30/03/2018 Tiziana Barillà

Prendere posizione contro l’ergastolo. Cosa vuol dire e perché?

Ergastolo era il campo di lavoro per gli schiavi puniti in eterno nell’Antica Roma, quelli catalogati alla voce: “fine della pena: mai”. Ergastolo è, oggi, la condizione delle 1.677 persone attualmente condannate con questa pena in Italia. Alcuni sono in isolamento al 41 bis, altri nelle sezioni ad alta sicurezza, altri ancora nelle sovraffollate celle comuni. Né morti né vivi, migliaia di detenute e detenuti tornano a cercare di attirare l’attenzione fuori dalle mura. Il 30 marzo è una Giornata di digiuno nazionale per l’abolizione dell’ergastolo, per chiedere al Parlamento appena insediato di pronunciarsi contro l’ergastolo.

“I partiti politici che hanno più peso in Parlamento fanno della repressione uno strumento di propaganda”, dice Eleonora Forenza eurodeputata del Gue/Ngl, nonché una delle pochissime che ha risposto alla chiamata del 30 marzo. Il Salto l’ha incontrata fuori dai cancelli di Rebibbia, appena uscita dalla “visita a sorpresa”. “Abbiamo incontrato soprattutto i detenuti al 41 bis che rivendicano il diritto alla speranza”, ha continuato Forenza, nel video che qui sotto potete seguire, insieme all’attivista dell’associazione Yairaiha, Sandra Berardi.

Condanna perpetua, di fatto. In Italia, l’ergastolo è inflitto per tutti quei reati per cui fino al 1944 era istituita la pena di morte. L’articolo 27 del codice penale lo regola e distingue in “condizionale” e “ostativo”. Nel primo caso è prevista la possibilità di permessi, semilibertà e, in caso di buona condotta, di chiedere la libertà condizionale dopo 26 anni e sconti di 45 giorni ogni sei mesi. Nel secondo caso no. L’ergastolo ostativo è un regime di eccezione, che nega al detenuto ogni beneficio a meno che non sia un collaboratore di giustizia. In questo status si trovano i detenuti ristretti per associazione di tipo mafioso (416bis), sequestro di persona a scopo di estorsione (630), associazione finalizzata al traffico di droga, ecc.
Ed è proprio l’ergastolo ostativo, e il carattere teoricamente perpetuo della condanna, a porre la questione della costituzionalità. “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, recita l’art. 27 comma 3 della nostra Costituzione. Per la Consulta, però, “funzione e fine della pena non è solo il riadattamento dei delinquenti” e che la pena dell’ergastolo, “non riveste più i caratteri della perpetuità” dopo una sentenza del ’74. Un intervento, abbastanza recente, arriva nel 2013: una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’ergastolo viola i diritti umani quando la scarcerazione sia espressamente proibita o quando non sia previsto nell’ordinamento che, non oltre i 26 anni di detenzione, il condannato possa chiedere a un organismo indipendente dal governo una revisione della sentenza o un alleggerimento di pena.

In Europa. Norvegia, Croazia, Serbia, Bosnia e Portogallo l’ergastolo lo hanno abolito. La legge austriaca ammette l’ergastolo, ma di fatto dopo 15 anni, se è accertato che non esiste più il rischio di recidiva, si può provvedere alla scarcerazione o richiedere la grazia. Lo stesso avviene negli ordinamenti giudiziari di Danimarca (dopo aver scontato almeno 12 anni), Finlandia (11 anni), Germania e Regno Unito (in entrambi 15 anni). Il Belgio di fatto assimila l’ergastolo a 30 anni di reclusione, con possibilità di scarcerazione dopo un terzo della pena prevista se il detenuto, prima del delitto, era incensurato e dopo due terzi se è recidivo, e lo stesso prevede l’ordinamento francese, ma con limiti minimi rispettivamente di 18 e 22 anni, mentre la scarcerazione anticipata si può applicare solo per motivi gravi di salute. In Italia? È una battaglia vecchia ma non per questo facile. Quando, nel 1981, italiane e italiani ebbero l’occasione di esprimersi al referendum abrogativo per l’abolizione dell’ergastolo promosso dal Partito Radicale, dissero di No in più del 77%. Sono passati quasi 40 anni, chissà se e come è cambiato il Paese.

RSS
Follow by Email
Facebook
Twitter