02/03/2018 Luca Fazzolari

Elezioni 2018. Alla vigilia del voto, la sinistra vista attraverso i social

Ci siamo. Siamo alla fine di quella che in molti – da Christian Raimo fino a numerosi esponenti delle stesse liste in gioco – hanno definito la peggiore campagna elettorale di sempre.
Può essere che sia stato così perché sono mancati i grandi scontri televisivi vis à vis, che tanto ci avevano emozionato e fatto parlare prima delle ultime elezioni statunitensi, ma che pure in patria hanno precedenti piuttosto memorabili – ricordo con particolare affetto il confronto Prodi vs Berlusconi con l’ormai altrettanto memorabile “aboliremo l’Ici sulla prima casa”.
Non è da escludere nemmeno la consapevolezza che questa tornata elettorale difficilmente vedrà vincitori certi e altrettanto difficilmente registrerà il cambiamento di rotta da più parti invocato.
Non ultima, la disumanità venuta fuori sul tema principe di questi tempi: i migranti e i rigurgiti fascisti, che hanno conquistato il posto al sole delle prime pagine che tanto desideravano. E che ha reso per molti – me compreso – questa campagna elettorale più frustrante e deprimente che brutta.

Eppure, a due settimane dal blocco della diffusione dei sondaggi, ci sentiamo un po’ spaesati, privi di informazioni che nell’era dei big data e dello storytelling risultano essere vitali. E, proprio ora che un grafico a torta ci apparirebbe più appetitoso che mai, se si vuole soddisfare questa esigenza, bisogna arrangiarsi come si può.

La nostra alternativa piuttosto appagante l’abbiamo costruita andando ad analizzare i dati più accessibili derivanti dai profili e dalle pagine social di candidate, candidati e liste elettorali.
Un lavoro del genere lo ha già intelligentemente avviato Libero Pensiero, che ha ottimamente analizzato e sintetizzato, nelle forme grafiche a noi tanto care, parametri e valori legati ai due schieramenti di sinistra che hanno possibilità di entrare in Parlamento: Liberi e uguali e Potere al popolo.

Ora, non ce ne voglia il “mammasantissima” Mannheimer, ma qui proveremo un’operazione ancora più apocrifa: un’analisi qualitativa di alcuni dei passaggi significativi della campagna elettorale condotta su Facebook.
Se è vero che i mipiace non equivalgono a intenzioni di voto, ancor di più questo articolo non vuole e non può avere valore a fini statistici. Ciononostante, valutare cosa si dice e come lo si fa rimane strumento utile di valutazione. O, quantomeno, riesce a placare anche solo per un attimo quel desiderio di numeri, colori e istogrammi che ci mancano tanto.

Premessa

Questo lavoro, che, ribadiamo, non ha alcuna pretesa scientifica, non sarà imparziale né, tantomeno, rispetterà la par condicio. Ad esempio, non saranno oggetto di analisi Salvini e le varie formazioni neofasciste: innanzitutto perché, come detto, in questo momento mi deprimono. Poi, perché probabilmente meritano uno studio più approfondito per le peculiarità del loro sistema comunicativo sui social. Un lavoro che al Salto abbiamo parzialmente iniziato con una prima inchiesta su chi sono alcuni di loro (da leggere qui) e che non escludiamo possa continuare dopo il 4 marzo.
L’attenzione, al contrario, sarà maggiormente rivolta alle forze che abbiamo seguito con maggiore scrupolo anche nel lavoro giornalistico di quest’ultimo mese di campagna elettorale. Sia perché c’è oggettivamente una minore produzione di articoli e riflessioni su quello che succede in questa parte dell’universo, mentre si sprecano pensieri più o meno illuminati sulla viralità dei video di Renzi in bicicletta o sui guru della comunicazione digitale a 5 stelle. Sia perché sono statisticamente le cose che interessano di più i nostri lettori, e anche noi ci teniamo a certe cose.

LeU vs Pap

Dicevamo dunque dell’analisi già condotta da Libero Pensiero. Secondo i dati utilizzati nell’inchiesta, la campagna elettorale giocata su Facebook sarebbe nettamente vinta da Potere al Popolo, che risulta essere maggiormente presente sul social network e mette in atto una strategia comunicativa che riesce a produrre un engagement maggiore sia sui singoli post che, tendenzialmente, sulla propria pagina.
Dai dati sviscerati nell’articolo, risulta piuttosto naturale che la discrepanza tra i sondaggi elettorali ufficiali e il seguito delle due pagine Facebook sia dovuta allo scatto generazionale che c’è tra gli elettori di LeU e quelli di PaP, essendo questi ultimi individuati in una fascia d’età più avvezza alla ricezione di una comunicazione, anche politica, 4.0.
Questo è senza dubbio vero, ma è solo uno dei fattori che determinano questa situazione.

Ci sono almeno altri due elementi da tenere in considerazione.

Liberi e Uguali non è presente sul social network solo con la pagina ufficiale, ma può contare per la propria comunicazione anche e soprattutto sulle pagine e i profili personali. In particolare dei suoi personaggi di punta, che spesso superano dal punto di vista dei numeri la pagina stessa della lista. D’altra parte, essendo LeU una lista piuttosto eterogenea, è dai profili e dalle pagine personali che i candidati riescono a mettere in rilievo i temi più importanti del programma per il proprio elettorato di riferimento, nell’ampio spettro che va da Mdp alle aree più legate ai movimenti sociali di Si e Possibile.

Potere al Popolo, al contrario, risulta essere un blocco più unito che riesce a presentarsi anche solo con la pagina ufficiale, le pagine territoriali e pochi profili di punta (inferiori sia di numero che per fanbase complessiva). Per questo motivo, riesce a mettere in campo una strategia comunicativa più consapevole dei canoni del mezzo che usa. Ed è riuscita a rendere forte e coesa una community così come le aziende riescono a costruire le proprie categorie di consumo.

Pap riesce nell’impresa di utilizzare i linguaggi dei social network sia nelle forme, con meme e video, sia nello stile che risulta essere ironico e votato a concetti e parole chiave che molto hanno in comune con i linguaggi postmoderni di maggior successo sui social. E lo fa, mantenendo contenuti genuinamente di sinistra e riuscendo a trasformare allo stesso tempo quella che nel novecento era chiamata base (ottenuta comunque grazie alle assemblee territoriali, coordinate sui social ma gestite offline) in community virtuale. È così che la pagina ottiene i risultati a cui ogni social media manager punta: accrescimento numerico della fanbase e rafforzamento nelle proprie convinzioni, tramite la polarizzazione tra un noi e un loro sia nel dibattito sui temi prettamente politici sia in casi come l’oscuramento da parte dei media mainstream, questione che sulla loro pagina si esprime anche in passaggi dal sapore complottista che ben riescono nell’intento.

Operazione dunque riuscita e niente affatto scontata, quella di Pap, dal momento che, come ormai viene detto da più parti, è molto più facile memificare contenuti afferenti ad ideologie di destra.
Attenzione però al rovescio della medaglia: quando Potere al Popolo, in particolare tramite i suoi meme, ha cominciato a calcare molto la mano su LeU, che si è ritrovata a vestire i panni del nemico più spesso di altri (proprio perché principale competitor, per continuare a mutuare un linguaggio commerciale sempre più spesso utilizzato anche per la politica) le risposte non sono state delle migliori. Anzi, gli utenti, ovviamente e in particolare la zona grigia degli indecisi tra i due schieramenti, non hanno reagito bene a questo tentativo di polarizzazione.
La cosa curiosa – ma non più di tanto – è che proprio dai profili personali di candidati e endorser provenienti dalle aree più sinistrorse di LeU arrivano atteggiamenti di apertura nei confronti di PaP che pagano nel proprio bacino elettorale.

Andando a prendere un campione di post di questa tipologia che per qualche settimana hanno affollato la timeline della pagina, si nota come i commenti della cerchia più stretta siano sempre e comunque super d’accordo, allo stesso tempo però si possono notare le crepe nella compattezza finora descritta, materializzate nei commenti negativi fatti da sostenitori della lista, e non dagli immancabili troll e personaggi del tutto estranei capitati lì per caso o malafede, che non li voterebbe manco per salvare la madre.
La cosa curiosa è che da praticamente nessuno è messa in dubbio la strategia del voler trovare un nemico, piuttosto viene sollevato il dubbio che LeU sia il vero nemico.
Se l’obiettivo era dunque quello di allargare la fanbase, e in diretta conseguenza il bacino elettorale, in direzione LeU, stando a quello che si vede, si può dire che, pur avendo utilizzato una buona tattica, non è stata del tutto pacifica la scelta dell’obiettivo da colpire.

Qui un esempio piuttosto recente che riesce a dimostrare alcuni tra gli argomenti sinora esposti:

Menzione speciale: +Europa

Ad ora, quello della compagine Bonino è uno dei video pubblicitari più interessanti di questa campagna elettorale. Si pone su un livello alto, forse troppo, per l’utente medio dei social network. Basandosi sulla messa a nudo della banalità dell’hate speech, contrapposta alla fermezza e al carisma della leader ormai diventata simbolo del savoir-faire politico, raggiunge bene il target potenziale individuato da +Europa per rosicchiare voti e raggiungere il 3%.
Il messaggio va a colpire infatti l’elettorato a cui piace definirsi “storicamente di sinistra”, che è però deluso dalle politiche di governo del PD e insoddisfatto della costruzione artificiosa di LeU, allo stesso tempo ossessivamente preoccupato dell’utilità del proprio voto e dalla deriva gentista che stanno prendendo i partiti sentiti più vicini.
Stando a quel che si legge e vede in giro, questa blitzkrieg potrebbe pure riuscire, a dispetto di un programma ultraliberista che dovrebbe far accapponare la pelle ad un elettore che si definisce di sinistra.

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