE) dalla quale ha avuto origine l’odierna Unione europea.

Come ricorda quell’immagine arcaica dell’uniformità west-white-old-men, quella sancita dai Trattati del 1957 era un’Europa profondamente maschile e classista, rigida nella sua ricerca di una struttura innanzitutto economica post-bellica, ancorata agli imprinting dei governi degli stati-nazionali che si sentivano di rappresentarla dall’interno.

trattati di roma

E oggi che il riconoscimento della diversità che costituisce le fondamenta dell’Europa delle origini, quella che va ben oltre il limite di uno o più Trattati, rappresenta una necessità impellente non vogliamo proprio cogliere l’opportunità di sentirci quel ‘resto’ e di rivendicarlo in forme diverse anche attraverso un linguaggio completo?

Oltre all’eredità storica, il patrimonio che allontaniamo potando continuamente il linguaggio e la cernita quotidiana, spesso arbitraria, dal paniere dei vocaboli e dei loro accompagnatori spazia ben oltre i trattati istituzionali e la mitologia fino a ricomprendere momenti paralleli alla storia raccontata nei testi scolastici e vicissitudini nelle quali il cittadino non avvezzo al protagonismo cerca cooperazioni che sfidano i confini interni e le ragioni di Stato, inclusi i periodi bellici come la cooperazione tra soldati di trincea al soldo di potenze avverse analizzata dagli studiosi della teoria nota come “Cooperation Under Anarchy”.

E oggi? Siamo pronti a cercare un resto che ci faccia sentir parte di un’unità che va oltre un emisfero che si vuole restringere sempre di più e a sentirci liberi di attingere ai termini che possano arricchire un mondo più ampio che ha bisogno di respirare della propria complessità?

Siamo pronti a sentirci parte di una dimensione articolata che non sia, e non sia esclusivamente, meramente elettorale?

La sfida è aperta: nel resto d’Europa, nel resto del pianeta, insieme a questi e ad altri mondi.

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