02/03/2018 David Broder, Jacobin

Elezioni 2018. Come ci vedono gli altri // Le elezioni viste da Jacobin. L’assenza dell’euro nel dibattito italiano

Quando il presidente della Repubblica italiano ha proposto la data del 4 marzo per le elezioni generali, la stampa internazionale ha fornito la solita narrazione: l’Italia era l’ultima nazione in cui il voto popolare avrebbe potuto causare un ulteriore scompiglio nell’Eurozona. L’Economist parlò di “Nuova Incertezza per l’Europa”, mentre Forbes titolò “L’Europa è in allerta per le elezioni italiane”. Un opinionista del Financial Times ha scritto che il possibile trionfo del Movimento 5 stelle e dell’estrema destra, rappresentata dalla Lega, avrebbe provocato “un attacco al cuore per gli investitori internazionali”.

Come per la sconfitta di Matteo Renzi nel referendum del dicembre del 2016, i media internazionali hanno analizzato le elezioni italiane attraverso la questione più ampia delle politiche europee, all’interno di un contesto in cui l’aumento dei populismi assume un ruolo importante. Tuttavia, il tema del futuro dell’Eurozona è sempre meno importante nella campagna elettorale italiana. Infatti, quest’importante questione della la vita nazionale del Paese, risulta del tutto assente e coloro che un tempo erano convinti euroscettici, oggi ritrattano sul tema dell’uscita dall’Eurozona.

Per avere un esempio su come la questione sia stata completamente capovolta, dobbiamo soltanto evidenziare la reinvenzione di Silvio Berlusconi. Nel 2011, in qualità di presidente del Consiglio, fu bruscamente buttato fuori da palazzo Chigi con la connivenza dei funzionari europei, essendo visto come un demagogo che intralciava la risoluzione della crisi dell’Eurozona. Nel 2018 è stato riproposto come bastione contro il populismo in Europa, recente nomina benedetta anche da Angela Merkel.

Non solo, anche i populisti che Berlusconi sostiene di combattere hanno abbandonato l’idea di uscire dall’euro. Mai stato così vicino al raggiungimento della massima carica politica, Luigi Di Maio, leader del M5s, ora si definisce contro politiche “estremiste, populiste e anti-europee”. Mentre il suo partito negli ultimi dieci anni ha sempre sostenuto di voler fare un referendum sull’uscite dell’euro, di Maio ha ora esplicitamente rinunciato all’idea della votazione sull’Europa. Lo stesso vale per la Lega, che si è invece unita alla coalizione di Berlusconi.

Senza la possibilità che forze politiche favorevoli al referendum sull’Europa entrino in Parlamento, gli investitori internazionali non devono abbassare la guardia proprio ora. L’Italia è anche un Paese con basse prospettive economiche di crescita, e uno di quelli il cui coinvolgimento a lungo termine nell’Eurozona è davvero in dubbio – o almeno il suo consenso popolare. I sondaggi mostrano come il supporto dell’opinione pubblica per l’euro è il più basso che in qualunque altro Paese europeo. Meno della metà degli italiani considerano la valuta corrente “positiva per la nazione”, e un terzo vorrebbe il ritorno alla lira.

In questo quadro, la cosa più importante da sottolineare, è l’incredibile variazione fra le diverse generazioni sul supporto o meno all’euro. Questo eccezionale divario sottolinea anche una caratteristica distintiva dall’euroscetticismo incentrato sul campanilismo. Infatti mentre gli over 45 favoriscono la moneta unica con un margine di 3 a 1, fra i giovani italiani la maggioranza preferisce uscire dall’eurozona. Colpita fortemente dalla crisi, questa generazione si sente slegata dal consenso popolare che ha unito fin dagli anni novanta sia i governi di centrosinistra che di centrodestra sul tema Europa.

Se i dubbi dei giovani italiani rispetto alla moneta unica rappresentano una più ampia alienazione dalla vita istituzionale, allo stesso tempo queste giovani generazioni sono legate al ruolo specifico che l’europeismo gioca nei discorsi pubblici italiani. Quando l’Italia entrò nell’Eurozona nel 2002 la sua élite politica promise che la moneta unica rappresentava una nuova era di stabilità e crescita economica. Tali dichiarazioni si dimostrarono un buco nell’acqua per il periodo che seguì la crisi del 2008 visto che la disoccupazione giovanile ha toccato il 40%. E mentre l’economia italiana entrava in recessione, l’adesione all’eurozona ha significato austerità, nonché limitazioni fiscali e monetarie, che hanno spinto il paese in un ciclo di debito e stagnazione.

Guardando alla bassa produttività e i deboli investimenti infrastrutturali del paese prima del 2002, si comprende come un ritorno alla lira non significherebbe un’automatica soluzione ai problemi strutturali del paese. Ma è difficile auspicare alcuno sviluppo progressivo nel contesto dell’euro – soprattutto considerata la sua asfissiante influenza sulla politica italiana. L’obbedienza alle regole dell’Eurozona ha fornito pretesti ideologici per portare avanti più di sei anni di amministrazioni “tecniche” e “grandi coalizioni”. La stessa valuta euro è stata vista come il frutto di un deficit democratico.

L’esperienza italiana dell’euro ha esacerbato i preesistenti “disordini” politici del Paese. Ben lontana dall’aver introdotto misure europee efficienti per curare i propri mali, la nazione è stata utilizzata come banco di prova per riforme distruttive, imposte disobbedendo completamente al consenso popolare. L’euro ha nutrito la sfiducia di giovani italiani verso il consenso centrista e scatenato forze ribelli a destra. Il regime di governance non ha soltanto paralizzato l’azione di governo, ma ha anche minato la fiducia degli italiani nella politica. Questo è un processo che probabilmente s’intensificherà, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni

Il sogno dell’Europa

L’euro è stato introdotto in Italia alla fine degli anni 90 sulla base di un ottimismo che si è poi rivelato ingiustificato. In quel periodo esisteva un entusiastico e trasversale supporto parlamentare circa l’entrata nell’eurozona, dove il “lavoro sporco” per preparare l’entrata del paese nell’euro era stato compiuto durante il governo dell’Ulivo (1996-2001), una coalizione di centrosinistra precursore dell’odierno Partito democratico. Per l’Ulivo, firmare nel 1997 il patto di stabilità e crescita che regola i conti degli stati membri dell’Unione Europea e l’essere così entrati nell’eurozona, aveva rappresentato l’accettazione dell’Europa come una nuova visione di progresso. Per i vecchi comunisti di questa coalizione, la visione marxista di un mondo senza stato e soldi, ha creato la strada per un orizzonte fatto di un singolo super-stato e una singola valuta.

Quando i vecchi comunisti si sono alleati con i vecchi democratici cristiani per formare il Pd, l’europeismo ha fornito il collante ideologico, sostituendo le visioni di classe del ventesimo secolo. Partendo dal riavvicinamento degli anni 80 del leader comunista Enrico Berlinguer alla socialdemocrazia europea, passando per i governi di centrosinistra degli anni 90 e l’abbraccio alla cosiddetta terza via, l’abbandono delle trasformazioni sociali all’interno dell’Italia arrivò a braccetto con l’adozione del federalismo europeo come orizzonte politico. Con il declino dei movimenti dei lavoratori e la crescita dell’ideologia sociale del mercato, la sinistra italiana si è unita ad una serie di socialdemocratici europei che vedevano Bruxelles come un alleato nella lotta contro forze reazionarie interne. L’entrata nell’Eurozona è stata l’ultima tappa di questo viaggio ideologico.

Il percorso è continuato anche negli ultimi anni. Ciò è incarnato dal tentativo del leader del Pd Matteo Renzi di rimodellare la scacchiera politica, sostituendo il bipolarismo destra-sinistra con un sistema che avrebbe contrapposto centristi europeisti a “populisti” euroscettici. Se alcune idee sono state prese in prestito da Emmanuel Macron ciò è indicativo della vecchia credenza dell’élite italiana che inserire l’Italia in un contesto più ampio potrebbe mitigare o superare la propensione del paese all’instabilità. Da questo punto di vista, “l’Europa” è il simbolo della modernizzazione e della democrazia, nonché la difesa dello sforzo di trasformare l’Italia in un “Paese normale”.

In effetti, mentre il centrosinistra raffigura Silvio Berlusconi come l’incarnazione della stessa “anormalità”, continuano a essere sostanzialmente d’accordo sulla questione dell’appartenenza all’Unione europea. Essendo ritornato al potere nel maggio 2001, il magnate ha impegnato poco tempo per accaparrarsi i meriti dell’euro. Quel natale, il primo ministro Berlusconi inviò 20 milioni di calcolatrici di conversione lira-euro agli italiani, tutte a spese proprie, accompagnate da una lettera con la sua firma. Anche se in opposizione durante il governo di centrosinistra della fine degli anni 90, il magnate ha appoggiato con entusiasmo l’entrata dell’Italia: come disse il 25 marzo 1998 “Un bel po’ di merito per l’entrata dell’Italia nell’euro ce l’abbiamo anche noi [di Forza Italia], abbiamo sempre avuto un comportamento responsabile in diverse occasioni”.

Berlusconi, come ha notato Marco Travaglio, salutò l’euro come una forza per stabilire ordine. Dopo la sua vittoria alle elezioni nel maggio 2001 il suo orgoglio ebbe difficoltà ad ammettere che l’Italia stava entrando nell’Unione europea sotto la guida politica di un grande europeista. Infatti, il presidente Carlo Azeglio Ciampi dichiarò che l’euro rappresentava, più che un progetto economico, una nuova alba:

Ll’euro è un evento storico, la realizzazione di un sogno e il sinonimo di risanamento dell’economia, di stabilità monetaria, di bassi tassi di interesse, di trasparenza dei beni e servizi, quindi di maggiore libertà dei consumatori, ma soprattutto della nascita dell’Europa come soggetto politico.

Il 15 gennaio 2002, appena due settimane dopo l’entrata del Paese nell’euro, Berlusconi disse ai telespettatori “l’euro funziona, questa è una verità incontestabile”.

Anche nel suo più recente periodo di governo, Berlusconi, come l’opposizione di centrosinistra, ha raffigurato l’eurozona come una garanzia esterna per i problemi economici dell’Italia. Parlando il 22 febbraio 2009, il milionario primo ministro dichiarò:

Se oggi l’Europa è capace di rispondere efficacemente alle conseguenze negative della crisi finanziaria, attraverso piani anti-crisi nazionali, questo è grazie alla stabilità dell’euro e il ripristino della flessibilità di bilancio

Tuttavia, in realtà la crisi ha stretto i vincoli dell’euro ancora più fortemente. Incapace di utilizzare la politica monetaria per abbassare il debito, o per rilanciare gli investimenti, il governo italiano è rimasto completamente in balia dei capricci della Banca centrale europea quando la crisi ha colpito.

Durante gli anni 2000 Berlusconi si arrischiò a dire che il momento della conversione all’euro incrementò i prezzi e ridusse i risparmi degli italiani, definendo la moneta come “L’euro Prodi” riferendosi in maniera beffarda al vecchio premier dell’Ulivo. Ciononostante fu la crisi dell’Eurozona del 2008 che lo allontanò dal consenso europeista quando la fiducia degli investitori nei confronti del Europa del sud crollò. Il governatore della Bce Jean-Claude Trichet e Mario Draghi usarono la crisi per forzare le dimissioni di due governi eletti sia in Grecia che in Italia, accettando il semplicistico dogma che la crisi era stata causata da un eccesso di debito pubblico che doveva essere ripagato con tagli della spesa pubblica. Entrambi i governatori furono appoggiati dal Pd all’opposizione, che aveva accusato Berlusconi di “irresponsabilità”

Questo fu principalmente simboleggiato dalla lettera al governo di Roma di Trichet e Draghi dell’agosto 2011 dove si chiedevano radicali tagli di spesa, senza i quelli la Bce avrebbe smesso di comprare i bond italiani. La lettera non era propriamente un intervento per fermare la crisi, ma piuttosto un tentativo di spingere l’Italia più vicino all’orlo della crisi per imporre cambi politici. Già il presidente Giorgio Napolitano (un uomo del Pd e un veterano dell’ala destrorsa del Partito comunista) stava formando un governo in attesa. Berlusconi non aveva strumenti per rispondere all’aumento delle pressioni del mercato, e a novembre Napolitano nominò premier Mario Monti, un consulente della Goldman Sachs, in un governo di tecnocrati non eletti. Berlusconi parlò di colpo di Stato.

Nuovi contrasti

A seguito degli sconvolgimenti del 2011, il centrodestra iniziò a riscrivere la storia del suo atteggiamento nei confronti dell’Eurozona e dell’Unione europea. Berlusconi ora si presenta come un oppositore incauto all’europeismo che ha portato la nazione ad adottare la moneta unica, e accusando i democratici come unici responsabili. Poco prima della sua estromissione nel novembre 2011 Berlusconi dichiarò che “questa strana moneta non ha convinto nessuno”; verso la fine del 2012 avvertì che “se la Banca centrale europea non dovesse garantire i nostri debiti pubblici noi ci vedremo costretti, e probabilmente non saremmo noi il primo paese ma la Grecia, a uscire dall’euro e tornare alla moneta nazionale che ci consentirebbe di essere stampata dalla banca nazionale”. Poi suggerì che la lira avrebbe dovuto essere reintrodotta parallelamente all’euro, una suggestione bocciata da Bruxelles.

Sebbene la retorica di Berlusconi si basi sulla caduta del supporto popolare nei confronti della moneta unica, il centrodestra non ha alcuna intenzione di sfidare le regole dell’eurozona. Dal novembre 2011 fino alle elezioni generali del febbraio 2013, Il partito di Berlusconi, come il Pd, ha appoggiato in parlamento l’amministrazione Monti. Fin da quell’elezione l’Italia ha visto ulteriori 5 anni di governi appoggiati dal Pd e da partiti di centrodestra, prima con e poi senza Berlusconi. Questi governi si sono tutti assoggettati alla stessa agenda politica, dato che il pacchetto di rifinanziamento della Bce aveva imposto riforme economiche specifiche: tagli alla spesa pubblica e innalzamento dell’età pensionabile.

Questa situazione è leggermente migliorata dopo che nel 2015 la Bce intensificò l’acquisto di bond italiani, di fatto una forma di quantitative easing. Tuttavia la stessa Bce pianifica di dimezzare questo supporto dopo gennaio 2018. Questo causerà un incremento del tasso d’interesse dei bond italiani, spingendo il governo italiano a tagliare nuovamente la spesa pubblica per rispettare le severe regole di bilancio imposte dal fiscal compact. La nazione quindi rimane alla mercé delle politiche di bilancio imposta dai dogmi dell’ordoliberismo, senza considerare cosa sceglieranno gli elettori il 4 marzo.

Il restringimento della scelta politica imposto dall’eurozona si basa sulla lunga storia italiana di governi tecnici, che separano la politica economica dalla volontà dei votanti e innalzano il potere esecutivo al di sopra e al di là dei partiti politici. Infatti, il cliché che il sistema politico italiano sia caotico nasconde la più fondamentale realtà di una macchina dello stato resiliente alle pressioni popolari, in questo caso anche appoggiandosi a garanzie esterne. Per cinque decadi a seguito della caduta del fascismo, è stata la divisione della Guerra Fredda a mantenere il sistema di potere della Democrazia cristiana ininterrotto; dopo il collasso di questa specie di stabilità degli anni 90, l’eurozona ha permesso ai partiti centristi una nuova governance permanente.

La perdita di credibilità di quest’ordine negli anni duemila creò il contesto nel quale il Movimento Cinque Stelle è emerso, sfidando i partiti dell’establishment. Creato nel 2007-8, l’M5S ha promesso ormai da tempo di buttare fuori “la casta”, di ignorare il partito di Berlusconi Popolo delle Libertà (PdL) così come il “Pd senza una L” guidato da Matteo Renzi. Oltre la sua retorica fortemente contro la corruzione, fin dalla sua fondazione una delle politiche più sbandierate dal movimento era quella di tornare alla lira per riconsegnare la sovranità economica all’Italia. Con l’implosione della sinistra nel 2008 (dato l’appoggio di Rifondazione comunista ad una coalizione di governo centrista) il M5s appariva come la principale forza di rinnovamento politico.

Normalizzazione

Le forze che hanno nutrito l’ascesa del M5s sono ovvie. Una mancanza di alternative politiche, una consolidata e corrotta classe politica, e circostanze economiche disastrose, specialmente per i giovani, hanno contribuito ad una frustrazione diffusamente sentita. Diversamente dall’élite dei partiti mainstream e dalle istituzioni statali che non recepiscono assolutamente la pressione dal basso, M5s ha proposto “democrazia diretta” a chiunque voleva unirsi al movimento attraverso il suo sistema di voto online. Prometteva di cambiare non solo i risultati della politica ma anche come veniva fatta, un messaggio che sembrava trovare il favore delle difficili generazioni dei giovani votanti. Fra gli under 45 oggi l’M5s ha più di un terzo del supporto. Per molti di questo gruppo generazionale, il M5s è la risposta ad una disoccupazione rampante e, per il 68% dei votanti tra i 18 e i 44 anni, una risposta all’essere costretti a vivere ancora a casa dei propri genitori.

Oltre all’incremento delle ineguaglianze economiche, la divisione generazionale è anche correlata a una divisione ideologica riguardo l’Europa. Dopo il 1945 la maggioranza dell’élite italiana vedeva il progetto europeo come una chiave di risposta alle storiche “malattie” del paese, ed il federalismo come il punto più alto per le credenziali democratiche e modernizzatrici del paese. Se, durante la guerra, alcuni antifascisti come Altiero Spinelli esprimevano il desiderio dell’unità continentale, in seguito tale speranza fu costruita sul mito della rinascita della democrazia italiana legata all’euro-federalismo. Proprio per questo, per la marcia del 25 aprile 2017 in ricordo della vittoria della resistenza contro il nazifascismo, il Pd milanese esponeva bandiere dell’Unione europea e le bandiere del partito con i colori dell’Europa blu e giallo, piuttosto che il tricolore nazionale verde, bianco e rosso.

Questo entusiasmo rispetto al progetto europeo ha un certo appeal tra i pensionati del Pd, ma molto di meno fra i giovani votanti più propensi a votare M5s (se mai andassero a votare). I giovani non sono soltanto distanti dalla memoria della guerra e dall’iniziale speranza del progetto europeo, ma sono anche meno legati ai partiti centristi, che hanno recentemente dimostrato di essere incapaci di infondere la speranza che questa generazione corrente faccia meglio di quella passata. Molti giovani votanti non hanno mai visto altro che l’odierna crisi, sia rispetto alla politica nazionale che a quella europea. In questo senso non è assurdo che siano molto più euroscettici dei loro genitori, sia a destra che a sinistra.

Seguendo questi trend sociali, la chiamata all’uscita dall’euro è venuta proprio dal M5s, specialmente nella sua iniziale fase di protesta del movimento. Nati dal V Day (vaffanculo day) del 2007, il tentativo del M5s di esprimere la rabbia verso le autorità si è sposato perfettamente con il risentimento e la distanza della gente dal potere dell’Ue e della Bce. Quest’approccio, tuttavia, spesso manca di chiarezza politica, visto che M5s non ha mai spiegato il piano di uscita dall’euro e il ritorno alla lira. Ciò è perfettamente raffigurato dalla tanto derisa apparizione in tv da parte di una parlamentare del M5s che, nel dicembre 2017, asseriva che un referendum sull’euro era necessario ma non sapeva dire cosa avrebbe votato.

Quando il M5s si è avvicinato al potere ha provato a rendere la sua immagine più “mainstream”, in particolare proponendo un approccio più soft sulla questione euro. Essendo stati a lungo membri dell’Europa delle Libertà e della Democrazia diretta (Efdd) nel Parlamento europeo (un gruppo di estrema destra nel quale l’esponente più importante è Nigel Farage), nel gennaio 2017 il leader Beppe Grillo discusse la possibilità di un cambiamento politico. Chiese ai membri del movimento di votare per aderire all’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa (Alde), un gruppo di federalisti che ha al suo interno figure come Guy Verhofstadt. Tuttavia, dopo che il 78% dei votanti appoggiò il cambiamento, Alde respinse Grillo, obbligandolo a tornare nelle fila di Farage.

Anche se aveva tentato di aderire all’Alde, il M5s continuava a chiedere un referendum sulla permanenza nell’euro, ma visto che le elezioni di marzo si stavano avvicinavano ha così iniziato a non fare più alcun appello sul referendum. Nel settembre 2017 il candidato premier M5s Luigi Di Maio andò al forum di Cernobbio rassicurando gli industriali che lui non voleva un governo “estremista, populista, e anti-europeo”, e che pianificava il referendum soltanto come ultima risorsa. Il 18 dicembre, di Maio dichiarò che lui sarebbe a favore dell’uscite dall’euro se ci fosse un voto, ma che questo referendum verrebbe fatto solo se l’Europa non cambiasse.

Il cambio di rotta è stato poi completato con il programma del M5s lanciato il 21 gennaio, che non faceva alcun riferimento all’Unione europea o all’Eurozona. Di Maio, con il suo partito che non è mai stato così vicino al potere, ha scelto di disinnescare quella che sarebbe potuta essere una bomba sotto il suo governo. Allo stesso tempo, anche i potenziali alleati di destra in una coalizione M5s hanno fatto un passo indietro sulla questione, passando da Italexit a una condanna dei fallimenti dell’euro.

L’estrema destra

Come per altri Stati europei, il dibattito sull’euro è distorto dalla sua associazione a un dibattito più ampio sull’identità culturale, nel quale il Pd e i suoi alleati definiscono i dubbi sulla moneta unica come rifiuti “populisti” e “fascisti” nei confronti del cosmopolitismo liberale. Questo, in un certo senso, riflette la percezione dell’estrema destra riguardo euro e Unione europea. Ma la storia del nazionalismo italiano è, come sempre, più complessa. Proprio come l’euro federalista Pd Patrizia Prestipino può parlare di “difendere la razza italiana” resistendo al multiculturalismo, anche la forza di estrema destra Fratelli d’Italia può descrivere le tensioni causate dall’euro come una minaccia all’unità dell’identità europea.

In tutt’Europa, nuove forze politiche provano a gettare le basi nei vecchi distretti industriali avendo identificato l’opposizione all’euro come un mezzo per spazzare via i vecchi partiti di centrosinistra da questo terreno sociale, e allo tesso tempo inserendo la deindustrializzazione e la povertà in una narrativa nazionale più ampia. Florian Philippot, l’allora consigliere politico di Marine Le Pen, rappresentava perfettamente il discorso di cui sopra per le elezioni francesi del 2017, spingendo per un’agenda economica spostata sul sociale e allo stesso tempo difendendo l’uscita dall’euro.

Ciononostante, anche se recentemente il leader della Lega, Salvini, ha definito l’euro un “esperimento fallito”, l’esponente più importante dell’estrema destra italiana non propone più una convinta rottura. Questo deriva principalmente dal suo accordo con Forza Italia, insieme ad altre più piccole forze a formare “la coalizione di centrodestra” nella marcia verso il 4 marzo. Berlusconi, al summit del Partito popolare europeo del 2017 a Malta, avendo promesso a Merkel che avrebbe “lottato contro il populismo”, tuttavia ha incluso forze reazionario nella coalizione elettorale che si è impegnata a mantenere l’euro.

Mentre la campagna elettorale della Lega sta colpendo duramente su questioni come razzismo, migrazione, e gestione della crisi dei rifugiati da parte dell’Unione europea, le sue prospettive di governo hanno imposto che la questione dell’eurozona fosse in qualche modo messa da parte. Sia il M5s che la Lega avendo quindi abbandonato la proposta del referendum (la coalizione di estrema sinistra Potere al popolo è l’unica che propone una “rottura con i trattati europei”) il dibattito principale ruota intorno alle modalità con cui l’Italia è dentro l’Europa. Dunque, visto che nessun partito propone una considerevole e più ampia riforma dell’Eurozona, la questione cruciale su cui si discute sono i limiti di spesa pubblici imposti dall’Eurozona.

La Lega, come il M5s, vede l’Eurozona come un impedimento agli investimenti statali, ed insiste nel non riconoscere il limite di spesa al 3%, e sosterrebbe il prossimo governo che s’impegnerà a trovare il modo per ridurre il debito nazionale. Nel frattempo il Pd ha promesso di mantenersi entro il limite del 3% mantenendo una percentuale del 2,9% per supportare gli investimenti. Berlusconi ha provato a far valere le suo credenziali da uomo politico responsabile; parlando recentemente a Bruxelles, ha sottolineato “il bisogno di rispettare i nostri impegni nei confronti dell’Europa, incluso il limite del 3%”, sebbene abbia poi aggiunto in un intervista ad una radio italiana che questo limite dovrebbe essere rispettato “se possibile”. Come sempre, la strategia da saggio maestro e di dire tutto a tutti, lasciando ogni opzione aperta.

Riguardo questo punto l’edizione della Repubblica del 28 gennaio dedicò ampio spazio all’incontro tra Berlusconi e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. All’inizio di gennaio il magnate aveva incluso nella sua coalizione la lega e il partito post-fascista Fratelli d’Italia, assicurando che un governo di destra avrebbe mantenuto l’Italia dentro l’Unione Europea. All’incontro, tuttavia, a quanto si dice, Berlusconi disse a Juncker che, avendo neutralizzato le forze che si opponevano alla moneta unica, sperava di abbandonarle dopo le elezioni. Questo tipo di manovra avrebbe ricalcato le mosse che seguirono le elezioni del 2013 dove, dopo aver fatto la campagna elettorale insieme a quelle forze, le abbandonò per formare una coalizione delle grandi intese con il Pd.

Il deficit democratico

Il tentativo di Berlusconi di placare gli alleati politici sulla questione euro, dopo aver dubitato per anni sulla bontà o meno della moneta unica, è riuscito a marginalizzare il tema durante la campagna elettorale. Il vecchio incantatore ha avuto il merito, in questo senso, di compiere il classico gioco della sparizione: la pistola spara a salve, il fumo sale, e l’elefante viene fatto sparire dietro la tenda magica. Eppure non appena l’applauso finisce, si può ancora ascoltare la vecchia bestia respirare dietro il palco. E per tutti i trucchi che Berlusconi può fare per “disinnescare” la questione euro, l’inconfondibile zaffata di sterco di elefante rimane ancora nell’aria.

Oltretutto, da una parte, è vero che il limite di deficit rappresenta la camicia di forza che l’eurozona impone agli stati membri, ma d’altra parte il dibattito su questo tema gratta solo la superficie dei vincoli che l’eurozona impone. La faccenda cruciale non è una piccola variazione nella spesa pubblica, ma il fatto che essere parte dell’eurozona elimina la possibilità per il paese di avere una propria indipendente politica monetaria. Anche se la costante svalutazione della lira (senza considerare il periodo dei tassi di cambio fissi) non rappresentava l’età dell’oro (la lira era decisamente instabile), i governi di Roma avevano almeno la possibilità di aggiustamenti, di stampare la lira per ripagare il debito e, più importante di tutti, usare la svalutazione della moneta per mantenere le esportazioni italiane competitive.

Ciò evidenzia problemi che vanno ben al di là delle specifiche regole dell’euro o del tasso di conversione del 2002. La moneta unica è una macchina che ha migliorato sia l’industria di export che le finanze statali tedesche sulle spalle della periferia del continente europeo. L’aver imposto un basso tasso di cambio (almeno rispetto al marco tedesco), ha permesso alle imprese tedesche di affondare i propri rivali nei mercati di stati come l’Italia, potendo sfruttare l’ondata delle merci a basso costo. E, avendo affossato le industrie di quei paesi, le finanze della Germania sono ora libere di offrire una scialuppa di salvataggio: riutilizzare i profitti record delle finanze tedesche come credito a basso costo per lo Stato e i consumatori. A sua volta, l’Italia è obbligata ad emettere il debito in quello che è a tutti gli effetti una moneta estera. Le conseguenze sociali di questa dinamica sono disastrose.

L’impatto economico distruttivo dell’Eurozona in Italia non è stato tanto drammatico come quello in Grecia: stagnazione economica e un lento esodo di giovani italiani, piuttosto che un drammatico collasso. Ciononostante, a lungo termine, l’effetto del sistema della moneta euro è corrosivo non solo per le prospettive di crescita italiane, ma anche per le sue prospettive rispetto alle politiche europee. Blindare un credo economico fallimentare può portare un risentimento popolare. E qualunque proposta seria di cambiare l’economia italiana dovrà confrontarsi con quel sistema.

Se nella rincorsa verso il 4 marzo la Lega e il M5s hanno rinunciato alle loro posizioni anti-euro, questo non corrisponde ad alcun aumento del supporto pubblico alla moneta. Infatti, è difficile immaginare che la moneta unica possa comportarsi meglio con la prossima crisi economica rispetto all’ultima. I problemi economici dell’Italia sono databili prima del 2002; il ritorno alla lira offre, al massimo, l’opportunità di ridurre l’opprimente debito e rilanciare investimenti pubblici. Ma accettare l’eurozona, così come la conosciamo oggi, significa ammettere che l’Italia deve rimanere bloccata all’odierno circolo vizioso, con l’emigrazione di massa come unica valvola di pressione per una stagnazione ininterrotta.

Per questo, in Italia, la battaglia sull’euro non è semplicemente uno scontro fra la sovranità nazionale e il progetto europeo o fra le idee dell’utopia del passato rispetto alla realtà distopica del presente. Sintetizza l’intero problema del credo neoliberale, la percezione che “non esiste alternativa”. Gli accesi confronti fra i principali partiti, associata all’incremento della loro convergenza su questioni economiche e politiche, ci mostra un contesto i cui uno scontro d’identità sostituisce le speranze di un cambiamento significativo. In queste elezioni vedremo probabilmente partiti centristi indebolirsi ancora di più, ma anche una caduta dell’affluenza dei votanti fino, forse, al 60%, in un paese che per anni vantava una partecipazione sopra il 90%.

Pur essendo la disoccupazione giovanile al 36% e la perdita di fiducia nella politica in aumento, l’Italia non è vista come la vecchia potenza in rovina che non segue la marcia del progresso. Infatti, con il collasso della vecchia classe politica negli anni 90, il suo sistema politico è figlio dei nostri tempi; la sua frammentazione ben rappresenta la percezione prevalente di atomizzazione o frammentazione. La retorica è fiera, l’attaccamento identitario sincero, e la mancanza di scelta palese. Ma come gli storici partiti di centro francesi collassano e la Germania entra dentro una nuova e più debole coalizione delle grandi intese, l’Italia non appare un’eccezione. Gli accadimenti di Roma non sono aberrazioni, ma il concentramento di una crisi europea.

(da Jacobin magazine, traduzione di Federico Annibale)

 

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