01/03/2018 Ilaria Bonaccorsi

Elezioni 2018. Zingaretti mente. Ha smantellato la sanità nel Lazio. E alla Regione si candida Elisabetta Canitano per Pap

Il mio giovedì, prima del fatidico voto del 4 marzo, lo dedico a Elisabetta Canitano, candidata per la lista di Potere al popolo alla presidenza della Regione Lazio. Rimugino da un po’, l’ho anche scritto in questi giorni. Pap, Potere al popolo, ha qualcosa di silenzioso che si fa spazio dentro. Ha una semplicità che mi ricorda molto la felicità di quando ero bambina e i miei mi portavano in piazza. Alle manifestazioni. Quell’euforia piena dello stare insieme “per niente e per tutto”. Di tutti.

Elisabetta Canitano è un medico, è una ginecologa ed è una vita che lavora negli ospedali e nei consultori del Servizio sanitario nazionale (oggi nella Asl Roma D). È presidente da anni di una associazione che si chiama Vita di donna e ha due pallini, due “fisse”, direbbero a Roma: il benessere delle donne (e la loro autodeterminazione) e la laicità delle cure. Femminista di lungo corso, si autodenuncia senza grandi problemi nel presentarsi, rischia grosso e dopo esser stata nel Partito democratico (sino al 2014) si candida come avversaria del presidente uscente, sfidando proprio lui, il grande moloch, Nicola Zingaretti. Dice di farlo «perché Nicola Zingaretti ha mentito, ha affamato la nostra sanità pubblica versando un fiume di soldi alla sanità privata e convenzionata, usando la scusa del pareggio di bilancio».

Impossibile usare persino la metafora di Davide contro Golia in questo caso, perché il nostro Davide è piuttosto una Trotula* e il nostro Golia è l’intera Santa romana Chiesa, con tutti i suoi annessi e connessi. Lo slogan di Elisabetta Canitano recita: Diritti e non elemosine. E la sua battaglia si intitola: No al profitto sulla salute. Il suo osservatorio privilegiato, come fosse una lente caleidoscopica dalla quale emergono i mille volti della violenza visibile e invisibile, è la salute delle donne. Perché come dice lei: «Quando le donne stanno bene, il paese sta bene, – citando Sen -. Ripartire dalla loro oppressione, dalla denigrazione che si fa di loro, è centrale.» E perché lei, medico di lungo corso, lo fa? «Perché il medico si occupa del benessere delle persone» mi risponde. E in questo momento occuparsi del benessere delle persone vuol dire «fare una politica buona». Poi mi racconta un’immagine: «Poco tempo fa, alcuni ricercatori medici cercavano di fermare gli operai davanti Marghera spiegandogli che sarebbero morti per l’amianto, ma loro sono entrati lo stesso in fabbrica, perché avevano bisogno di lavorare. Ecco per me questo è il legame, la medicina e la politica: fare politica alla fine è questo. Pensare al benessere delle persone. Al bene comune».

Vado ad ascoltarla Elisabetta Canitano, durante un piccolo comizio, uno dei tanti, per capirne la forza. Per capire, anche, se mi arriva quella semplicità delle cose vere che percepisco da un po’ ogni volta che uno di Pap racconta. «Spezzettare l’assistenza medica vuol dire rendere tutto commerciabile, perché una sanità che moltiplica e spezzetta diventa un prestazionificio con la funzione primaria di produrre guadagno, di fare profitto. Questa è una sanità di cattiva qualità». Questo è il suo mantra, lo ripete fino alla disperazione. Non trovo la semplicità in Elisabetta Canitano, ma una vita intera e tutto il peso che una vita ha. Una vita di lavoro intenso, di investimento generoso, di studio. Sento tutti gli anni, forse anche quelli in cui si è fallito e poi si è ripartiti. Sento la necessità di comunicare la verità contro le bugie dell’amministrazione Zingaretti. Mi ricorda quello che ho sempre vissuto io e visto. Mi ricorda il sogno grande, forse il più bello, di una scuola e di una sanità pubblica d’eccellenza, fuori da ogni calcolo, del debito e poi del profitto. Fuori da tutto, isola felice dei diritti universali. Mi ricorda quella piazza e quello stare insieme “per niente e per tutto”. Di tutti.

«Veniamo sistematicamente spinti a demolire tutto il patrimonio che abbiamo: scuola, sanità ferrovie… Al posto di investimenti abbiamo bandi, conferimenti, blocco del turnover. E tutto ciò che smantelliamo nel pubblico lo acquistiamo dai privati, con danno per il cittadino. Il medico della cooperativa farlocca a cui viene appaltato il servizio che lavoratore è? Un lavoratore senza diritti. So di un collega in Pronto soccorso a cui viene rinnovato il contratto ogni dieci giorni. Un’efferatezza. Perdiamo anche in qualità, come si omogeneizzerà questo medico con l’equipe con cui dovrebbe lavorare?». Allora perché dividersi? Perché non continuare a battersi da dentro, le chiedo: «L’avrei fatto anche sotto il loro tavolo, purché lo ofacessero. Mentre io sostengo, oggi, che il Pd fa parte integrante di questa organizzazione delle cose. Quando Zingaretti fu eletto, si è gemellato con la Lombardia di Maroni, non con la Toscana di Rossi o con l’Emilia Romagna di Errani. Noi, Lazio, insieme alla Lombarda, siamo la regione che fa maggiore ricorso al privato, smuovendo un giro di soldi impressionante». «Per questo mi sono tirata indietro, questa storia di governare “con”per fare cose diverse, non è servita a niente. Perché quello che è successo in verità, è che chi ha governato nel Lazio ha semplicemente avuto la sua quota parte di denaro per assicurarsi il suo elettorato. Alla fine questo è successo. Questa parte di sinistra si è sistemata negli angoli governativi, qualche cosina ogni tanto l’ha fatta, ma sostanzialmente negli ultimi anni ha soltanto partecipato alla spartizione di quei soldi che uscivano dal pubblico e viaggiavano per guadagnare consenso elettorale».

Gli esempi che fa Elisabetta Canitano sono tanti e impressionanti: il potere del Moige (Movimento italiano dei genitori), l’invadenza del Campus Bio-medico (Università Campus Bio-Medico di Roma è un’università privata italiana nata nel 1993 e legata all’Opus Dei), la sistematica distribuzione di primari “cattolici” in tutti gli ospedali pubblici della regione… un quadro agghiacciante per me. A tratti disperante anche. Ma come pensa di sovvertire tutto questo le ho chiesto? «Il mio sogno era di riorganizzare i servizi di salute per le donne. Anche da sotto al tavolo, anche solo scrivendo cose che faceva qualcun altro. Ora bisogna ripensare a tutto invece, al diritto alla casa, all’ambiente e alla sua tutela, bisogna battersi contro il progetto dell’autostrada Roma-Latina e rimettere al centro chi non ce la fa. Per questo la sanità è centrale, le persone non sono merci.
Cosa vorrei fare? Percorsi specializzati, ambulatori… per evitare ad esempio che un giorno le nostre radiografie siano lette da un medico in India per 10 rupie l’ora… centinaia di lastre all’ora fino a che non vomiterà quel medico indiano per la disperazione.»

La saluto e le chiedo: Quale è il tuo slogan, se dovessi sintetizzare il tuo progetto per il Lazio? Ci pensa, non le viene. Non una frase sola almeno e mi dice così: «Stamattina parlavo del problema dei detenuti, la nostra Costituzione dice che la pena serve al recupero. Ecco cerco di spiegarmi, la cosa che mi fa sognare di questa posizione è che se io mi occupo dei cittadini detenuti, nel rispetto della loro dignità, questa cosa fa stare meglio anche me. Io provo un senso di sollievo, di benessere, nel “ripristinare” dei modi di parlare e di agire che non sono violenti. Ascoltare oggi Berlinguer dire che “ è tutta colpa del 68, perché abbiamo liberato gli studenti e ora viene fuori la violenza” mi fa male. Provo angoscia quando penso che la liberazione da alcune forme repressive siano ritenute dannose per il Paese e portatrici di violenza. Io dal ’68 mi sono presa l’idea della persona al centro, della massificazione che fa danni e la possibilità di dire No. Insomma, quello che voglio dire è che permettere la realizzazione degli altri mi fa stare bene. Diventa una cosa mia. Perché al contrario se procuri sofferenza immotivata, danneggi l’altro ma soprattutto danneggi te stesso».

Insomma due cose voglio dirvi a voi del Lazio: voi potete scegliere di votare una che dichiara apertamente che «bisogna impedire il disegno di privatizzazione e di consegna dei nostri servizi sanitari nazionali alla religione/chiesa. Perché nelle cure la laicità è fondamentale. È un diritto. E che alla domanda “Ma perché vi dividete sempre voi a sinistra?”, risponde: «Non siamo noi che ci dividiamo, sono gli altri che si appattumano». E non è poco, fidatevi.

*Trotula: ginecologa dell’XI secolo, autrice di numerosi trattati di ostetricia e ginecologia,
arrivati sino a noi solo perché attribuiti al marito, medico, Giovanni Plateario.

 

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